La ferrovia è un bazar per narratori: personaggi e panorami rendono il viaggio un romanzo. C’è un libro che è una gemma. Mi fu donato da mio papà quando avevo 14 anni, l’età in cui incominciai a divorare libri e a sentire dentro me il pulsare frenetico, esagitato, affamato della curiosità per questo mondo e le sue storie, sentimento perennemente insoddisfatto, che mai verrà colmato e forse proprio per questo così vivo, così esigente, così totale, così importante. La curiosità è una dea. È una divinità intima che pretende continue offerte. Gli omaggi che porgiamo alla dea curiosità sono i libri che leggiamo, i viaggi che compiamo, le esplorazioni con le gambe, con la mente, con il cuore. Bazar Express – in treno attraverso l’Asia di Paul Theroux è un culto personale, uno dei libri che più mi ha formato, regalandomi divertimento senza freni e sogni meravigliosi. Insieme alle avventure di Salgari, è stata guida del desiderio della scoperta, il fiammifero che ha appiccato un incendio interiore; a 14 anni, tra un giornaletto di donne nude, un testo di algebra poco aperto perchè all’epoca fiero somaro, e teppismi vari, capii una cosa: io voglio viaggiare, e viaggerò; così è stato, voglio crepare camminando onorando fino all’ultimo respiro la dea curiosità.

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Il capolavoro di Paul Theroux nell’edizione vintage degli anni Settanta

Bazar Express di Theroux è un diario di viaggio su rotaia. Nel 1973, l’autore, americano trapiantato a Londra, compie un’impresa meravigliosa e folle. Inizia prendendo posto sul Londra-Parigi delle 15.30, attraversa la Manica, sale sul vecchio vagone decadente del leggendario ma ormai stanco e morente Orient Express e la sua mitica tratta Paris-Lausanne-Milano-Trieste-Zagreb-Beograd-Sofiya-Istanbul, viaggia nella Turchia centrale sull’espresso del lago Van, s’immerge in Persia con il Teheran Express (su dove ci soffermeremo) e prosegue nella tenebra sferragliante del Postale notturno per Mashhad, s’arrampica con il Locale del Khyber Pass tra le lande selvagge tra Afghanistan e Pakistan, prosegue nel ventre indiano sul Rajdhani Express fino a Bombay e ritorno a Delhi via Rajasthan dalla città rosa di Jaipur, taglia il subcontinente in due con il Grand Trunk stantuffante per Madras, discende nel caldo fradicio con il treno più lento al mondo, il locale per Rameswaram che frena stridente ogni dieci minuti per 94 fermate, poi s’imbarca sul battello a vapore per Ceylon, lacrima dell’India e quindi a zonzo tra Talaimannar, Galle, Kandy, Colombo; la dimensione del viaggio si fa ancora più profonda, lontana e aliena; di nuovo sù, verso Calcutta la putrida, e dopo vede il tramonto di Rangoon dal finestrino del Mandalay Express nel cuore dell’Alto Burma; sempre più Asia con il rapido di Bangkok, verso gli anfratti umidi del Sud Est; difatti adesso è in Laos, dove striscia il serpente Mekong, segue il fischio della locomotiva dell’International Express per Butterworth lasciandosi alle spalle Bangkok che puzza di sesso, ma è una fragranza frammista alle zaffate più pungenti di morte e soldi insieme, percorre la penisola di Malacca con la Freccia d’Oro per Kuala Lumpur, il voyageur-voyeur scruta il mondo che scorre dal finestrino, ora è sul North Star Night Express per Singapore, nuova, nuovissima, illuminata di modernità e dollari, scorre sulle rotaie della vecchia Transindochinois in un’Indocina allucinata da una lunga guerra americana, Saigon – Bien-hoa – Da-nang – Hué, il Vietnam del sud non è ancora caduto ma cadrà a breve, fa un balzo aereo sopra l’oceano Pacifico e atterra nel futuro sull’Uccello mattutino – Hatsukari Limited Express per Aomori, sul Grande cielo – Ozora per Sapporo, sul Raggio di sole – Hikari Super Express per Kyoto, sull’ Eco – Kodama per Osaka, ed infine, l’ultima meraviglia del vagamondo, la Transiberiana da Vladivostok a Mosca, 10.000 chilometri di deserto bianco e vodka. Dio, che viaggio.

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Per treno attraverso l’Asia

Nelle pagine erranti di Theroux c’è una breve parte dedicata al viaggio in treno affrontato in Iran: Cap 4 – Il Teheran Express. Rileggerlo dopo la mia vacanza persiana di questa estate è stato a dir poco coinvolgente; ci sono passaggi che descrivono una nazione ormai scomparsa, una sbirciata temporale nell’epoca dell’ultimo scià Mohammad Reza Pahlavi, raccontata da un viandante su rotaia del 1973, anno a noi vicino, eppure molto lontano se scrutato attraverso la prospettiva storica del luogo, che è mutato radicalmente.

Il Trans-Asia Express lascia la Turchia per passare il confine. A bordo, un’umanità colorata. Gustose sono le descrizioni sui branchi di hippie, masnade di capelloni che allora infestavano le rotte esotiche del pianeta, in cerca di libertà modaiole o di “se stessi”. Che strani figuri, c’è una gang di oscuri giapponesi dalle gambe storte e dai capelli setolosi che s’accompagnano ad una donna nana, capeggiati da un truce dall’aspetto feroce e dai sandali di plastica. C’è anche una tribù tedesca, gli uomini barbutissimi e le ragazze coi capelli a spazzola, il cui capo indiscusso è un orrendo gorilla sudato che occupa il corridoio e che non fa passare gli altri passeggeri. Ci sono anche squadre pulciose di svizzeri, francesi e australiani, di cui l’autore ha un tenero ricordo: nei momenti peggiori, in quelli più disperati e meno comodi, mi trovai sempre in compagnia di australiani, come per ricordarmi che avevo toccato il fondo. Curioso, capitò anche a me un’esperienza simile a Nuova Delhi, quando scappai dalla mia ex di allora per andare a tracannare forte litri di birra Kingfisher e i colleghi di bevuta erano dei brutti e sporchi ceffi d’Australia, dai denti mal curati, che parlavano un incomprensibile inglese con le patate in bocca. Ma non divaghiamo.

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Rovine dell’era imperiale e decadente dello Shah

Paul è adesso in Iran, e nella notte sente ansimi e gridolini di piacere ad un metro da lui, è la perenne stagione dell’amore degli hippie, che s’accoppiano noncuranti del resto del vagone. Ma al di là della loro trasandata libertà sono ragazzi condannati. Conciati come indiani selvatici, in realtà è solo una mascherata, sono borghesi americani. Scrocconi navigati, amici delle mosche, eterni perdenti. Però hanno belle ragazze al seguito, bisogna dargliene atto.L’avamposto ferroviario di Qotur, simile ad un supermercato, è dotato di una stazione nuova di zecca, è la prima immagine di un Iran monarchico in fase di forte modernizzazione, ma dalle contraddizioni altrettanto forti. Il cemento armato è l’elemento del nuovo corso, della Rivoluzione bianca di Mohammad Reza Pahlavi, e nelle grandi stazioni tre immensi ritratti guardano le folle: sono lo scià, sua moglie l’imperatrice Farah, e il principe ereditario Ciro Pahlavi, adolescente. L’ingrandimento esagerato, quindici volte le dimensioni normali, fanno quelle figure volgari, grassocce, voraci, e mostruosamente regali. La monarchia è assoluta e assolutista, onnipresente.

Nel frattempo il cameriere della carrozza ristorante, in giacca bianca immacolata, cinque volte al giorno s’inginocchia in cucina:

Non cè altro Dio al di fuori di Allah, e Maometto è il suo profeta.

Fuori, il panorama mostra colline e la catena verde-blu delle montagne, e tra villaggi e altipiani, alte fiamme delle raffinerie petrolifere lambiscono il cielo. Teheran nel 1973 è una metropoli cresciuta su un villaggio. In una nazione così ricca di antichità, storia, cultura ed arte, la sua capitale risulta esserne priva, e afflitta da un traffico terrorista e un inquinamento soffocante. Teheran è di plastica, città del denaro veloce, di polvere ed arsura. Nei viali i nuovi ricchi fanno sfoggio di Cadillac e Mercedes, ben fasciati da abiti all’ultimo grido dell’Ovest e rinfrescati dai venti artificiali dell’aria condizionata. Sì, sono belle le donne dell’upper class di quello stato che ha scelto l’ovest, voltando le spalle alla tradizione, ma è un’illusione solo per pochi.  E di notte, si accendono le insegne di locali oggi impensabili, di spogliarelliste, di comici con ridicoli cappellucci e dei cinema porno.

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Luci e ombre

Teheran brulica di stranieri. Vengono pubblicati due quotidiani in inglese, di cui uno per gli americani, uno in francese, un settimanale in tedesco. I tanti tecnici americani che lavorano negli impianti del paese, sono molto coccolati dalle aziende petrolifere per cui lavorano. Per ogni settimana che passano nel deserto, hanno diritto ad altrettanto giorni di riposo e svago nella luccicante capitale, sempre affamata di dollari.

I bar assomigliano ai saloon del Far West

Yankee grandi e grossi, dalle braccia abbronzate, sgolano birra a fiumi stravaccati sui sofà, fanno casino, maltrattano i camerieri, attaccano briga. Si sentono a casa loro. Fanno come se fossero a Dallas, Texas. Lo sguardo di Paul Theroux, viaggiatore nei primi ’70, è una piccola conferma storica di quello che già sappiamo sull’Iran dello Scià, una nazione tenuta con il pugno di ferro da una ristretta elite e la cui sovranità è vincolata da avidi legami dettati dall’oro nero. Sul Postale Notturno per Mashhad, città sacra dove è seppellito l’ottavo imam ʿAlī , c’è ancora spazio per un ultimo sorriso.

“Niente birra, eh?” dissi al cameriere.

“Allora cos’è che avete?”

 “Kebab di pollo.”

 “No, cos’altro c’è da bere?”

 “Bistecca.”

 “Avete del vino?”

 Lui annuì.

“Che tipo?”

 “Pilaff di pollo, minestra, salade.”

 Abbandonai l’idea di bere e decisi di mangiare qualcosa.