Di Cioran si credeva pubblicato tutto. E invece così non è, per fortuna. Altro materiale è stato sottratto all’oblio: interviste, carteggi, opere inedite… E molto altro rimane ancora da pubblicare per gli affezionati lettori italiani. Il romeno, diceva Cioran, è una lingua elastica. La sua origine latina e le influenze slave, specie per la collocazione geografica del paese tra Oriente e Occidente, la rendono una formidabile palestra di glottologia. Ed è questo che dà al popolo romeno quella spiccata predisposizione ad imparare le lingue straniere, soprattutto latine. Emil Michel Cioran, infatti, pur essendo nato e cresciuto in Romania, è famoso per aver scritto “il miglior francese che si possa leggere”. Straordinario, vero? Eppure è così. Ma la cosa che più sorprende è che leggere questo scrittore raffinato, dallo stile elegante e travolgente, non necessita mai di un dizionario. I suoi “piccoli poemi in prosa” si leggono tutto d’un fiato. Verità scomode, che necessitavano di essere sviscerate, sgorgarono a cascata dalla sua penna. Nel mese di luglio di quest’anno sono usciti quasi contemporaneamente due inediti per il pubblico italiano: il Breviario dei vinti II e Un’altra verità, pubblicati rispettivamente da Voland e Mimesis. Partiamo dal primo, che poi è un secondo. Perché questo volume II del Breviario dei vinti, arriva in Italia senza essere preceduto dal primo (questione di diritti, probabilmente). Il Breviario è stato scritto in romeno negli anni che vanno tra il 1941 e il 1944, ed è stato sottratto alla forma tutta intima del manoscritto per farlo rinascere sotto la nuova e doverosa veste di pubblicazione letteraria. Questi 70 frammenti –ideali per chi ama la forma aforistica- sono stati tradotti e curati da Cristina Fantechi e pubblicati nella collana Libri piccoli della casa editrice Voland. In esso vi si ritroverà il giovane Emil preso dai suoi eccessi di vitalità e contraddizione, fra crisi mistiche che rivelano la strada della gnosi che non farà mai di lui un ateo (come molti credono), bensì un mistico senza fede. Inspiegabili sarebbero, altrimenti, i costanti dialoghi col divino presenti in tutta la sua produzione, Breviario compreso:

“Signore, nel tuo universo io non scorgo che il freddo! E per scaldarmi non ho che le mie idee, il loro gelo bruciante, la loro brezza polare e l’ospitalità del sangue dinnanzi al ghiaccio cosmico”.

Copertin

Secondo mito da sfatare è poi quello che vuole il Cioran scrittore romeno inferiore a quello in lingua francese. Chi ha letto il capolavoro giovanile Al culmine della disperazione conosce bene l’infondatezza di queste affermazioni a dir poco ardite. E riprendendo il frammento numero 74, lasciato in sospeso più sopra, se ne avrà una conferma:

”Allo scopo di proteggercene, ci hai mandato la donna. Sbalorditi dalla tua invenzione, abbiamo lasciato le nostre culle astratte allettati da veri e propri giacigli, per dimenticare un paio di braccia, il brivido gelido dell’esistenza e addolcire così, negli occhi falsi della tua perduta e ammaliante creatura, la nostra tremenda solitudine. Dovunque, ma non in noi: questa è la nostra divisa”.

Ma veniamo al titolo. Il termine “vinti” rimanda, soprattutto dopo gli scritti di Giampaolo Pansa, al nostalgico mondo del neofascismo. È vero, il giovane Cioran fu affascinato dalla Guardia di Ferro di Codreanu, nonché un feroce antisemita. Ma il titolo dell’opera va inteso in maniera più universale, più esistenziale. Cioran fu un inguaribile pessimista, si sa. Giacomo Leopardi, in confronto, pare un dilettante. E il significato a cui l’autore allude è forse da ricercare in un’opera successiva, la più famosa e la più completa; la prima scritta in francese, il Sommario di decomposizione:

Il pessimismo è la crudeltà dei vinti che non possono perdonare alla vita di aver ingannato le loro attese”. 

Un vinto dell’esistenza, più che dall’esperienza politica, è quindi l’uomo di Răşinari. Con le sue opere ha voluto raccontare la vita e non costruire un sistema filosofico. Cioran è un distruttore, corrode, non costruisce. E per raccontare la vita, il distruttore Cioran, si affidò alla sensibilità più che alla ragione. La Ragione è comunque una costruzione mentale, il sentimento è invece un impeto disorganizzato che viene dal di dentro. Sentire, fortemente sentire; volere, fortemente volere, questo potrebbe essere un probabile slogan personale del giovane Cioran. Avendo portato poi tutto all’estremo, passò dal fanatismo giovanile al cinismo disincantato della vecchiaia, fino ad annullare ogni sentimento di voluttà. Assurdo? Incoerente? Certo, ma la vita è così. Scettico e romantico allo stesso tempo, la contraddizione fu il suo tratto distintivo. Come tutti i romantici cercò sempre di raggiungere l’irraggiungibile, perdendosi nel Nulla. Tentò di afferrare la nebbia, per poi ritrovarsi in mano un pugno di rugiada con cui rinfrescarsi l’anima. Issac Newton disse che “ciò che sappiamo è una goccia, ciò che ignoriamo un oceano!”. E a Cioran, vero amante dell’Infinito, la vista degli oceani sterminati suggerì sempre qualcosa di ineffabile, di irraggiungibile. La vita è indefinibile, e nasconde da qualche parte il suo segreto insvelato. Ed è questo a conferirle un tale fascino. Si legge infatti nel frammento 91:

”La vita è sopportabile per l’Indefinito che nasconde […] Ciò che sappiamo provoca lo sbadiglio; ciò che ne ignoriamo, la speranza. Il segreto della noia? La nausea del noto […] La morte, perlomeno, soddisfa la curiosità. La tomba è preferibile allo sbadiglio”.

 Oppure nel frammento 127:

“La molla della vita è tesa dal dinamismo dell’incompiuto […] Tutto quanto è grandioso si deve al miraggio dell’irraggiungibile. È il disprezzo del paradiso a fare grande l’uomo”.

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“Perché porsi dei problemi, cercare di far luce o accettare delle ombre? Non farei meglio a seppellire le mie lacrime nella sabbia in riva al mare, nella più completa solitudine? Ma io non ho mai pianto, perché le lacrime sono diventate pensieri, amari come lacrime”.

Tutto vestito di vento, si è scagliato come un fulmine al cospetto del Novecento. La sua parola fu il tuono che scatenò la tempesta, in attesa dell’Apocalisse. Un vero diavolo!, verrebbe da pensare. E invece no, non è sempre così. Perché la vita è complessa, e le classiche categorie di Bene e Male si mescolano insieme più di quanto si dividano. Ed è doveroso ricordare che Cioran, oltre a essere un distruttore, fu anche un salvatore d’anime. Sanda Stolojan, con la sua nota a margine di Lacrime e santi, pubblicato per Adelphi, ricorda di “quella ragazza libanese che in una cantina di Beirut, sotto i bombardamenti, leggeva Cioran perché, in quella situazione disastrosa, ne trovava tonico lo spirito e corroborante lo humor. O come quella giapponese che, decisa a uccidersi, scoprì in tempo i ragionamenti di Cioran intorno al suicidio e si mise a scrivergli”. Due donne, due vite, salvate dai libri. Cioran l’odiatore, il misogino, il distruttore, il portatore di morte, allevia le pene di due giovani esistenze al collasso imminente. E le porta alla salvezza. Un santo, si direbbe.

Ma aspettiamo a dare dei giudizi, perché c’è un’altra verità ancora da svelare. Nulla di Cioran è irrilevante, e va letto ogni singolo tassello che compone la sua opera, ricorda Antonio Di Gennaro, curatore di Un’altra verità, opera epistolare pubblicata da Mimesis e volta in italiano grazie alla traduzione di Massimo Carloni e Mattia Luigi Pozzi. Se poi constatiamo che “poco o nulla sappiamo degli albori sfavillanti, delle ossessioni deliranti del Cioran rumeno” ci accorgiamo che il vero tassello mancate è quello che riguarda il suo legame con “la madrepatria Romania e, in generale, la cultura dell’Est Europa. Un legame che si acutizza negli anni divenendo, sempre più, memoria e rimpianto, debito e nostalgia di un mondo primitivo, rurale, ancestrale, irrimediabilmente perduto, e non macchiato dal ‘progresso’ e dalla ‘civiltà’” continua sempre il curatore. Perfino l’incoerenza, che tanto lo contraddistingue, pare risalire alle sue origini romene. In una lettera del 29 dicembre 1969, scrisse alla Signorina Hadulinde, curatrice di alcune sue opere presso una casa editrice tedesca:

“Non mi sorprende affatto che i Sillogismi abbiano avuto così pochi lettori. Forse bisognava iniziare con La tentazione di esistere, titolo più adatto all’umore positivo dei Tedeschi di oggi.
Se fossi coerente con me stesso, o quanto meno con i miei ‘principi’, dovrei essere del tutto indifferente al destino delle mie produzioni. Lo sono, è vero, abbastanza spesso, ma non sempre. Non si è nati impunemente nei Balcani”.

Il sangue slavo non smise mai di ribollire nelle sue vene, nonostante l’esilio volontario a Parigi, su cui ebbe a dire:

“Non sono un rifugiato, sono un espatriato. È una scelta che ho fatto, e me ne compiaccio ogni giorno”.

Al Signor Schlesak, nel settembre del 1970, confessò che quando arrivò per la prima volta in Occidente, ad infastidirlo maggiormente fu “la mancanza di tempo”, mentre è a Est che invece trovava “maggior sostanza spirituale”. Poi, in un’altra lettera, un avvertimento; speriamo non una profezia:

“Verrà il giorno in cui l’Occidente sarà inevitabilmente dominato dai Gastarbeiter [«Lavoratori stranieri», in tedesco nel testo, N.d.T.] e l’America dai suoi Neri. L’avvenire appartiene sempre allo schiavo e all’immigrato. Pensi all’Impero Romano: è stato scalzato dalle sue vittime”.

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Il titolo dell libro si spiega in una frase dello stesso Cioran: “…Il mondo esteriore tuttavia è là, dalla Transil­vania al Messico, con sempre sullo sfondo la ricerca di un’altra verità, di una verità profonda, che sfugge alla storia o la trascende”. Un’altra verità è quella che Antonio Di Gennaro definisce nella sua ‘non-prefazione’ una verità “arcana, sacra e inviolabile che privilegia l’interiorità del soggetto e l’umanità dell’uomo”. Il carteggio che compone il libro è indispensabile per comprendere il travagliato rapporto con la sua patria d’origine, mentre il saggio finale di Dieter Schlesak va (psicologicamente) a indagare sull’inconfessabile passato antisemita del giovane Cioran legionario della Guardia di Ferro. Passato che però non gli impedirà in futuro di essere amico del filosofo ebreo Benjamin Fondane, morto tragicamente nei campi di sterminio nazisti. Schlesak, nota infatti nel suo saggio finale, come sia nuovamente la contraddizione il tratto distintivo del filosofo romeno: “Egli risulta infatti legato allo ‘straniero’ da un rapporto di amore-odio. Tale caratteristica può essere attribuita anche al suo rap­porto con gli Ebrei, e con gli amici di origine ebraica”. Nella sua opera giovanile Schimbarea la faţă a României (Trasfigurazione della Romania, ad oggi inedito in Italia), aveva condannato gli ebrei dichiarando il proprio odio per essi. Ma successivamente, “avendo sofferto per il loro destino, durante la guerra, li aiutò quando poté mostrando loro solidarietà. Così a Parigi aiutò sia Fondane, nel periodo interbellico, che Celan, dopo, quando riuscì ad ottenere per lui un posto all’École Supérieure”. La presenza di Celan, poeta romeno di religione ebraica, creava il lui dei comprensibili turbamenti, in quanto “egli rappresentava il suo ‘rimprovero vivente’, il suo senso di colpa per aver un tempo ammirato Hitler, per aver condiviso le idee na­ziste che, anche se in modo indiretto, avevano portato alla morte dei genitori di Celan in un lager rumeno”. Se fosse stato coerente con il suo antisemitismo, quei gesti di straordinaria umanità non si sarebbero compiuti. La coerenza, se ne deduce, non è sempre una virtù. E voltare le spalle al proprio passato per intraprendere una nuova via può essere talvolta un’abiura ben accetta.

Emil Cioran nel 1994 nello studio della sua casa parigina, nel quartiere latino

Emil Cioran nel 1994 nello studio della sua casa parigina, nel quartiere latino

Chi fu allora Cioran? Un diavolo o un santo? Salvatore indiretto d’anime e protettore di ebrei; ma anche odiatore di professione, giovane fanatico antisemita e ammiratore di Hitler. L’ombra di un passato che il quotidiano francese Le Monde non si dimenticò di rispolverare proprio nel giorno della sua morte: l’ultimo smacco. Ma, si legge in uno dei suoi frammenti, “lo smacco è il coronamento delle vite eccezionali […] ciò che è grande è destinato al crollo, perché ogni dismisura è legata in modo fisiologico all’incalzare di un epilogo. Così, lo smacco diviene fatalmente il prezzo della grandezza e il senso immanente dell’incommensurabile”. Curiosa questa vita, strana creatura questo Cioran. Sempre a metà tra il diavolo e l’acqua santa. Ha strisciato nelle fogne più nere della terra per poi volare nei cieli più argentei. Ha compiuto evoluzioni nel sublime, rotolandosi nel fango. Azioni ardue da intraprendere… Solo i grandi vi riescono. Solo coloro che, perseguitati da un passato oscuro, sono alla ricerca di un’altra verità.

“Senza compagni né compagne, ho seguito il mio cuore, creazione demente che scandisce con folle frenesia l’erranza di uno che non ha rivali in materia di cadute”.
Frammetno 108 – Breviario dei vinti II

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La tomba del grande scrittore romeno, sepolto nel cimitero di Montparnasse insieme alla compagna Simon Boué