Un turbinìo di test reali o virtuali girano intorno al quesito dei quesiti: “qual è il libro che cambia la vita?” La scelta può ricadere su risposte multiple che circoscrivono il prodigio in un numero che oscilla tra il cinque e il dieci. Ma il libro che marca è come il grande amore: uno e definitivo. Il resto è nient’altro che affluenza di quell’uno, orbita del podio. La nostra risposta, che risulta interessante solo per il valore inestimabile dell’opera oggetto dell’articolo, cade senza alcun dubbio su il Voyage au bout de la nuit di Louis-Ferdinand Céline. È il viaggio in quella lettura che irrompe mediante una frattura estrema; tra un prima ricolmo di allettanti verità e un dopo debordante di sconsolanti certezze. Lo smascheramento di un’umanità priva di speranza, che nello scorrere della pagina, si fa ineluttabile scoramento e squarciamento. Ma il viaggio diviene anche attraversamento di un autore, dell’autore che evolve in morbosa curiosità e impeto di approfondimento. Céline si incolla indosso, è quella realtà che più tenti di non guardare, più scava in profondità, per riproporsi ogni volta nel tuo personalissimo giro di angolo. E allora succede di ritrovarsi all’interno di Mort à crédit nell’inchiostro delle prime righe già impresso sulla pelle:

“Eccoci qui, ancora soli. C’è un’inerzia in tutto questo, una pesantezza, una tristezza…”

Zavorra, che ancora a conclusione della lettura, si fa nuovamente pungolo alla curiosità nell’avanzare. Un incedere tortuoso che passa per i discussi Pamplhet spingendosi sino alla Trilogia del Nord: le agitate acque che non si arginano. Il tomo che prendi, lasci e riprendi in una sorta di stato d’animo conflittuale, per quanto calamitante. Si resta sulla soglia di un linguaggio che non permette la via di mezzo tra l’inghiottimento e la distanza. Si rimane frastornati da quella scrittura che non è parola, misura e ancora parola. Disorientati da una punteggiatura che a scuola avresti scontato con la penna rossa e la faccia al muro. Ma sopravviene l’urto fragoroso di percepirne la grandezza. Si viene investiti da quel gigantesco timore reverenziale di trovarsi presumibilmente al cospetto del più grande scrittore del XX secolo. E allora la spirale è ancora nel procedere, nell’avanzare in un’insaziabilità che raramente accade. Una voracità e un’ingordigia che riescono a trovare una sospensione in un meraviglioso prodigio cartaceo, tutto impregnato di Monsieur Céline. Un portento, che colma l’italianissimo vuoto celiniano, a cura di Andrea Lombardi con la collaborazione di Gilberto Tura su Louis Ferdinand Auguste Destouches. È una tavola bandita a festa, un banchetto romano dove ogni appetito viene appagato. Quelle trecentodiciotto pagine dove il lettore coglie l’occasione di incontrare le numerose vite dell’autore, dove ogni contraddizione si annulla all’inizio e al termine di ogni ulteriore esistenza. Si sosta incuriositi da un Destouches patriottico ed entusiasta di andare in guerra. La stessa che lo inghiottirà nell’orrore del suo inchiostro. Si indugia sullo svelamento che Mort à crédit riconosce un altro traduttore oltre Giorgio Caproni. Un Caproni appassionato anche nel raccontare un presunto rammarico; la passione e il dolore di aver doppiato l’intraducibile Céline e tutte le ombre che l’operazione comporta.

Si cristallizza la certezza, attraverso saggi e documenti, di un monumentale innovatore linguistico e letterario. Lo scomodo latore di una frattura: la lingua scritta evolve sulla pagina, in lingua parlata. La parola si fa ritmo in un cadenzare disarticolato che figura in imprecazione al reale; filippica contro l’accadere fatale dell’istante. La martoriata mente del medico di Meudon è il luogo dove la fantasia cede fievolmente il posto a nuovi colori: fosche tinte di rancore iperrealistico. «Mi importa soltanto lo stile», asserzione peculiarmente celiniana che tende a riproporsi come emblema di scrittura in tutto l’attraversamento del libro. E accade che quello stile, non custodisce altro nome che il suo, dentro un’unicità definitiva e inimitabile. In un’epifania di neologismi, la sua lingua si spiega all’infinito, alla maniera di un lenzuolo tirato da più parti nel cuore della vita. Una scrittura che si fa l’”oltre-scrittura”, il superamento di quel francese che non può e non vuole essere grido di dolore fuori dall’inchiostro nero pece di Céline. E dall’altra parte della scrittura, giunge un “oltre- intellettuale” che per scorrere nel foglio abbisogna di insozzarsi nell’abisso, privo di alcuna volontà di emanciparsi dallo stesso. Una sorta di Colonnello Kurtz, che seppur in una differente apocalisse, dichiara guerra all’illusione gridando dalla pagine che “l’orrore ha un volto”. E Céline marchia il foglio con tutta la repulsione che lo abita, disarciona la letteratura e getta tutta la bruttura nell’ingiuria. Un percorso a ostacoli, che zigzagando tra i puntini, si arresta in presenza di un esclamativo; disorientamento tra l’arretrare e l’incedere tra i cadaveri e la puzza che lo scrittore mai si permette di nascondere.

È il disincanto che investe l’esistenza umana in una pagina in corsa; l’addio al sogno nel benvenuto a quell’artista, quell’unico artista che cambia la vita in un Vojage. Céline, il medico delle banlieue è la lanterna che illumina il macabro collasso dell’Europa; non pone psichiatrici “se”, mostra la tenacia della caduta. Un modus, che trova le radici nella traduzione della realtà, solo il tramite di un immediato cataclisma. Sventura, che principalmente nell’uso dell’argot, rivela il proprio naturale sviluppo. Un’attitudine a svelare la calamita della sua epoca verso l’apocalisse, attraversa tutte le preziosissime pagine del libro. La ritroviamo nelle parole di Ezra Pound in un discorso radiofonico del 1943:

«Bonjour, Ferdinand/ non credo sia il mio dovere il catalogare le pubblicazioni francesi/ ma riconosco sempre un vero libro quando ne vedo uno/ a prescindere dal contenuto/

Ferdinand ha saputo TROVARE la realtà/Ferdinand è uno scrittore
Il prossimo sarà l’ultimo/
Gnrr gnrrgnrrgnrr.
Suicidio della nazione.
Gnières! Gn/gn
Questo sarà il suicidio della nazione.
Non si ritornerà più al paese.

Non solo per la sua copia, l’abbondanza delle sue parole/Non solo per il suo contenuto/ Si deve leggere Céline un giorno o l’altro. I membri attivi del pubblico devono COMPRARE le loro copie de l’École des Cadavres/ non basta ascoltarmi per 5 minuti alla radio, o di sfogliare una delle sue opere a casa di un amico».

Ancora in quelle di Pierre Drieu la Rochelle, attraverso il saggista Frédéric Saenen:

«Drieu scopre in Céline ben più che un temperamento nichilista. Comprende che il medico dà una diagnosi spietata sulla società solo per pervenire meglio a guarirla dai mali che la opprimono; e che malgrado l’onnipresenza della morte nel suo universo, è in fondo la vita che intende servire, con l’esaltazione della danza, del canto, d’una poesia dell’anima inaudita sino ad allora nella letteratura francese».

Un volume che nell’impagabile cura di Andrea Lombardi si fa prezioso forziere, messaggero di aneddoti, curiosità, vicende e storie che colmano un vuoto italiano in materia di Céline. Si affaccia l’incontro di un Destouches con l’eminenza della beat generation, tutta in una curiosità: la scoperta che gli amati cani del medico servono apparentemente solo per causare fracasso. Con meraviglia si leggono e rileggono le parole di Charles Bukowski in merito al viaggio all’interno del Vojage. Nelle parole dell’illustratrice Eliane Bonabel irrompe un eccezionale ricordo. Una discreta amicizia della durata di trenta anni; colei che per prima lo incontra dopo il dilaniante ritorno dalla Danimarca:

«L’espressione di “Céline veggente” è stata talmente usata che è divenuta quasi banale, ma di fatto esatta. Anche negli ambiti che gli interessavano poco aveva delle folgorazioni straordinarie che vedo confermate nel tempo. Non è il suo comportamento a volte pittoresco che lo rendeva unico, ma la struttura della sua mente, un tipo di rapidità d’analisi, dei lampi che non ho riscontrato in nessun altro. Non amo le espressioni magniloquenti, ma il termine di genio non mi sembra esagerato se riferito a lui. Eppure, più che l’essere eccezionale, più che lo scrittore unico, è l’amico premuroso e gentile, dalla sensibilità quasi femminile che ricordo. Il nostro rapporto è stato caloroso, ma senza mai la minima confidenza; tutto era implicito, senza pettegolezzi inutili né sentimentalismi. Sapevamo, ciò bastava».

Un saggio da dischiudere lentamente, un remoto baùle all’interno del quale i ricordi e le ombre si fanno corporei in una prodigiosa danza della memoria. Una visione fantastica che contempla una delle due interviste rilasciata dalla sua unica figlia Colette Destouches-Turpin. Il medico si fa scrittore, lo scrittore si fa padre presente e distante nel contempo in una dichiarazione che è sigillo di sangue:

«Eccolo da me, si getta tra le mie braccia, e allora lì lo riconobbi. È così leggero, così vecchio… Non parlammo. Le nostre lacrime che cadevano, qualche parola incoerente, ed era tutto… avevamo detto tutto…»

Nulla si può trascurare nel fondo di tale cassa, ancor meno la reminiscenza di uno degli ultimi quattro vicini del Destouches di Meudon; Pierre Duverger, tutto in un’enunciazione definitiva: «Céline? La lucidità del nostro orrore».  Un cappello magico dal quale Lombardi estrae le parole della bella romanziera Maud Sacquard de Belleroche:

«Ho avuto numerosi amanti, ho frequentato tantissimi scrittori, e ho conosciuto il successo letterario. E un giorno, leggendo Nord, mi trovo personaggio del romanzo… Quello che vi posso dire, è che in tutta la mia vita, di scrittori e uomini di successo ne ho incontrati parecchi. Ma di geni, uno solo; e quel genio era Céline. Un genio così, non si incontra tutti i giorni! Ve lo posso dire…»

E ancora foto, ricordi, lettere: il voyage nella letteratura. Un voyeurismo famelico, finalmente saziato. Un vuoto colmato da quel magico forziere che troneggia fiero in un volume da collezione. L’imperativo è nell’attraversare un libro che può farsi luce anche nella più polverosa e dimenticata delle librerie.

– Louis-Ferdinand Céline. Saggi, interviste, ricordi e lettere (Ed. Italia Storica, pp. 324) A cura di Andrea Lombardi con la collaborazione di Gilberto Tura