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L’asse Quito-Teheran non piace alla Casa Bianca

La Casa Bianca sta seguendo da vicino gli accordi petroliferi in corso tra Quito e Teheran. Soprattutto da quando Pedro Delgado, presidente della Banca Centrale dell’Ecuador ha affermato che il suo Paese, nonostante le sanzioni in corso imposte dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti d’America, continuerà le negoziazioni con il governo di Teheran per l’acquisto del petrolio iraniano per un valore di 400 milioni di dollari. Oltre al fatto che tra Mahmoud Ahmadinejad e Rafael Correa corre buon sangue, il governo del Paese ecuadoriano (tra l’altro già membro dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio) avrebbe aperto venerdì queste negoziazioni per garantirsi il petrolio necessario prima della chiusura momentanea del più grande impianto petrolifero del Paese che dovrà subire alcune riparazioni.

Dopo la visita di gennaio in Sudamerica del leader iraniano, si andranno così ad intensificare le relazioni politico-economiche tra le due nazioni che già da diversi mesi stanno lavorando insieme per una cooperazione finanziaria estesa al settore bancario, commerciale e, ciò che più preoccupa agli Stati Uniti, al settore petrolifero. Oltre alle negoziazioni di ieri, si dice che l’Iran, nel frattempo, sia interessato a partecipare alla costruzione della raffineria sulla costa del Pacifico dell’Ecuador, un progetto per la crescita e lo sviluppo dal valore di 12 milioni di dollari. Inoltre, Correa e Ahmadinejad, congiuntamente con il presidente venezuelano Hugo Chávez, si sarebbero ormai accordati per sfruttare il giacimento di Dobokubi nella fascia dell’Orinoco, attualmente detenuta da Petroleos de Venezuela (Pdvsa) e le società iraniana Petropars. “L’Ecuador è un Paese sovrano e può avere relazioni con qualsiasi Paese del mondo”, ha dichiarato ieri Pedro Delgado, avvertendo allo stesso tempo i responsabili ecuadoriani di “agire con cautela per evitare che le transazioni finanziarie siano poi considerate irregolari dalla comunità internazionale”. I diktat di Washington, estesi all’Unione Europea, sanzionano e ghettizzano l’Iran ormai da diversi mesi. Dal primo luglio le pressioni sono state ancora più intense tanto da aver bloccato o impedito le attività finanziarie della banca centrale iraniana.

Rafael Correa è stato anche ammonito per le sue relazioni “pericolose” con Teheran da Adam Namm, nuovo ambasciatore nordamericano arrivato a Quito dopo le dimissioni di Heather Hodges, il quale venerdì in un’intervista con l’agenzia Efe, ha affermato che “le relazioni tra Ecuador e Iran vanno contro le leggi degli Stati Uniti”, di conseguenza “ci sarebbe il rischio di sanzionare Quito, come tutti i Paesi che collaborano con l’Iran”. Ma Correa non sembra essersi fatto intimidire nemmeno questa volta. Già l’anno scorso le pressioni sull’Ecuador da parte degli Stati Uniti non erano mancate. Secondo le rivelazioni di Wikileaks, il vecchio ambasciatore Heather Hodges aveva più volte accusato il governo ecuadoriano di aver corrotto la polizia per mantenersi al potere. Da allora il presidente Rafael Correa ha ripetutamente accusato Washington di spionaggio e di intervenire negli affari interni del suo Paese. Inoltre le autorità ecuadoriane hanno persino contro-accusato la Casa Bianca di destabilizzare la democrazia attraverso il finanziamento di gruppi di opposizione come l’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale e le diverse ong impiantante sul territorio ecuadoriano.

Fonte: Rinascita 

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