di Luigi Iannone

Ludwig Klages (1872-1956) è uno dei dimenticati. Uno dei non pochi pensatori che sembravano riposti per sempre nel cassetto dal mainstream dominante e che dunque faceva fatica ad essere presente in una qualunque libreria privata; figurarsi avere la gradita sorpresa di vedere una sua opera pubblicata in Italia. Il Paese campione del politicamente corretto. Il suo è una caso paradigmatico. E non una, ma più motivazioni alla base di questo evidente ostracismo generalizzato. Innanzitutto, Klages non si muove negli angusti e circoscritti spazi dell’accademismo. Questo fatto, già di per sé, segnerebbe molti punti a suo sfavore. Godere di un apparato così potente (come lo è, ma lo era anche nel secolo scorso) quale quello accademico-editoriale rappresenta una strada spianata per la diffusione in ampiezza delle proprie idee.

Inoltre, è stato un pensatore esplicitamente ostile al modello gnoseologico della razionalità moderna. Per essere chiari: il suo viaggio formativo ha attraversato ambiti fuori da ogni schema convenzionale. In più, essendosi mosso intorno a discipline scientifiche apparentemente sulfuree come la grafologia e la scienza dell’espressione, verrebbe da ricacciarlo sin da subito nell’ambito di quei studiosi che definirli stravaganti sarebbe il minimo. Il bel volume pubblicato da Marinotti edizioni (p. 200, euro 22), tradotto e curato dall’ottimo Davide Di Maio, intercetta tutti questi profili pur partendo da Espressione e creatività, uno studio pubblicato la prima volta nel 1913, in cui, con una nuova estetica si intercettano in maniera inconsueta termini come ‘percezione’ o ‘carattere’, e si disvelano le pieghe di una interiorità che fa tutt’uno quella che egli definisce ‘’atmosfera’’, facendosene dunque partecipe. E se vi fosse ancora un lettore poco incuriosito da questo camminare apparentemente senza meta, dovrebbe leggere i titoli dei paragrafi o dei rispettivi capitoli per scoperchiare dietro l’apparente sinuosità l’originalità degli studi e andare al cuore delle questioni: La scienza dell’espressione, La finalità del movimento espressivo, Critica della teoria darwiniana dell’espressione, Immagini espressive di gioia e di collera, Il talento della scrittura, Del sentimento dello spazio nella grafia.

Peraltro, le intenzioni vengono chiarite dallo stesso Klages nella premessa. La volontà è quella porre i Fondamenti della scienza dell’espressione; predisporre una fisiognomica dei movimenti che vada ad intercettare l’essenza stessa della natura. E poi da un lato la grafologia, dall’altro appunto la scienza dell’espressione. Entrambe da considerarsi una tappa del ben più complesso scenario intellettuale in cui andranno ad inserirsi negli anni successivi i suoi problematici studi. Ma, allora come oggi, tali percorsi sono segnati dal rifiuto categorico di una cultura che si perde in mere esercitazioni letterarie e filosofiche.  Chi avrà il piacere di leggere le tortuose ma rinfrancanti pagine di questo libro ne coglierà innanzitutto lo spirito di fondo che governa tutta l’opera di Klages. L’idea di una attutita eppur sempre presente forza creatrice in grado di farci risorgere dalle brume del nichilismo, e che lui identifica nel ‘talento’: <<particolare forma di ‘forza formatrice’ – scrive Di Maio – consistente “nella capacità di riempire di espressione fino all’orlo una qualche azione proporzionalmente alla pienezza animica disponibile” o, detto altrimenti, nella capacità di “rafforzare l’espressione oltre la norma!”>>.

Dunque, un cammino contro la meccanizzazione. Uno studio dei fatti come esercizio rituale della scienza classica ma anche assimilazione dei segni e delle espressioni; la sensibilità dell’anima come stato vitale di comprensione del tutto.