La cosa che più sorprende nel leggere Le fogne del Paradiso è scoprire che un personaggio come Albert Spaggiari, ex militare e bandito francese di origine italiana, sia riuscito a scrivere un romanzo così bello. Legionario in Indocina, fotografo in Provenza, ladro in Costa Azzurra e latitante in Sud America; il suo profilo è lontanissimo da quello dello scrittore tipo. I grandi autori sono spesso borghesi sfaccendati che riempiono il tempo riversando su carta quello che non sono riusciti a compiere nella loro vita. Per Spaggiari è vero il contrario. Egli ha potuto mettere nero su bianco quello che nella vita è riuscito a realizzare, nel tempo che rimaneva tra avventure militari, rapine, carcere e fughe rocambolesche. Dopo aver tentato la via legale nel commercio con un negozio di fotografie, stanco e deluso, decide di dare una svolta alla sua vita, colorandola d’avventura. «Meglio gangster che borghese» diceva dentro di sé il giovane Ernst Jünger. E Spaggiari pare averlo preso in parola, alla lettera. Ecco come si presenta:

«Albert Spaggiari, detto Bert. Soldato di ventura, militante, ladro, pregiudicato… Umile e megalomane. Per principio, io viaggio nel mezzo della strada […] Ho la gamba lunga e a volte anche il braccio […] Io sono un ladro. Ve lo dico per onestà»

Spaggiari Fogne del Paradiso

Bébert il randagio, col suo fisico smilzo si definiva «una specie di grande asparago su suole di vento». Viaggiatore «senza bussola, senza carta, senza rete», riuscì a compiere il colpo del secolo «senza armi, senza odio, senza violenza». Un personaggio di tale fattura non poteva certo sfuggire ancora a lungo al pubblico italiano. Il 2016, infatti, è stato l’anno di Spaggiari. In occasione del quarantennale del famoso colpo alla Société Générale, la casa editrice Idrovolante ha pubblicato la biografia Vita spericolata di Albert Spaggiari, a firma di Giorgio Ballario, mentre la casa editrice Oaks diretta da Luca Gallesi, ha pubblicato, nella collana Ribelli, il romanzo autobiografico Le fogne del Paradiso. Nizza 1976: la rapina del secolo. Il libro si legge tutto d’un fiato, tenendo il lettore attaccato alla pagina, come fosse un romanzo di Dumas. E questo lo si deve soprattutto alla mirabile traduzione di Jacopo Ricciardi che è riuscito a rendere vivo lo stile rabbioso di Albert.

Ma ciò non sarebbe stato possibile senza la determinazione di Carlos D’Ercole che si è incaricato personalmente di far tradurre il romanzo, per sottrarlo dall’oblio in cui è stato confinato. Tutto nasce «in una pigra sera dell’ottobre 2010», quando D’Ercole incontra Tomaso Staiti Di Cuddia –per caso o per destino- fuori dagli studi televisivi di Via Feltre a Milano. Ed essendo quest’ultimo il detentore dei diritti italiani del libro, è a lui che è diretta la prima proposta per la pubblicazione. Staiti accetta. Seguirà il travaglio dell’itinerario burocratico: il nulla osta dall’editore francese, l’incontro con la moglie di Albert, sei mesi di lavoro sulla traduzione… E poi, il giro delle case editrici italiane, che gli chiuderanno le porte in faccia: “Bello, grazie. Ma non fa per noi”. Il progetto pare arenarsi. Passano cinque anni e nel giugno del 2016 arriva una telefonata di Stenio Solinas: “Carlos, forse abbiamo trovato l’editore per Albert”. Lo hanno trovato. Le dodici fatiche D’Ercole sono terminate: le fogne di Albert Spaggiari vedono finalmente la luce. Speriamo sia quella del Paradiso sperato. Dipende tutto dal pubblico dei lettori italiani.

Da sinistra, Carlos D'Ercole, Massimo Fini, Tomaso Staiti, Stenio Solinas e Luca Gallesi durante la presentazione del libro avvenuta a Milano nell'ottobre del 2016

In senso orario: Carlos D’Ercole, Massimo Fini, Tomaso Staiti, Stenio Solinas e Luca Gallesi durante la presentazione del libro avvenuta a Milano nell’ottobre del 2016

Albert è sempre stato un ribelle, fin da piccolo. Lo dimostrano i suoi ricordi d’infanzia, vissuta tra la liberazione della Francia dai tedeschi, le prime punizioni e, soprattutto, il primo scasso, avvenuto nella biblioteca del collegio in cui è rinchiuso, per sottrarre i libri proibiti. Scopre così «i più esaltanti amici d’infanzia». Sono tutti eroi letterari, incontrati tra le pagine dei romanzi:

«Con Gerabault ho corso dietro al sole, con Monfreid ho venduto schiavi negri agli arabi, con Giono mi sono divertito come un re, con Céline…»

Orfano di padre dall’età di tre anni, il suo destino non è dei migliori. Compie la prima aggressione a mano armata tra i nove e i dieci anni, con la 38 Smith&Wesson dello zio Justin, il patrigno tanto amato. Ma Spaggiari è come il nostro Vallanzasca. Non accetta giustificazioni autocommiseratorie per le sue scelte, e non punta il dito contro la società:

«Albert Spaggiari, inasprito e sconvolto per le conseguenze di un’‘infanzia infelice’? Mi fate ridere.
Se io sono stato sfortunato, centomila volte sfortunato, sono anche stato felice tra le mie disgrazie»

Albert Spaggiari in posa mostra il suo sorriso beffardo

Albert Spaggiari, in posa, mostra il suo sorriso beffardo

Un po’ di naja in Indocina, un po’ di galera…

Poi, il ritorno in Francia e l’apertura di un negozio di foto, con tutte le noie che ne conseguono: «Il reddito, l’IVA, i sussidi, la sicurezza sociale, le assicurazioni obbligatorie, le imposte locali…». Ma il maggio del ’68 arriva anche per Albert. E lo vede battersi per le strade contro i poliziotti, in cerca d’azione. Dopo gli scontri, le botte, le fughe urbane per salvarsi la pelle, decide che quella vita non fa per lui. Gli va stretta. Nasce così l’idea di un colpo che rimanga nella Storia, il beau geste che dia senso e carattere alla sua esistenza. Un colpo che sia lo “scasso del secolo”. Ma Spaggiari non lo fa per i soldi. Questo non lo interessa. E a scanso di equivoci, ci tiene a precisare:

«Capiamoci bene, io non sono uno scassinatore. Sono un avventuriero […] Trascorro la maggior parte della mia vita di qua e di là e cerco il tempo su una musica che non esiste più»

Un giorno, al tavolo di un bar, incontra Mercurio “principe dei ladri”. E scopre che a Nizza ci sono delle fogne belle grandi come a Parigi. Una vera e propria città sotterranea. E sempre a Nizza c’è la banca della Società Générale. Al suo interno, una stanza blindata di quattromila cassette di sicurezza senza guardie, senza allarme. Da trenta a quaranta miliardi. Accesso dalle fogne.

«DA TRENTA A QUARANTA MILIARDI… Vi dirò che durante i giorni, le settimane, i mesi che seguiranno, ci sarà sempre chi mi farà ripetere questa cifra favolosa»

Cominciano quindi gli incontri con i professionisti del mestiere, alcuni vecchi amici, i Marsigliesi, la pianificazione del piano, la ricerca dell’attrezzatura… E poi, mappe, sopralluoghi e la composizione della squadra. Si accederà dalle fogne, senza scontri, senza armi. Nemmeno una goccia di sangue per accaparrarsi un tesoro mai visto. Questo è il patto. Una volta pronti, Bert e la sua banda si calano nel sottosuolo. Al buio, nella merda, a scivolare come topi, con i topi, con la puzza che ti si attacca addosso e non ti si scolla più. Il tutto intervallato da una puntatina da Mireille, che prepara loro un bagno caldo, un paio di uova fritte, e li attende con il suo corpo nudo, le sue tenerezze…

«CHE DOLCEZZA!»

Seguono settimane di lavoro, scavi, sfacchinate, nuotate nella merda, “lo splash splash degli stivali”, martelli, secchi e scalpelli; sudate e notti insonni… La cosa è sfibrante. Qualcuno arriverà a perdere tre chili nel giro di due giorni e tre notti. E poi non mancano gli inconvenienti, le sfighe del caso, i dubbi incalzanti. Ma, alla fine, la banda accede dalle fogne al cavò della banca. Aprono tutte le cassette di sicurezza che riescono a forzare: solo 307, lasciandone intatte più di 3500. Nonostante ciò, un valore di 30 milioni euro d’oggi vengono sottratti alla banca in forma di diamanti, beni e lingotti d’oro. E i lingotti sono duri da trasportare, per chilometri e chilometri al buio, nell’acqua e nella melma, caricandoli in un sacco sulla schiena. Prima di andare però, bisogna lasciare il segno. Ed è sul cartello pubblicitario davanti all’ingresso del cavò che Bert lascia scritto:

«SENZA ARMI, SENZA ODIO E SENZA VIOLENZA»

La beffa di Spaggiari ricostruita in uno dei film che gli è stato dedicato nel 2008 “Sans arme, ni haine ni violence” di Jean-Paul Rouve.

La locandina di uno dei film che gli è stato dedicato nel 2008 “Sans arme, ni haine ni violence” di Jean-Paul Rouve.

Dopo il colpo, si festeggia, si mangia, si beve e ci si divide. La notizia fa il giro del mondo in pochi giorni. Una taglia viene posta su Spaggiari e la polizia offre una ricompensa a chiunque dia informazioni utili per la cattura. «Duecentomila dollari sulla mia testa: questa è gloria», dirà Bert soddisfatto. I giorni di libertà non durano però a lungo. Albert viene riconosciuto, catturato e interrogato. Non una parola viene fuori dalla sua bocca. Con un trucco strategico, dopo ore e ore di interrogatori, la polizia riesce a rifilargli un caffè, corretto alla benzedrina. Bert viene drogato e comincia a parlare, ma senza fare un nome, tranne il suo. Che si sappia pure che è stato lui l’autore e l’ideatore del colpo! Sennò che senso avrebbe? Dov’è la gloria? Il prezzo della gloria però è la galera. L’inarrestabile Albert Spaggiari è finalmente dietro le sbarre. Ma non per molto. D’accordo con un vecchio amico della banda, ogni settimana, ogni giorno, Albert si prepara a saltare dalla finestra dell’ufficio del giudice dove viene continuamente interrogato.

«Ignoro quello che accadrà tra qualche ora, tra qualche giorno. So soltanto […] che tutti i giovedì vado dal giudice, e che uno di questi giovedì, non so ancora quale, salterò da una di queste puttane di finestre che si trovano nel suo ufficio. Salterò perché tu sarai venuto, amico –o perché sarò stanco di aspettare»

Quel giovedì arriva. Albert, interrogato, è nell’ufficio del giudice. Sente il rombare della moto dell’amico che lo attende di sotto. Deve solo trovare una scusa per avvicinarsi alla finestra e saltare. La trova, scatta di lato e salta nel vuoto… atterra su un’auto e inforca la moto. Prima di partire, si volta indietro e fa ciao ciao con la manina al giudice affacciato alla finestra. Eccolo il beau geste! Bert la canaglia è di nuovo a piede libero. È un ladro, ma ha un suo codice d’onore. È un gentiluomo. E da vero gentiluomo, come risarcimento, manda un assegno al proprietario della vettura su cui è atterrato. Che classe! Albert Spaggiari vivrà in latitanza fino alla fine dei suoi giorni. Girerà il mondo, sbeffeggiando il potere costituito, facendo comparse in tv tra il pubblico dei programmi francesi, sotto mentite spoglie, o facendosi intervistare con parrucche, occhiali e baffi finti. C’è il rischio di essere riconosciuti, certo. Ma la beffa non ha prezzo. Durante la latitanza incontra Tomaso Staiti Di Cuddia, e tra i due nasce un’amicizia. Un’amicizia vera. Statiti, nella postfazione del libro, lo ricorda infatti come:

«Un leale, affascinante provocatore e donchisciottesco soldato d’avventura […] un amico meraviglioso, un audace e ironico avventuriero col gusto del beau geste e della provocazione intelligente»

Albert Spaggiari (a destra) in uno dei suoi tanti travestimenti

Albert Spaggiari (a destra) in uno dei suoi tanti travestimenti

Libero. Fino alla fine dei suoi giorni, si diceva prima. La fine però arriverà: amara e precoce. Un tumore lascerà Bert sdraiato sul letto, circondato dall’amore della moglie Emilienne, «questa donna superiore che lo proteggeva come fa una madre con il figlio». Pesava quarantadue chili e aveva cinquantasei anni. Il suo cadavere, verrà trasportato su un furgone, dall’Italia alla Francia, per poi essere lasciato a casa della madre. Solo dopo aver messo in atto l’ultima beffa contro il potere, Emilienne chiama la polizia per far sapere al mondo che Albert Spaggiari è morto. Ma il suo mito gli sopravvive. In Francia, il bar che frequentava è tappezzato delle sue foto e un’agenzia turistica organizza tutt’oggi itinerari suoi luoghi di Spaggiari.

Le congratulazioni ad Albert Spaggiari scritte su un sasso sulla sua tomba

Le congratulazioni ad Albert Spaggiari scritte su un sasso posato sulla sua tomba

«Ho pagato per tutto. Per i figli che non avuto, per la stupidità universale. Mi facevano pagare anche per la mia merda che avrebbe dovuto nutrire la terra» 

È una delle prime frasi che si leggono aprendo il libro. Pare un epitaffio, che dà ragione De Andrè: «Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori». Ma è dalle fogne che si va in Paradiso. C’è poi una massima, che Oscar Wilde cucì per sé ma che pare scritta apposta per lui: «Nella mia vita ho messo la mia arte, nella mia opera solo il mio talento». Sembra pensata apposta per Bert.

 

Domani 21 gennaio 2017 alle ore 14.00, Carlos D’Ercole, Giorgio Ballario e Luca Gallesi presenteranno il libro al Salone della cultura di Milano, in Via Tortona 27, Sala Grande.

Salone della cultura