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Dante Virgili, La distruzione: una lunga ammaliante velenosa poesia di morte. È un flusso di coscienza satanico. Delirio e rancore e vendetta. Non è un testo per bambini, per servette, per deboli di cuore. La distruzione, pubblicato per la prima volta da Mondadori nel 1970, è un libro maledetto. Ma maledetto per davvero, Virgili non finge di certo un gusto allo scandalo e alla provocazione, l’opera è sincera nella sua malvagità. Va dato atto all’onestà del male: la presa di posizione bramosa di distruzione e crudeltà è vera, almeno così è apparsa al sottoscritto, rimasto non stregato ma sfregiato da queste pagine infette. Sono parole che bruciano gli occhi. Immagine esagerata, ma che rende l’idea per chi si avventura nella maledizione scritta: visione di occhi che diventano rossi e gocciolano lacrime di sangue che scorrono su guance di cera bianca. Il linguaggio è fiume in piena che rompe argini e regole, una scrittura neo-futurista prussianizzata, pervertita dal rancore imbarbarita da concetti die Herrenrasse inferocita dall’elemento hitleriano la punteggiatura è stuprata. Morte alla punteggiatura Fucilata alla schiena. Kaputt. Voyeurismo urticante. Trama sconvolta, convulsa in ritmo anarchico, ustionata da periodi corrosivi. Numerose sono le parti, le frasi, i sussulti scritti in tedesco; ma non c’è da preoccuparsi, l’autore ha avuto la gentilezza di inserire le traduzioni al fondo, e va detto che l’utilizzo della lingua germanica suona come fonetica fine a se stessa: il gusto della pronuncia ariana, dell’accento dei cattivi della Storia, un accessorio militaresco, di durezza, di nazismo. Colpo di tacchi, suono secco ed asciutto.

Si è fatto paragone con Céline: lasciamo stare, Céline è il grande Céline internazionale, Virgili è il piccolo Virgili dannato. Céline è un mostro sacro, Virgili è un mostriciattolo blasfemo. Ma è un mostriciattolo coraggioso a modo suo, che sa mordere e combattere la sua personale totaler Krieg contro il Mondo intero; un demone minore ma pur sempre demone che lascia la sua impronta caprina a chi legge, a chi osa entrare dentro quella testa morsicata da insetti del livore, dalle serpi della rabbia. Testa morsicata dal didentro. Avventuriamoci, machete in mano, a farci largo tra viscide liane dell’eros violento e della fame di sofferenze altrui che attorcigliano pruriginose, in anfratti bui del disprezzo incancrenito in odio puro assoluto.

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Trama, o delirio: putrida estate milanese nella metà degli anni cinquanta. Un correttore di bozze lavora per un importante quotidiano. Si trascina al lavoro che non sopporta. Vive nel glorioso ricordo di giorni passati, di quando era interprete per le SS calate in Italia, tra imboscate partigiane, rappresaglie, rigide marzialità Schutzstaffel, amicizie tra camerati, magnifiche ville settentrionali sequestrate e divenute decadenti palcoscenici segreti di orge amori sevizie. I giorni della paura, in cui lui faceva paura. Guerra, onore, appartenenza. Il nostro protagonista nutre profonda nostalgia per il nazionalsocialismo quando era al potere in Europa, e per Adolf Hitler, quando era vivo. I giorni del grande incendio. Ma dopo 11 anni, nel 1956, in quella metropoli colma di inutile umanità, tutto sembra perduto. Pensa al suicidio, sogna imprese erotiche e carni giovani, vorrebbe vedere un’ultima volta la sua Berlino, anche se sa che non c’è più nulla di quello che lo aveva folgorato anni prima. Maniaco, possiede una sessualità dirompente, dissoluta, corrotta e corrutrice. Vorrebbe scoparsi donne bellissime, di lusso, e far con loro giochi, perfidie, sadismi. Farle sue, farle schiave del sesso e della volontà. Sottometterle e dominarle. Vorrebbe, ma non può. È uomo brutto, ma soprattutto, mal per lui, è anche povero. Il denaro, sì: è un elemento importante e che ritorna sovente ne La distruzione. Il nostro uomo non ne ha, ne è ossessionato, si tormenta ripetendosi cosa potrebbe fare se fosse ricco, fantasticando su tutte le infinite gioie che tanti soldi potrebbero regalargli. I pochi che possiede li sperpera in puttane; per godere della compagnia femminile deve pagare, per soddisfare le sue oscene pulsioni mordaci in gite viziose. Un provinciale marchese de Sade decaduto a piccolo borghese meneghino, senza un picchio di un quattrino ma dal desiderio incalzante come una Cavalcata delle Valchirie.

Odia con passione quasi tutto quello che lo circonda, ma intravede una speranza che possa appagare il suo sentimento di vendetta. Il 26 luglio del 1956 difatti, il presidente egiziano Nasser nazionalizza la Compagnia del Canale di Suez franco-britannica. Il Canale è degli egiziani. Londra e Parigi scendono sul piede di guerra, vecchie arroganti potenze coloniali, assieme ai nuovi ambiziosi d’Israele. Tensione globale: Mosca minaccia gravi ritorsioni, forse c’è l’occasione auspicata dal protagonista in una resa dei conti definitiva tra i vecchi nemici in un olocausto finale della specie. La distruzione, infatti. La distruzione che lo esalta. E allora sono visioni terribili di tempeste di fuoco che arano strade metropilitane, di esseri umani che si squagliano tra le radiazioni, di devastanti terremoti atomici. La fine di tutto, la vendetta suprema, der RACHE.

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L’autore, o il suo fantasma: Dante Virgili. Ma chi diavolo è? O meglio: ma che diavolo è? Un povero diavolo, di certo. Si sa poco, si potrebbe addirittura sospettare che Virgili non sia mai esistito, che sia un’invenzione, uno pseudonimo per qualcuno che ha voluto sperimentare il male, quasi fosse una trovata di marketing editoriale. Invece visse per davvero, le sue spoglie riposano al cimitero Maggiore di Milano, grazie ad una determinata raccolta fondi per assegnare un loculo a quelle ossa d’artista che rischiavano di finire nell’ossario comune, abbandonate, gettate in mezzo ad una folla di altri resti anonimi, nella promiscuità di tibie e teschi; che beffa democratica per chi gridò il disprezzo verso l’umanità. Dante Virgili è nato a Bologna nel 1928, visse in Romagna e a Napoli, ed è morto in Lombardia nel 1992. Colto, conosceva benissimo la lingua tedesca, aveva una sua cupa idea nazionalsocialista, distruttiva e sterminatrice, di cui ne era afflitto. Vivacchiò facendo il correttore di bozze, scrivendo romanzi d’avventura western per ragazzi. Con lo speudonimo cowboy Dean Blackmoore pubblicò Buffalo Bill l’invincibile, Buffalo Bill tra i guerrieri indiani, Terre selvagge, Il forte abbandonato, Il comandante folle. Alcuni di questi lavori furono tradotti anche all’estero. Piuttosto disgraziato nel fisico e nel portafogli, era un emarginato: forse proprio per questo che sognò e scrisse con tale livore La distruzione, sua rivincita rabbiosa e psicopatica. Non fu facile per lui farsi pubblicare da Mondadori, alla casa editrice ci pensarono su diverse volte. Poi, finalmente, l’uscita: ecco lo sconfitto Virgili che ebbe la sua chance di riscatto, ma la fortuna non lo baciò. La distruzione: un grande insuccesso editoriale, un rombo di tuono senza fulmine. La distruzione: un ordigno atomico inesploso, un residuo bellico sepolto ma ancora potente e pericoloso. Una bomba H – una bomba Hitler. Vero, c’è l’ombra del Führer tra le righe, ma non è un libro nazista, qua il nazismo è degenerato in altro; la dottrina nazionalsocialista è il passato in schiere nere senza fine, il ricordo di svastiche nei viali, il flashback Triumph des Willens, il presente invece è perdente, miserabile, ed è riservato all’allucinazione apocalittica. Più che nazismo, nichilismo radicale e violento.

Ed ora, il collage luciferino. Non vogliamo fare alcuna apologia ma regalarci masochisti un tuffo di testa nelle acque nere del torbido, una proiezione di estetica del male. Al solito, si tratta sostanzialmente di curiosità: si è letto e si è rimasti bruciati da Virgili per l’adombrata prosa killer, senza freni, desiderosa di colpire e far male. Questo è un esperimento di parole, immagini, musica e suggestioni malsane, associazioni tra frasi e visioni. Vorrei accompagnarvi per mano fino all’orlo del burrone, e poi spingervi nel baratro. Vi auguro di rimanere indenni. Buona fortuna. Viel Glück.

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La coscienza è una mutilazione. Guardo verso la finestra. Evitare di avvicinarsi. L’improvviso desiderio. Frequente. Intenso ora. Gridare urlare. Voglia di. Gettarsi nel vuoto. Farla finita finalmente.

 

Berlino i ruderi della Reichskanzlei un monumento della sua gloria i rosseggianti incendi

 

Tutto il cielo brucia

quando muore un grande

 

Westen gegen Osten finalmente. Un sorriso mi sento in volto Tag der RACHE

un lampo

solo un breve lampo

come se il sole scoppiasse

una vampa bianca

che spacca il cielo

un bagliore abbacinante

un’onda di fuoco

che carbonizza milioni di umani

un nudo deserto di ceneri

il rombo degli aerei che volano radenti mi riempie le orecchie di fragore nel buio le pallottole delle mitragliere paiono braci.

Lampi atomici su Londra Mosca New York. Le più grandi capitali. Si trovano entro il raggio di distruzione totale. Anche Roma. Ora in mano a questa triste genia di democristi e a quelle lugubri sottane il nero esercito cattolico.

A Norimberga i tetti aguzzi neri sotto il Burg la torre della rocca imperiale pochi mesi prima. Mi vennero i brividi. Allucinato ero. Migliaia e migliaia di camicie brune schierate in file simmetriche. Le future Shutzstaffeln. Silenzio agghiacciante, D’un tratto un ordine. Gli scuri stendardi si levarono in alto con un sol gesto. Poi da un’immensa piattaforma di cemento avanzò verso il podio. Allora lo vivi. Calmo severo sullo sfondo di un’enorme croce gammata LO VIDI

Hai l’impermeabile sporco mi dice la ragazza nel casino. Seni cosce, deretani paffuti offerti alla frusta. DENARO.

Bisogna trovar soldi soldi soldi.

La mano mi trema. Un altro cognac. Orde di barbari setacciano le rovine Frau komm e lo stupro. Le mutilazioni sulle giovinette. Carri nemici sul Kurfürstendamm ma volano in pezzi poi la resistenza s’infrange. Solo le Schutzstaffeln continuano a combattere inesorabilmente. Schutzstaffeln FRANCESI difendono con furore la Cancelleria.

E LA FIAMMA GIGANTESCA SI ESTENDE SU TUTTA L’EUROPA la sudicia Europa città dilaniate incenerite cento milioni di corpi duecento milioni miliardi di frammenti di pietra miliardi di cumuli di pietra

Mi occorre un miliardo di cadaveri l’Europa esplode in neri grumi di città mi alzo a sedere sul letto con uno strozzato grido di trionfo l’Europa si disintrega in montagne di macerie mari di lava contemplo lo spezzone fumante di un’Europa arsa dal fuoco. Tu sei VENDICATO il cuore subisce come un arresto mi duole per eccesso di gioia

È delle anime sordide pensare come il volgo solo perché il volgo è maggioranza.

Ma in democrazia non esistono problemi se non fai soldi sei fottuto il concetto democratico Hitler di una gerarchia fondata sul denaro è una pazzia.

Percorri carponi il corridoio. Ti attendo all’estremità, col denaro.

La sua espressione, concentrata aggressiva. Mi allontano sventolando la banconota. Poi la vedo avanzare strisciando.

Qui, cagna, qui.

Ottimo l’effetto zoomorfico.

ballano nude

l’una bianca l’altra negra

riflesse negli specchi

una generazione di giovani donne con le quali io non ho nulla a che fare non mi detestano mi passano accanto con insuperabile indifferenza distacco assoluto io non esisto perciò occorrerà rapirne un paio e a colpi di frusta far loro bene intendere che esisto anch’io lo faremo prima di morire questa è una certezza ratto a fine di libidine mi spiace sia capitato a voi ma a qualcuna doveva capitare

In ultimo un conflitto nucleare mi salverà. È fatale che scoppi prima o poi. DEVE scoppiare. Si strazieranno a vicenda bruceranno vivi nel loro calderone da streghe. Si macereranno in un’orgia di fuoco. La fissione di un chilogrammo d’uranio Bomba H. Pari e a tutte le bombe esplose sulla Ger. Mi farò grasse risate. Dieci minuti prima di morire. Morire ridendo. Die RACHE la sola cosa che importi. Il più alto destino dell’uomo. Le loro città dilaniate. Incenerite. I loro bambini carbonizzati i treni pieni di bimbi a Dresda. Un lungo fiume di fuoco solo fuoco fuoco dappertutto fuoco e ceneri ceneri ceneri e fuoco e ancora ceneri. Emetto singulti ho come un principio d’estasi. E urla inumane il terrore atomico fra i popoli. Poi il silenzio ovunque sullo sferoide terrestre. Un pallido chiarore violaceo. Ora tutto è grigio. GRIGIO. Nero chiaro.

Morire uccidendo si muero muero matando. Far scorrere flutti di sangue, Mussolini non l’ha capito. I nemici vanno annientati subito

alta maestosa nuda

Inginocchiati puttana fronte a terra

Diverrai un uomo. E tagliati quei capelli, la protesta non sta nella chioma ma nella capacità di uccidere.

Brano sinfonico di un orrore grandioso il crollo breche zusammen was ich gebaut auf geb’ich mein Werk del Walhalla. Le sollevo la gonna scopro le cosce sotto la veste

si divincola un po’ poi sorride

Liessmann accarezza l’altra

lo champagne allenta le difese

fuori cupi colpi di cannone

Organizzazione ad alto livello servi giovani prestanti ragazze pronte. Operazioni erotiche su tavoli laccati gruppi scultorei. Le nudità si stagliano in pose piacevoli, riflesse.

Voluttà tutto questo NO vampe devastanti diluvio luminoso la catastrofe nucleare selve di cadaveri l’incenerimento totale sì che lo sferoide terrestre si disintegri si sbricioli in polvere cosmica Calmarmi

 

col mitra impazziamo lungo la strada

ridendo come dèi

l’arma mi vibra fra le braccia

urla gli umani crollano

l’odore gradevole della polvere

finalmente mi realizzo sono un UOMO

 

Sarebbe bello brillasse il LAMPO ATOMICO. Palazzi crollanti spolpati. Orbite vuote. Strade squarciate arate dal fuoco. La città sbriciolata.

Io posso infliggere DOLORE. La sola forza che mi resti. La mia vendetta sarà alta e sanguinosa come quelli che mi circondano neppure suppongono.

Corpi di fanciulle sulle spiagge. Schiene lunghe. I fusti che le assediano ora sono loro che scopano, e io non ho fatto la mia parte. Fino all’ultimo posso rimpiangere di non aver goduto abbastanza ma non oltre. Il rimpianto cessa con la morte ecco un conforto. Mi uccido. Mi UC-CI-DO. Il gusto della parola.

 

VEDO i grattacieli di acciaio sotto un diluvio di fiamme.

 

Darle il denaro. Poi. D’altronde occorre comportarsi signorilmente spendere con larghezza. Cinquanta colpi di frusta gesto da uomo di prestigio. Torcerà le reni.

Nullità straccio, non si è poveri impunemente. Un solo diritto, morire. Ben venga la fine.

Chi diceva che spazio e tempo sono finzioni concettuali costruzioni della mente. Altro imbroglio degli intellettuali. Lo spazio è una realtà fisica. Quando si è ricchi si fruisce del TEMPO e dello SPAZIO io sono povero perciò sono morto. Sofferenza invendicata.

Che sto a fare qui accontentarmi delle briciole. FINCHE’ C’E’ RICCO SULLA TERRA IO POSSO UCCIDERE. L’emiro del Kuwait un milione di dollari al giorno. Sfruttamento del petrolio dividendi. Ville favolose fuga di stanze rivestite di specchi giardini immensi. SPAZIO. Il serraglio. Fanciulle in attesa capricci osceni. I veri signori possono tornare da una serie di omicidi violenze carnali Nietzsche col cuore pieno di gioia. Sofia la masochista, anche lei nel Medio Oriente. Conobbe uomini straricchi.

er wandert durch die Räume attraversa il bunker.

Colpo di pistola.

La coperta nasconde il capo maciullato avvolge il corpo.

Avviluppato in una grande fiammata

arde

sfera gigante di fuoco. Divora tutto.

Le due semisfere di uranio nella bomba combaciano raggiungono la massa critica ESPLODONO

E=MC2  LA FORMULA DELLA VENDETTA

Spasmi di morte, torturati dalla disintegrazione. Grida di straziante dolore delle donne. Ultimi impulsi di furore. Qua e là una lussureggiante rinascita del mondo vegetale, risvegliato.

E immense plaghe grigie secche, geometriche distese di rovine. Un’unica terra informe e vuota.

 

 

 

 

 

Tutto si fa silenzio il giorno sempre più buio. Ma è un’ALBA nuova che segna la dissoluzione dell’umanità.

La mia stessa morte Mut zum Abgrund come non fossi mai nato.

 

 

 

 

A scrivere di santi, io mi annoio.