di Luigi Iannone

Stando ad alcune ottime recensioni fatte a Come salvare il capitalismo (Fazi editore) di Robert B. Reich, il pericolo di sprofondare in un cupio dissolvi è reale. La prova inequivocabile che poco o nulla potrà cambiare nel futuro prossimo la percepiamo grazie a quella sorta di inerzia consapevole, quella specie di inazione che impedisce di guardare con positività i giorni che verranno. È infatti lo stesso Reich a chiarirci che l’individualismo ha preso ormai il posto dell’antico senso comunitario e della solidarietà e che un capitalismo malato non potrà essere abolito o fortemente ridimensionato solo con una marcia a tappe forzate ma attraverso la creazione di qualcosa di dinamico e diverso.

Una premessa va però fatta prima di avventurarci nel suo testo. Reich è stato per qualche anno segretario di Bill Clinton e, come capita spesso a coloro i quali passano parte della loro vita ai piani alti della politica, solo quando poi se ne allontanano (ora è infatti professore alla Berkeley University) sono capaci di riscoprire come d’incanto strategie e metodi per migliorare la condizione dei cittadini. Solo allora! Prima si affannano in bagattelle parlamentari in cui si incupiscono e poi, appunto, quando non detengono più le leve del potere, spiegano alle umane genti come dovrebbero andare le cose del mondo.

Ben 300 pagine in cui Reich arriva alla conclusione che solo in America il capitalismo potrà risorgere, perché in quel continente tale modello sarebbe stato sempre pragmatico e mai ideologico come invece in Europa e, perciò, naturalmente predisposto ad evoluzioni. In realtà, ritenevamo che le cose fossero esattamente il contrario, ma tant’è; ora scopriamo questa nuova verità e ce ne faremo una ragione.
Ma una volta date per buone anche queste fantasiose asserzioni, quali sarebbero poi – secondo Reich – le soluzioni da adottare? Beh, le solite sulle quali da decenni si fronteggiano le fazioni politiche in campo. Vale a dire, spingere sul pedale del liberismo oppure nuove regole sulla proprietà, sul monopolio, sul diritto fallimentare e così via.

Quest’ultima, una ricetta per tanti aspetti anche condivisibile (dalle nostre parti si direbbe neo statalista) ma sempre dal di dentro della fagocitante balena capitalistica. E perciò, poco ardita, baldanzosa solo nel titolo e peraltro, preannunziata nei particolari sin dalla introduzione del libro: «Dimenticate la diffusa convinzione che si tratti di un sistema meritocratico, in cui chiunque, se lavora davvero sodo, può farcela; che quelli che non ce la fanno, i poveri, siano responsabili della loro condizione. Dimenticate, soprattutto, l’idea che il mercato sia così com’è perché la sua razionalità intrinseca l’ha plasmato nel migliore dei modi possibili. Il mercato, come ogni cosa creata dall’uomo, può essere ordinato e regolato in molti modi alternativi, e chi ne decide le regole è la politica».

Con lo scorrere delle pagine Reich si contraddice riconoscendo che il sistema politico attuale, in specie quello americano, è il più ‘guasto’ di quanto sia mai stato dalla Seconda guerra mondiale e reclama un impegno ancor più pressante contro i poteri forti da parte dei cittadini. Poteri forti di cui lui, da segretario di Clinton, avrebbe dovuto invece conoscerne le molteplici fattezze; ora invece pretende più Stato e più partecipazione da parte dei cittadini. Facile a dirsi come ogni favola raccontata in questo scorcio di inizio millennio: da politici navigano nella contingenza; da professori dispensano consigli.