Se, prima di leggerlo, dovesse capitarvi di vedere una sua foto, probabilmente vi verrebbe da pensare che quell’uomo aveva più una faccia da muratore che da scrittore. Non vi sbagliereste di molto, in realtà: Raymond Carver iniziò la sua vita lavorativa come operaio, esattamente il lavoro che era stato anche di suo padre. Aveva giusto la licenza liceale, il solo nella rosa dei suoi famigliari. A ventun anni aveva già moglie e due figli. Fantasticava di fare lo scrittore, l’aveva sempre desiderato, fin da quando leggeva i libri presi in prestito alla biblioteca comunale. Malauguratamente, si trovava a dover fare i conti con un problemino tristemente concreto: mantenere la famiglia e arrivare alla fine del mese. Mettici pure che la situazione non era delle migliori – non lo è mai stata nella dannatissima America –, visto che viveva di lavoretti i cui contratti si rinnovavano di trimestre in trimestre, quando non di mese in mese, o, peggio che mai, di settimana in settimana. Riuscirete da soli, se non altro per affinità con la vostra, a figurarvi l’ansia di una simile condizione, in cui non si sa mai se si arriverà a mettere insieme il pranzo e la cena di lì a un paio di giorni. Nonostante tutto, quel pazzo di Ray (per gli amici), pur essendo un vinto, non si arrendeva. Scriveva poesie, o almeno faceva dei “goffi tentativi”, come scrisse lui stesso anni dopo.

419447_434320313272132_450149475_n

Raymond Clevie Carver Jr.

Fino a che, un giorno, si rese conto di non poterne più. La sua vita di lavoratore precario e padre di famiglia gli stava stretta. Una sera, mentre la moglie era di turno come cameriera e i bambini erano a una festa di compleanno, lui faceva il bucato in una lavanderia a gettoni, ed ebbe una sorta di epifania negativa. Continuando così non sarebbe arrivato da nessuna parte. Gli scrittori che ammirava non erano certo mai stati a fare la fila per asciugare le mutande della famiglia. Alcuni erano stati perseguitati in patria, incarcerati e via dicendo. Insomma, non se l’erano passata propriamente liscia. Ma quella era un’altra storia, più nobile. Che speranza poteva avere di diventare scrittore uno che passava il sabato a fare il bucato? Ma il giovane e speranzoso Carver credeva ancora nel sogno americano. Si disse che forse studiando avrebbe potuto avanzare nella scala sociale, smetterla di essere un uomo senza arte né parte, tanto più che se voleva diventare un narratore, una cultura se la doveva pur fare. Si iscrisse così a un corso di scrittura creativa, tenuto da un allora misterioso John Gardner, uno scrittore sommerso di pagine e scatoloni di romanzi ancora inediti. Fatto sta che l’incontro fu una manna da cielo per Ray. Quell’oscuro personaggio incarnava ai suoi occhi l’auctoritas.

gardner

John Gardner

Del resto Carver, per sua stessa ammissione, a quei tempi non aveva mai conosciuto uno scrittore in carne e ossa. Le sue lezioni lo ammaliavano. Raymond iniziò a scrivere racconti che Gardner diligentemente correggeva. Trascorrevano ore rinchiusi nello studio del professore a discutere su quei fogli battuti a macchina. Il suo mentore esaminava ogni parola, punto, virgola. Già che c’era ne approfittava per ficcare bene in testa a quel giovane di belle speranze che la prosa deve seguire poche regole, ma inderogabili: essere precisi, aderire al parlato ed evitare ad ogni costo i trucchi da 4 soldi. In sostanza, Gardner diede a Carver l’imprinting fondamentale per ogni suo futuro lavoro. Tanto rimase colpito da ciò che vide in filigrana dietro la prosa acerba di quel ragazzo, di cui ben conosceva la difficile situazione di padre che viveva in un’angusta casa popolare, che gli diede le chiavi del suo studio dicendogli di andarci quando voleva, nel fine settimana, per scrivere. C’è da dire che Ray non era nuovo a questo genere di generosità gratuita e spassionata di gente che credeva in lui, verrebbe da dire, soprattutto sulla fiducia. Una volta, quando lavorava come fattorino per una farmacia, e aveva circa diciannove anni, lo mandarono a fare una consegna nella parte ricca della città, lì dove stava la gente per bene. Si presentò a casa di questo anziano signore che possedeva una sterminata biblioteca personale. Ogni spazio dell’ampio salone era foderato di testi. Immaginatelo il nostro povero ragazzo tutto in solluchero per l’emozione. Il vecchio andò nell’altra stanza a prendere i soldi. Il fattorino si mise a guardare quella distesa di carta e notò di sfuggita due riviste: una è Poetry, quella che per prima molti anni dopo avrebbe pubblicato le sue poesie; l’altra The Little Rewiew Anthology, a cura di Margaret Anderson (e come disse lui stesso “all’epoca cosa volesse dire a cura di era per me un mistero”). Il signore lo beccò con i volumi in mano. Invece di incazzarsi, gli sorrise e gli disse di portarli via con sé, magari un giorno avrebbe scritto qualcosa e così avrebbe saputo a chi inviarla. Una cosa pazzesca! Sembra quasi ci sia un destino sotteso dietro questa storia. Ma, del resto, siamo in America, dove può accadere di tutto, persino che i cani si mettano a volare.

gordon-lish

Gordon Lish, direttore della celebre rivista Esquire

Carver uscì dall’università che la sua vita lavorativa continuava a non essere il massimo, ma era sempre più determinato a tentarsi la carriera di scrittore. A questo punto al sogno americano ci credeva come alle favolette per bambini. Direi quindi che era spiritualmente pronto per dare il suo imprescindibile contributo alla letteratura americana. Iniziò a spedire i suoi racconti a Esquire, famosissima rivista diretta da Gordon Lish. Quando si nomina Lish bisogna avere ben chiaro in mente che non si sta certo parlando di uno qualsiasi, ma di colui che è passato alla storia come “Mr. Fiction”, il mago del racconto breve. Per quanto quel disgraziato di Gordon abbia quasi causato un attacco apoplettico a Ray, quando lo misero a fare l’editor del libro Principianti (che lui tramutò in Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, tagliandone circa il cinquanta per cento), bisogna riconoscerlo: senza di lui, oggi, noi non avremmo Raymond Carver. Il noto scrittore ed editor gli spedì indietro il primo racconto, chiedendo di vederne altri. Carver glieli mandò. Niente, anche quelli tornarono al mittente. Ma Lish voleva vedere il resto della produzione. Ray finì per spedirgli tutto quello che aveva nel cassetto, ma per l’ennesima volta il pacco fece dietrofront. Lish, che tutto era fuorché un fesso e si muoveva da tempo tra editori e squali newyorkesi, mise gli occhi su quello sconosciuto e lo incalzò, finché lo stile non raggiunse il livello che lui auspicava. La pubblicazione del primo racconto diede inizio al sodalizio che non si è, almeno in parte, mai interrotto. Come dicevo, certo Lish è stato una bella gatta da pelare nella carriera di Carver. Il taglio della metà di Principianti è stata una carognata che non si dimentica, ma anche il fatto di aver fatto assurgere alle cronache un anonimo padre di famiglia, ubriacone, e con un futuro di stenti davanti a sé, non è stata un’impresa da poco e la storia dovrai prima o poi rendergliene merito…

carver-principianti

C’è una cosa che mi ha sempre commosso di Carver. In un suo saggio confessò che l’idea di scrivere racconti e non romanzi – non ne scrisse mai uno – gli venne perché, da un certo momento in poi della sua vita, la sua attenzione calò. Non riusciva a stare concentrato su niente per troppo tempo. E poi l’incertezza lavorativa, che da un momento all’altro avrebbe potuto lasciarlo con culo per terra, l’aveva costretto fin da giovane a non poter mai pensare a un progetto a lungo termine. Fu così che Ray si disse che, se non aveva testa per stare dietro a una storia lunga e articolata, avrebbe scritto solo roba che si potesse iniziare e finire in un massimo di una o due sedute, dopo il lavoro, o durante un weekend particolarmente lungo. In questo senso la sua capacità di adattamento, cosa che di solito è piuttosto sinonimo di “capacità di abbruttimento”, assume i connotati di una felice lotta per l’affermazione di se stesso contro tutto un sistema americano malato e alienante. È incredibile che qualcuno sia riuscito a farcela, pur giocando alle loro regole. Davvero una storia molto americana.