Spesso l’incontro con i protagonisti della letteratura occidentale passa anche da episodi di vita vissuta, non impressi sulla carta ma custoditi dalla memoria di chi li conobbe direttamente. Pagine pulsanti di vita spesso invise ai professionisti dell’intellettualità pura, a chi si ostina a proclamare l’odiosa dicotomia tra vita e scrittura. Gli epistolari di Nietzsche o i diari di viaggio di Goethe, tanto per fare due esempi luminosi, stanno a dimostrarlo. Lo stesso vale per Emil Cioran. A restituirci le sue giornate, il suo modo di essere e, perché no, le sue idiosincrasie e fissazioni, è quella che fu la sua compagna di vita, Simone Boué, la cui testimonianza è raccolta in una plaquette appena pubblicata da La scuola di Pitagora, a cura di Massimo Carloni. Una vita con Cioran. Intervista con Norbert Dodille (pp. 68, € 5,00) rievoca le atmosfere di un’esistenza passata assieme a uno dei più grandi stilisti della lingua francese del Novecento.

Un sodalizio sentimentale, come intellettuale, iniziato nella Parigi dell’occupazione tra alberghi a buon mercato e mense studentesche e fatto di lunghe passeggiate e altrettanto estenuanti giri in bicicletta (antichissimo rimedio di Cioran all’insonnia, vero e proprio deus ex machina di parecchie sue opere, come non si peritò di confessare in più occasioni). Un legame, soprattutto, improntato su essenzialità ed eleganza, semplicità e profondità, nel cuore bohèmien di quella Parigi che sarà patria d’elezione dell’autore romeno.

C’è un episodio raccontato da Sorin Alexandrescu, nipote di Mircea Eliade, più eloquente di mille impettite trattazioni: quando andò a trovare Cioran, questi si rifiutò di parlare in romeno, esprimendosi in un francese molto “parigino”. Eppure, poco prima di pranzo, prese una pagnotta e iniziò a tagliarla, “abbracciandola” secondo l’uso degli antichi contadini transilvani. È anche in aneddoti come questo che risiede lo spirito di Cioran.

L’intervista a Simone restituisce le istantanee di una vita ritirata e sfuggente, ci parla di un Cioran che scriveva ancora in romeno quando la incontrò per la prima volta (e che per anni si sarebbe rifiutato di ripubblicare i libri scritti nella sua lingua madre), incontentabile e intransigente nei confronti di se stesso e dei suoi scritti. Un Cioran che torna ossessivamente su poche tematiche, che scrive «sempre variazioni sullo stesso tema». Quel tema che noi tutti siamo ma che spetta a pochi – pochissimi – formulare, confessare, ridurre ai minimi termini, condensando lo spirito del tempo. È il Canone Occidentale cantato dal grande Harold Bloom, fatto di individualità dalla solitudine stellare, la cui estetica – irriducibile a psicologismi, sociologie e letture politiche, armi di quella che il critico americano chiama Scuola del Risentimento – costituisce il patrimonio più elevato della nostra civiltà.

Accanto ai bagliori di questo Cioran “canonico” ne troviamo un altro, domestico e quotidiano, che prima di andare a Dieppe, in un appartamentino che dava sul castello, svuotava il frigorifero, spegneva tutto, staccava l’elettricità. Solo che, una volta arrivati nel buen retiro, capitava che decidesse di tornare a Parigi, nella sua mansarda al 21 di Rue de l’Odeon. Bisognava rifare tutto da capo… È un Cioran che prova orrore di fronte all’eventualità di un figlio e che stabilisce un legame simbiotico con un gatto affidato alla sua compagna da un’amica italiana. Parola di Simone: «Lui stesso assomigliava a un gatto, e mi toccava nutrirli tutti e due! Erano entrambi scocciatori e imprevedibili!». Un Cioran che aveva paura di prendere l’aereo e che intimava a Simone di muoversi in treno (salvo poi cambiare posto all’incirca ogni tre minuti, per via di fastidiose correnti d’aria che gli causavano problemi alle orecchie). Fedele al nomos della terra, amava camminare, «svuotare la coscienza, immergersi totalmente nel paesaggio, nel movimento della camminata».

L’uomo, lo scrittore… Nei pochi casi in cui i due entrano in conflitto, vince sempre il primo. Cioran ha timore del successo, l’idea di essere compreso lo terrorizza. A differenza di parecchi suoi colleghi, come Gabriel Marcel ed Eugène Ionesco, sempre in cerca di qualcuno che possa parlare di loro, vede nell’esibizionismo degli intellettuali un marchio d’infamia: meglio vivere lontano dai microfoni e dai riflettori. Chissà che direbbe di fronte a quei tromboni che oggi si contendono le prime serate e le colonne dei giornali…

Una straordinaria storia d’amore che giunse fino agli ultimi giorni di vita di Cioran. «L’ho aiutato a vivere, ora a morire» disse Simone al filosofo della cultura Wolfgang Kraus. Un sodalizio che nemmeno la morte di lui riuscì a interrompere. Simone scoprì i suoi celebri Quaderni, che verranno pubblicati in Francia nel 1997 e quattro anni dopo da noi. Li aveva sempre intravisti, chiusi sul tavolo di camera sua, cui era interdetto l’accesso persino alla cameriera. Era la fucina del genio dei Carpazi, in cui questi traduceva i propri accessi in aforismi graffianti. L’aveva detto lui stesso: «Se i miei libri sono sinistri, è perché mi metto a scrivere quando ho voglia di bruciarmi le cervella». Appunti fugaci, stesi spesso quando non riusciva a dormire, notti bianche tradotte in arabeschi stilistici. L’insonnia, antica magistra vitae… Simone trascrive tutto: è un modo per rimanere vicino al suo compagno, che non è più su questa Terra. Si stupisce che il suo nome non compaia mai. Ma procede, instancabilmente. Cioran ha sempre vissuto solo, anche quando era con lei, anche assieme ad altri: ha sempre scritto di se stesso, anche affrontando argomenti disparati – è sufficiente leggere le sue opere per rendersene conto. Vi ha sempre impresso il suo genio, suggellando con i suoi aforismi (mezza verità o una verità e mezza ciascuno, come scrisse il Kraus più famoso, Karl) il Novecento, secolo breve dei Grandi Solitari. È il Canone, bellezza.