Parlare di Francia in questi giorni è oltremodo scontato. Analisi di tutti i tipi si riversano come pioggia sui dati caldi delle regionali. Tra chi urla al pericolo scampato per la democrazia e alla provvidenziale ribalta del fronte repubblicano, l’unica evidenza oggettiva rimane il gusto veteronovecentesco dei giornalisti, italiani & non, pronti a rispolverare gli elmetti di una trincea ideologica che nel profondo non hanno mai abbandonato.
Cade dunque con una strana e propizia puntualità, questa breve riflessione su un intellettuale francese, nello specifico sul suo ultimo scritto, quasi totalmente sconosciuto ai più.  Estraneo ad ogni testo scolastico per l’anatema culturale e politico che lo accomuna a tutti gli sconfitti della storia, Robert Brasillach, latita dalle stampe delle principali casi editoriali.  Solo case editrici, per così dire “controcorrente”, definite  da chi del pluralismo fa apparente bandiera: “paccottiglia nostalgica”, hanno dato spazio agli scritti di questo giornalista, poeta, scrittore e drammaturgo vissuto a cavallo delle due guerre mondiali, colpevole d’esser stato uno dei principali “Collabos” dell’intellighenzia francese.

Accomunato da Tarmo Kunnas a Drieu La Rochelle e Cèline per quella che fu, secondo l’intellettuale finlandese la “Tentazione Fascista”, Robert Brasillach, vicino all’Action Francaise di Charles Maurras,  ebbe un pensiero difficilmente incasellabile negli schemi tradizionali di destra e sinistra. Mosso, come egli stesso riconobbe, da un naturale amore per virtù come la fierezza e il patriottismo , senza cadere mai nel più miope nazionalismo, Brasillach apprezzò al contempo modelli come la monarchia inglese, per l’ampia cittadinanza ivi concessa alle libertà individuali, tallone d’Achille, di quelle nazioni in cui il fascismo aveva preso piede ed a cui il “Collabo” guardava con schietta ammirazione.
Il suo fascismo “immenso e rosso” è, prima ancora che dottrina politica, “poesia del Novecento”. Lo spirito non più latente di un’Europa che stretta tra la morsa delle democrazie borghesi -sorde alle più basilari rivendicazioni sociali- e lo spettro del comunismo russo, risponde con un movimento uguale e contrario a quello che aveva mosso la patria di Lenin e Stalin.
Brasillach fu critico anche nei confronti del regime di Mussolini, scintilla indiscussa del fascismo europeo, ma troppo spesso distorto da contingenze politiche e sociali di un popolo “gentile nella sua classe contadina e insopportabile nella sua borghesia”. La sua inconfutabile intuizione, motore centrale dello spirito ai “Collabo”,  fu quella di identificare in evidente anticipo rispetto alla storia, la necessità, per una prosperità europea, di un’intesa franco tedesca capace di cancellare gli odi maturati in secoli di sanguinari conflitti.
È questo, insieme e a tanti altri, il tema di una appassionata lettera, che Robert Brasillach, indirizza ad un ipotetico “Soldato della Classe ’60”, per i metodi di calcolo della futura leva francese di un giovane nato nel 1940.
Non c’è fiction nelle pagine del poeta, che scrive da Frenes luogo in cui, detenuto, attende con dignitosa la condanna capitale.  Non ha ucciso il trentaseienne Brasillach, non ha corrotto né imbracciato armi d’alcun tipo. Ha scritto, scritto articoli che a detta del suo accusatore “hanno fatto più male alla resistenza francese di un battaglione della Wehrmacht” facendogli così ottenere l’accusa di “Intelligenza con il nemico”.

È la tremenda condanna della storia, che non finisce con il cappio, né con la testa tagliata, ma che si perpetua con un ostracismo ideologico duraturo, che nel silenzio dell’indifferenza avvolge anche i giovani della classe 2000.
Le riflessioni sulla nazione, sul suo destino, i rimandi ad Andrea Chenier poeta francese ghigliottinato dal fanatismo giacobino, sono i temi su cui Brasillach scrisse un saggio poco prima di morire. Sono i pensieri d’un uomo che s’avvia alla fine: la mente al passato, alla militanza, giusta o sbagliata che fosse, gli amici, la madre e la sorella e il monito verso un giovane che non dovrà arrendersi, per quanto l’orizzonte d’una vita senza tumulti possa essere più augurabile d’una fine in galera o peggio al patibolo. È questo e molto altro, l’accorata lettera dello sfortunato scrittore, unico di una serie di intellettuali “Collabos” a pagare con la vita per le proprie idee.
Non sta a questa sede, né tanto meno a chi scrive, dare un giudizio storico su eventi tremendi macchiati da ideologie esasperanti e da violenze al limite dell’umano. Quel che rimane però a chi vuol davvero sapere,  è la triste presenza d’un filo spinato, che ancora oggi tiene distanti uomini come Robert Brasillach, che dalla parte sbagliata della storia, pagano uno scotto troppo salato, per aver pensato, vissuto una autentica tensione ideale, troppo spesso ridotta a  “mera connivenza” con l’invasore.