Se durante la vostra adolescenza non siete stati solo e unicamente vittime di una spaventosa tempesta ormonale, vi sarà di certo capitato di imbattervi in un testo di Stephen King. Se invece, tra i tredici e i diciotto, avete vissuto un periodo sfolgorante e insolitamente lieto, costellato di viaggi, feste, serate in discoteca, non siete certamente amanti della letteratura. Per esserne dipendenti (ma lo stesso si potrebbe dire per il cinema e le altre arti) “bisogna averne un po’ le palle piene”, come giustamente asserisce quella carogna di Houellebecq. Altrimenti vale il principio indefettibile per cui “se si ama la vita, non si legge”. Dunque, se siete stati degli adolescenti sfigati, seppur in misura moderata, è matematicamente certo che abbiate letto almeno un romanzo dello scrittore del Maine. Partiamo da qui, allora: non stavate tanto bene. Al mattino l’alito puzzolente di caffellatte dei vostri compagni di classe vi disgustava, le ragazze erano un miraggio fascinoso ma inquietante, e mamma e papà non andavano granché d’accordo. Palesemente c’era in voi un bisogno di omicidi, sangue, spiriti, demoni e mostruosità paranormali varie. Non a caso, nel reparto libri di un supermarket, vi siete imbattuti nel re dell’horror. Non sarebbe potuto essere altrimenti!

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La copertina della celebre romanzo It

A Stephen non gli si può che volere bene. Ci ha fatto compagnia quando eravamo solo dei patetici reietti, un rifiuto del sistema scolastico, che non riesce a trovare il suo spazio tra i “cremini”, né all’interno della massa amorfa e sudicia degli studenti di sinistra. Anche per far parte dei marxisti (chiunque abbia messo piede in una scuola lo sa), bisognava “essere fighi”: portare la kefiah, limonare con ragazze che sognavano di farsi sbattere dal Comandante Che Guevara. Grazie al cielo invece, voi disertavate le assemblee di istituto per tornare a casa e leggere. Carrie è stata di certo la vostra più cara amica in quel nefasto periodo, assieme al beneamato giovane Holden. La immaginavate con la faccia e il corpo smunto di Sissy Spacek, come nel film di Brian De Palma. Anche se non eravate proprio il soggetto/a della classe come lei, avete sicuramente desiderato il potere telecinetico di spostare le cose, chiudere le porte, e appiccare un incendio in palestra, mentre quelle facce da cazzo dei vostri compagni di scuola ballavano al ritmo spensierato della loro adolescenza. Quel mondo non poteva che suscitare in voi orrore. Di riflesso, covavate un rancore virulento e furioso. Un’invidia atroce vi montava dentro: “Com’è che per loro è tutto così semplice?”. Vi sentivate esclusi, talmente miserabili da celare in voi un principio di grandezza. Nessuno come King è riuscito a dare voce a questi sentimenti contorti e acidi. Il suo Carrie è in fondo la metafora di una rivolta radicale contro un universo (scolastico in prima istanza, per poi tramutarsi in un baleno in quello degli adulti) che sta in piedi solo sulle spalle dei deboli che ne vengono lasciati fuori, o schiacciati. Si capisce perché la povera ragazza, tormentata dalle bullette della scuola, avesse un’insana voglia di vederle bruciare tra le fiamme dell’inferno.

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Non ho letto tutto di Stephen King. Non so neanche se lui per primo si sia letto per intero. Qualcuno avanza perfino l’ipotesi che alcuni degli ultimi testi pubblicati col suo nome non siano effettivamente usciti dalla sua penna. Ad ogni modo, quei pochi testi che ho letto, come Ossessione, Carrie, It, li ho amati veramente e ogni volta che li riprendo in mano, a distanza di tempo, l’effetto suscitato rimane invariato. Di recente, invece, mi sono imbattuto in una miscellanea di saggi a cura di Harold Bloom, proprio su Stephen King. Non so se avete presente Bloom?. È un vecchio critico letterario rompi cazzo. Normalmente, quando cura una miscellanea su un autore, è per praticargli un superpompino letterario. Con King, invece, l’intento era piuttosto di fargli “un culo tanto”.

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Harold Bloom

Sapete qual è l’accusa principale che Bloom rivolge a King? “Insomma, ma questo signore come si permette di avere dalla sua parte i lettori e di guadagnare tanti soldi?”. Da vomito! Pensate un po’, duecento pagine di saggi vari, solo per dimostrare che King non è uno scrittore, ma “un fenomeno sociologico”, e il suo seguito tra i giovani “la prova del fallimento del sistema scolastico americano”. Premesso che, se il sistema scolastico americano fa pietà, mi sembra a little bit out of proportion attribuirne tutta la colpa ad un simpatico ex professore di letteratura inglese. Ma a quella vetusta cariatide di Bloom poco importa essere serio, quando si è messo in testa che uno gli sta sulle palle. Sicché, con l’aiuto infame e criminale dei suoi sodali, eccolo inventare una serie di motivazioni pretestuose, tipo: King non lascia spazio all’immaginazione, ma descrive ogni cosa come se stesse scrivendo la sceneggiatura di un film; King è postmoderno perché nei suoi romanzi compaiono i soliti elementi del genere gotico rivisti e adattati a un contesto contemporaneo. Vi siete addormentati, vero? In effetti, è soporifero stare ad ascoltare questa cancrena di critici e professoroni. Lasciamoli a marcire nel loro brodo. Tanto, anche per loro giungerà prima o poi la pensione e il meritato trapasso.

Tornando a noi, con buona pace di Bloom, io vi consiglio di leggere King, soprattutto se siete giovani. È formativo, un vero professionista della scrittura. Se tutti i ragazzini lo leggessero, invece di bersi il cervello in discoteca, magari svilupperebbero anche un poco di materia grigia, delle affinità con la grammatica, e non violenterebbero le loro amichette solo per il gusto di filmarle col cellulare. Leggete IT, il più grande romanzo dell’orrore che sia mai stato scritto. È monumentale come un’opera di Charles Dickens (autore chiaramente amatissimo da King). Racconta in modo mirabile la parabola di una generazione cresciuta negli anni 50. Si tratta di un romanzo sull’amicizia, valore in cui King crede profondamente e genuinamente. Così è anche per i ragazzini protagonisti, una banda scalcagnata di perdenti. L’amicizia costituirà per loro l’unica possibilità di salvezza contro IT. Il mostro polimorfe (principalmente pagliaccio, poi licantropo, ecc) assume, di volta in volta, le sembianze della paura più profonda del bambino che tenterà di sgranocchiarsi coi suoi denti aguzzi. Lapidario, il solito criticone afferma che King è ossessionato dall’infanzia, che la vede come panacea di tutti i mali, contro la corruzione del mondo adulto. Premesso che non mi sembra proprio, visto che l’infanzia è l’epoca in cui la paura è più terribile, come emerge bene proprio in IT… be’, ognuno ha la sua! Alcuni raccontano per tutta la vita di quando fecero il militare a diciotto anni, lui invece ha la fissa per l’infanzia! Per lo meno non ce l’ha per gli infanti, come certi scrittori italiani oramai santificati dal gotha dei soliti intellettualoidi!

Ciliegina sulla torta, quel trita palle di Harold Bloom asserisce sdegnoso che “Leggere Harry Potter, o King, non è leggere”, accomunando il Maestro al maghetto dei miei coglioni. Senti, Harold, quando ti farai il brodo, stanotte, fammi il piacere: annegatici!