Quando è stato annunciato il seguito di Fight Club, primo romanzo di Chuck Palahniuk scritto nel 1996, molti erano perplessi. Perché rischiare di rovinare o perlomeno di intaccare quello che è un vero e proprio classico contemporaneo? Era legittimo chiedersi se anche Palahniuk avesse ceduto ai meccanismi della società liquida, così criticata nei suoi libri, tanto da essere posseduto dalle cose che una volta possedeva. Un altro manifesto generazionale rischiava di essere banalizzato, stravolto o affossato dal suo sequel, e nessuno poteva fare nulla. Bisognava solo aspettare. Maggio 2015: negli Stati Uniti esce la prima parte (delle dieci totali) dell’opera, preceduta da un finale alternativo del primo libro. Nel marzo 2016, viene pubblicato il volume completo. Ad ottobre, è finalmente disponibile in Italia. Bisogna prendersi qualche giorno per leggerlo, collegarlo alla prima parte, provare a comprenderlo fino in fondo. FIght Club 2 è un fumetto, scritto da Palahniuk e disegnato da Cameron Stewart (Batman e Robin, Assassin’s Creed). È un gran fumetto. Proprio la forma innovativa permette di veicolare al meglio i contenuti. Gli elementi extra-testuali (pasticche, petali di rose, onomatopee), che coprono diverse vignette, sono l’elemento visivo che più colpisce. Ma è la storia in sé ad essere un pugno in faccia al lettore.

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La copertina del discusso secondo capitolo di Fight Club

Sono passati dieci anni da quando l’anonimo protagonista del primo libro è finito in ospedale, convinto di essere in Paradiso, dopo aver tentato di suicidarsi (per uccidere il suo alter ego Tyler Durden) e aver fatto quasi saltare in aria la città (cosa che, a differenza dell’adattamento cinematografico, non avviene a causa di un malfunzionamento). Adesso ha un nome, Sebastian. Si è sposato con Marla. I due hanno un figlio, Junior. Lavora per la Rize or Die, la più grande fornitrice mondiale di armi a noleggio. Nella sua quotidianità: «Dice di essere felice […] Ha scambiato un esercito con…cosa?». Regolarmente, prende delle pillole e va dallo psichiatra per tenere a bada il suo subconscio malato. Ma è proprio durante le sedute dal dottor Wrong, «per cinquanta minuti, tre volte alla settimana negli ultimi dieci anni», che Tyler Durden si risveglia. In questo lasso di tempo, Tyler ha continuato a lavorare al suo progetto, non abbandonando mai realmente Sebastian: il sabotaggio delle pillole da parte di Marla, l’esplosione della loro casa e il rapimento di Junior sono gli elementi che permettono alla storia di prendere il via.14800161_763337120473133_940595055_o

Come sempre, quando si legge Palahniuk, gli avvenimenti acquisiscono il loro “reale” significato col passare delle pagine, con la confutazione delle “apparenze” avute precedentemente, sebbene il confine tra le due dimensioni rimanga molto labile. Qui, l’operazione demistificatrice viene spinta oltre. Uno degli elementi più notevoli di questo secondo atto è quello di confutare alcune presunte verità acquisite nel primo. Non unicamente grazie al finale alternativo. Non soltanto con la riproposizione dei vecchi personaggi (Chloe, Faccia d’Angelo e Bob/Robert Paulson) in una veste rigenerata. Ma soprattutto attraverso la rivisitazione del vero protagonista: Tyler Durden non compare ad un certo punto della vita di Sebastian, ne ha sempre fatto parte. Come spiega Wrong: «è un archetipo. Tyler funziona come una superstizione o un pregiudizio. Diventa parte della lente attraverso la quale tu guardi il mondo». Durden è un virus mentale contagioso, è una malattia, presente nella dinastia di Sebastian da generazioni. Seppur venga evidenziato l’aspetto più psicologico ed ereditario del personaggio, non per questo, la critica alla società dei consumi si fa meno evidente: Tyler è pur sempre il leader di una massa, perché offre una direzione a individui privi di modelli e valori. È grazie a loro, al Progetto Caos, che pianifica la purificazione sociale definitiva, rimandando (esplicitamente) al passo della Genesi 6, 11-13. L’ultima grande trovata di Palahniuk è l’elemento metanarrativo che caratterizza il testo: ad un certo punto, lui e i suoi collaboratori entrano a far parte della storia, influenzandone profondamente gli eventi, fino al finale (o ai finali?), che qui neanche accenniamo. Fight Club 2 stupisce in positivo. Come il capolavoro originario, si presenta quale testo di riflessione profonda sulla società odierna: impasticcata come Sebastian, alla ricerca disperata di modelli di riferimento, sempre a rischio collasso. Per farlo, si serve di uno stile diretto, che trova nelle frasi di Palahniuk e nelle vignette di Stewart delle vere e proprie bombe destinate a detonare nelle teste dei lettori. Pazienza se dovessero esplodere durante la lettura: «Le idee sono reali, noi no».