Parlare di “decadentismo moderno” suona un po’ inattuale: un élitario e nostalgico culto del passato mal si accorda col redivivo culto del progresso di matrice quasi illuminista, con la smania di far posto al futuro sconsacrando un pensiero, un’etica ed una morale liquidate sul mercato come anticaglie. E’ per questo che un romanzo come À Rebours di Huysmans è lasciato nella penombra delle nicchie letterarie, spesso oscurato per fama dai vari Wilde e D’Annunzio che a lui devono l’ispirazione, etichettato come ‘classico’ eppure poco letto o letto male. Protagonista del romanzo è Des Esseintes, giovane Parigino disgustato dalla volgarità stereotipa dei componenti della borghesia in ascesa di fine Ottocento. Insofferente di fronte alla maschera di formalità di esseri cristallizzati e nulli, alla totale assenza di qualunque impeto brillante di mummie seppellite nei loro ipogei in stile Pompadour, decide di ritirarsi in uno sdegnoso eremitaggio a Fontenay, nelle campagne parigine, dove fonda un contesto alternativo a quello societario e destinato a lui solo, eccelso cultore di ozii letterari, lussi e ricercatezze. Attenzione, non è questa la vile fuga di un indolente che si separa dal mondo in cui non riesce a sentirsi a proprio agio, né il fallimento di un eroe decandente meno impetuoso e meno riuscito di quelli Dannunziani.

Che bisognasse vivificare la lettura vulgata del testo e mostrarla nella sua disarmante attualità, lo aveva già capito Pier Paolo Pasolini: il secessus di Des Esseintes è guidato dalla strenue volontà di opposizione ad una società malata, assuefatta alla rancida “moralità” borghese, quella del perbenismo, del razionalismo ottimistico, dell’ aurea mediocritas che nasce per esaltare l’individualità e finisce per svilirla in massa. Quello che Huysmans critica è ciò che Pasolini identifica col totalitarismo della normalità, quello che che si serve di una razionalità discriminatrice contro quanto è restio ad essere categorizzato o quanto rimane ai margini di ciò che è pregiudicabile.

“Maledetti nazisti, TUTTI, TUTTI! Bisogna essere uguali. APPARTENERE ALLA CATEGORIA NORMALE, se no guai! L’appartenere a una categoria specifica, come a quella della zeta, rende DIVERSI…e questo è il massimo disonore. Che peccato spaventoso uscire in qualche modo dalla norma: la scommessa che fa con se stesso questo cretino di uomo nascendo è di non commettere scandalo; perché chi commette scandalo frega tutti gli altri, rivelando che nell’uomo, in tutti gli uomini, la possibilità di scandalo esiste: e chi la fa franca, allora, lo condanna.” (Pasolini,TE, 1957)

In questa chiave, di contro ad una sociologia divenuta mera scienza della norma o quasi, egli ripone le proprie speranze in una antropologia intesa come disciplina della liberazione, come studio delle possibilità che esulano il senso comune, il meccanicismo dell’etichetta, le gabbie razionalistiche del pensiero. A questa realtà che fornisce vie di fuga solo apparenti (il libertarismo tollerato perché innocuo, sinonimo di nichilismo ed indifferenza) oppone quindi il diverso equilibrio dei barbari, delle civilità primitive, che ravvede nell’illimitato mondo contadino. Tutti concetti che in nuce si ritrovano già in Huysmans  (“Bisognava comunque che il mondo fosse pieno di pregiudizi per voler reprimere manovre così naturali che l’uomo primitivo, il selvaggio della Polinesia, è indotto a praticare guidato da semplice istinto.”) senza che per questo debba essere considerato come un visionario. E’ lucido figlio di un’epoca sentita da Pasolini vicina alla sua perché caratterizzata dallo stesso punto di rottura: il progressivo espandersi di una nuova società industriale e cittadina. E’ proprio in questo contesto che opera quel razionalismo borghese che allontana l’uomo dalle sue forme culturali privandolo della propria dimensione di individuo, sotto la minaccia costante dell’omologazione. Des Esseintes cerca di riaffermare la propria identità sforzandosi di pensare solo culturalmente, reprimendo ogni altra manifestazione della propria natura, coltivando arti che gli permettono di dominare quest’ultima, come l’alchimia e la mistica. Si rinchiude in un universo artificiale, di una ricercatezza barocca e per questo innaturale, soffocante, che lo condurrà allo stordimento,all’ossessione, alla nevrosi e lo costringerà a tornare in città e quindi ad ammettere il proprio fallimento. Per Pasolini Des Esseintes è “il meccanismo di un borghese-antiborghese che si siucida attraverso l’autodistruzione per eccesso della propria cultura”: il suo estetismo reazionario e la sua vana ribellione incarnano perciò uno dei pericoli che minacciano la realizzazione della “liberazione”, del recupero dei campi di esistenza che la borghesia ha stravolto o ghettizzato; gli altri due sono l’utopismo reazionario (bon sauvage come utopia romantica e non come realtà antropologica) e l’irrazionalismo nichilista. Dopo l’adesione al naturalismo, Huysmans si emancipa dalla concezione dell’uomo come mero prodotto di fattori socio-ambientali e gli restituisce una nuova dignità proprio nel momento in cui ne ammette limiti e fallimenti. Egli traccia contemporaneamente le coordinate della crisi di un’epoca di cui ha vissuto le consguenze sulla propria pelle, ponendovi rimedio con rifugio nella spiritualità cristiana; e al critico d’Aurévilly che scriveva: “Dopo un libro tale non resta altro all’autore che scegliere tra la canna di una pistola e i piedi della croce” egli, oblato benedettino, poteva dunque rispondere: “Già fatto.”