di Federico Franzin

Quello dell’Apocalisse è l’ultimo libro della Bibbia . Quello che escatologicamente da un senso al tempo e all’errare dell’ umanità . Un senso compreso tutto nel giudizio finale. Quella della fine dei tempi è una questione oscura e immanente nel destino umano che si manifesta spesso in maniera inconscia. La fantasia letteraria ha avuto modo di affrontarla spesso in epoche moderne dove la certezza religiosa della fine dei tempi è stata sostituita da una più vaga e laicamente inquietante premonizione nichilista di catastrofi e desolati panorami di devastazione creando una sorta di filone più o meno sotterraneo ma che vede come protagonista l’ideale ultimo uomo sulla terra .
L’ultimo uomo è anche un romanzo poco conosciuto di Mary Shelley, molto più nota come la creatrice del mostro di Frankenstein. Il romanzo è una bizzarra ricostruzione di un ipotetico testo profetico recuperato a Napoli che narra la fine del mondo attraverso guerre e pestilenze a cavallo dell’Europa fino ad arrivare alla morte dell’ultimo uomo nel 2100. E’ uno dei primi esempi di riflessione sulla fine del mondo slegata dall’incombenza biblica dell’apocalisse come giudizio finale.

L’ansia per il futuro e le fantasie della fine in un momento di grande ottimismo per l’umanità attraversano la fantascienza di stampo vittoriano grazie anche a romanzi come La macchina del tempo di H.G.Wells. Esteticamente precursore di scenari steampunk è la storia di un viaggio nel tempo (il primo attraverso uno strumento meccanico) fino all’anno 802.701 dove l’umanità risulta divisa tra due blocchi sociali in guerra  (forse allegoria delle divisioni sociali ottocentesche) andando poi ancora avanti fino ad un mondo lento e vecchio privo di forme di vita e stancamente illuminato da un sole più freddo e gigantesco assecondando le previsioni stesse della scienza.
Il nuovo secolo si inaugura con La nube purpurea di Matthew Phipps Shield. Il mondo viene annientato da una misteriosa nube che lascia un superstite a viaggiare tristemente per l’Europa incendiando le città che incontra . La furia iconoclasta dell’ultimo superstite della civiltà umana profetizza in qualche modo l’Europa in fiamme da lì a venire attraverso le due devastanti guerre mondiali.
La fantascienza durante il Novecento darà sfogo alle più svariate motivazioni apocalittiche. Dalla sconfitta della civiltà da parte della natura in Più verde del previsto a lo spegnimento dell’energia elettrica di Diluvio di fuoco , romanzi questi  piuttosto dimenticati. E’ con il noto Io sono leggenda  di Richard Matheson, dove un batterio trasforma la popolazione umana in vampiri, che lo spessore si fa più profondo nella riflessione della solitudine interiore. La desolazione del protagonista immune alla malattia, il rifugio nell’alcol e nelle abitudini che lo mantengono aggrappato al mondo che fu e il rovesciamento dei ruoli – diventando lui stesso un mostro in un mondo di nuovi umani – ne fanno qualcosa di più di un tipico romanzo di fantascienza, proiettandolo la stessa in un campo più elevato di letteratura.

Il genere fantastico eleva maggiormente il proprio spessore letterario diventando specchio di ansie e riflessioni interiori proiettate in ipotetici scenari più o meno realistici e profetici.  L’assenza di speranza è un po’ la caratteristica comune della letteratura apocalittica. Ma se esiste un residuo di essa quello sta nell’uomo stesso. Nella sua capacità di sopravvivere e nel suo tentativo di ricostruire una nuova società residua. Il fenomeno preppers è oggi in larga diffusione . Tecniche di sopravvivenza a situazioni estreme e capacità di procurarsi il cibo assieme, a quelle  di garantire la sua lunga conservazione, sono le basi per chi prevede come certa la possibilità imminente di una catastrofe tale da portare la civiltà al collasso e che si prepara in maniera organizzata. A questo proposito c’è un interessante asse che parte da Jack London e arriva fino alla Play Station passando per Cormac McCarthy.
Jack London, più noto come autore di avventure e sopravvivenza negli scenari crudeli delle innevate montagne americane è anche l’autore di un romanzo breve che si distacca dalla sua produzione tipica , La peste scarlatta. I superstiti di una terribile malattia si confrontano con i ricordi di una civiltà oramai dimenticata. La fotografia malinconica del mondo getta le basi al futuro in La strada di McCarthy, dove un uomo e suo figlio percorrono un mondo devastato da un misterioso cataclisma, lasciando i superstiti a lottare per la sopravvivenza attraverso i residui della civiltà conclusa, con la Natura che lentamente riprende il sopravvento . Affrontando avversità e l’abbrutimento dell’umanità superstite il romanzo diventa una sorta di percorso di formazione grigio e desertico che getta tristi ombre sull’inevitabile destino dell’uomo.

La forte ispirazione iconografica e umana di La strada ha influenzato il gioco per consolle The last of us. L’avventura interattiva è un capitolo probabilmente sottovalutato dei nostri tempi. In fondo una sorta di nuova letteratura, di nuova cinematografia.  Il gioco premiatissimo e vendutissimo raccoglie l’eredità di London e McCharty  e la proietta in un futuro drammatico dove città devastate,  foreste innevate e solitudine irrimediabile sono lo scenario per delle micro comunità costrette a tentare di sopravvivere nonostante tutto. Una avventura malinconica e violenta che lascia un peso nello stomaco e il terribile dubbio che il futuro potrebbe essere peggiore del passato. L’enorme successo di una avventura del genere da vivere in prima persona , come anche de La strada (tradotto in film nel 2009 con The road) è segno che non serve essere preppers per avvertire il senso antico di un libro altrettanto antico come l’apocalisse di San Giovanni.