di Marco Ausili

La falsità delle apparenze, verrebbe da dire. E infatti a guardarlo in foto, Angelo Tonelli, con capigliatura improbabile e abbigliamento bizzarro, pare appartenere a qualche razza di artisti pazzoidi. E invece è grecista, tra i maggiori viventi. È riuscito nell’insperabile: tradurre tutto il teatro di Eschilo, Sofocle e Euripide per le più importanti case editrici italiane. A proposito di insperabile, nel 2010 aveva pubblicato per i tipi di Armando Editori Sperare l’insperabile. Per una democrazia sapienziale. Ma qui non c’entra la tragedia classica. Più che altro si parla di società. Ed è in questa sede che Tonelli compie la sua muta: si libera della pelle cangiante del poeta, performer e autore teatrale, per mettersi i panni dell’acuto osservatore della contemporaneità. L’ignoranza diffusa, l’avidità, la violenza e il Dio Denaro sono, secondo lo studioso, le tendenze negative di base, le quali eserciterebbero una pressione preponderante sulla psiche dell’umanità. Nel suo saggio, lo stravagante traduttore, asseriva: o si riesce a creare una nuova direzione, illuminata, della civiltà globale, in grado di agire in controtendenza rispetto alla crisi eco-antropologica in atto, oppure si andrà incontro a una vera e propria catastrofe della civiltà stessa.

A distanza di cinque anni, Angelo Tonelli ha la stessa chioma folta, ma pure un libro fresco di stampa che fa il paio con quello descritto: Seminare il possibile. Democrazia e rivoluzione spirituale, Albo Versorio, Milano, 2015. È un libello pratico e rapido. Si legge tutto d’un fiato, in un’ora. Ma consegna un’offerta seducente alla riflessione politica. Infatti, se da una parte si espongono le derive che insistono sui nostri tempi, dall’altra, con vivace disposizione asseverativa, si suggeriscono spunti per una rivoluzione da consumarsi nel breve e medio termine. Dicevamo, le derive. Ovviamente la televisione (che passivizza e distrae le masse), ma soprattutto l’eclissi della misura: “Tutto, nella lis globale, agisce all’insegna della dismisura: la vertigine architettonica dei grattacieli, il potere illimitato della tecnologia, l’invasione dello spazio celeste, la velocità dei mezzi di locomozione, la proliferazione inarrestabile di oggetti di consumo, la potenza micidiale, magica di armi come il drone che possono uccidere da lontano, mosse da mani e menti invisibili. E altro. Abolito il senso del sacro e del limite, gli umani si ergono a dèi dissacrati e dissacranti, capanei destinati a soccombere sotto i colpi di una Dìke che assumerà sempre più il sembiante di una catastrofe ecoantropologica irreversibile. È già in atto”, (p. 35-36). Poi la disamina si fa tutta politica e l’eccentrico grecista dichiara perentorio: “La democrazia nasce in Grecia, nella città-stato, la lis. E muore nella società globalizzata e mediatica contemporanea”, (p. 20). Ecco l’acme del pensiero tonelliano. Viviamo nell’assenza della democrazia, mentre tanta parte dell’intellettualità, compresa la casta politica, non perde occasione per delegittimare quanti propongono un forte cambiamento, in quanto presumibilmente demolitore delle odierne libertà democratiche. Ma non si può difendere l’esistenza di qualcosa che non esiste. Se lo si fa, o si è ignoranti o in malafede. Dunque, non si può difendere questa democrazia, perché essa non è già più tale. È divenuta plutocrazia, o posocrazia (dominio della quantità) e oclocrazia (dominio della folla, ovvero del démos privata di interiorità e autonomia di giudizio).

Che cosa fare allora? Anzitutto si propone di abolire la forma partito, perché esso “unito al suo interno, si contrappone all’esterno, per acquisire potere attraverso il consenso”, (p. 44). Al suo posto si immagina la presenza di amministratori pronti a giurare su una “Carta dei Valori” che contrasti qualsiasi forma di malversazione, ingiustizia e  avidità: “Uomini, dunque, e programmi. Nessuna ideologia, nessuna religione a aggregare le menti. E separarle. Nessun furbastro a gestire il potere in collusione con massonerie deviate, banche e finanza internazionale”, (p. 49). Inoltre si incita all’istituzione di più stringenti organi di controllo preventivo e a posteriori sull’operato degli amministratori, all’intensificazione di forme di comunicazione di elementi sapienziali e di momenti di formazione etica e spirituale dei politici.

Angelo Tonelli non è un filosofo, né un sociologo. È un letterato, una specie di artista. Per questo forse il suo discorso sarà disorganico e talvolta velato di facile entusiasmo. Ma anche Angelo Tonelli è dalla parte di una critica radicale e originale nei confronti del sistema, perciò inseriamolo sicuramente nella nostra biblioteca.