«Non avete capito che il Muro di Berlino è caduto su di noi!». Era il 1991 e Francesco Cossiga, ottavo presidente della Repubblica, rispondeva con queste parole alle rimostranze di un importante dirigente democristiano per il durissimo messaggio inviato alle Camere in cui il “Gattosardo” invocava una riforma radicale del sistema politico italiano. Come confessò anni dopo a Bruno Vespa, l’allora inquilino del Quirinale si accorse prima degli altri colleghi di partito che l’abbattimento del simbolo della Guerra Fredda aveva fatto venire meno “le ragioni ecclesiali, storiche e politiche dell’unità dei cattolici”.

Francesco Cossiga

La sera del 9 novembre 1989, la fine simbolica dell’equilibrio internazionale stabilito a Yalta e a Potsdam spazzò via anche le linee di demarcazione che avevano segnato il quadro politico italiano fino a quel momento. E’ passato esattamente un trentennio da quello che resta uno degli eventi epocali dell’età contemporanea. Una ricorrenza che in Italia sarà celebrata con una serie di iniziative culturali: nella Biblioteca della Camera dei Deputati sarà allestita una mostra fotografica curata da Lorenzo Capellini (“Cade il Muro di Berlino”); ci sarà un convegno alla Link Campus University con – tra gli altri – Massimo Cacciari, Franco Frattini, il cardinale Giovanni Battista Re e Vincenzo Scotti; nei locali della Fondazione An Giorgia Meloni inaugurerà una mostra multimediale dal titolo “Addio maledetto muro”; l’ex direttore di Repubblica porterà in giro per i teatri italiani il suo spettacolo “Berlino. Cronache del Muro”.

Nel Belpaese, però, il trentennale non sembra suscitare nemmeno lontamente l’interesse con cui l’evento venne seguito all’epoca e che forse meriterebbe, alla luce di quelle che furono le rilevanti conseguenze sul sistema politico italiano. Basti pensare che il 12 novembre del 1989, solamente tre giorni dopo la caduta del Muro, Achille Occhetto annunciò alla Bolognina l’intenzione di cambiare il nome del Pci. Un mese dopo la famosa “Svolta”, l’allora segretario comunista rivelò a Eugenio Scalfari di aver maturato quella decisione, senza prima convocare la direzione, proprio osservando le immagini della notte berlinese.

Io mi sono detto: ecco, questo è il momento, questa è l’ora, questo è l’evento che cambia il mondo dopo un’ingessatura di oltre 40 anni.

In realtà, la nomenclatura del Partito Comunista Italiano arrivò impreparata alle macerie del Mauer: per il vecchio Alessandro Natta, presidente di Botteghe Oscure, le immagini di quel simbolo preso a picconate dalla popolazione entusiasta significavano addirittura la vittoria di Hitler.

Qui crolla un mondo, cambia la storia… ha vinto Hitler… Si realizza il suo disegno, dopo mezzo secolo.

Si sarebbe aperto un biennio difficile per gli eredi di Togliatti, culminato con il Congresso di Rimini, la nascita del Pds e l’inevitabile scissione “rifondarola” guidata da Armando Cossutta, convinto che sotto i cumuli di detriti del Muro fosse finito un comunismo, ma non il comunismo. Non essendo stato capace di anticiparlo, il gruppo dirigente maggioritario raccolto attorno a Occhetto subì l’evento del 9 novembre e si ritrovò a inseguirne gli sviluppi, non riuscendo a evitare il trauma identitario e lo strappo a sinistra.

Achille Occhetto

Tuttavia, paradossalmente, come sostenne lo storico Luciano Cafagna,

Le pietre più grosse colpirono soprattutto il partito craxiano, che più aveva continuato a combattere il comunismo. Ma anche la Democrazia Cristiana.

La stessa lettura dei fatti fornita da Francesco Cossiga. Davanti alla sconfitta storica del comunismo, in Italia scomparvero coloro i quali lo avevano contrastato per quasi mezzo secolo, mentre riuscirono a sopravvivere quelli che ne avevano sposato la causa. Un epilogo determinato dalla stagione delle cosiddette Mani Pulite ma ancora impensabile la sera del 9 novembre 1989, e nei giorni immediatamente successivi. Il crollo del Muro, infatti, sembrò significare la vittoria definitiva dei partiti anticomunisti e l’avvio della democrazia dell’alternanza anche in Italia. Tutto lasciava pensare che il grande trionfatore sarebbe stato Bettino Craxi, il leader che aveva scavato un solco ideologico profondo tra il suo Psi e il Pci e che, davanti a quegli sviluppi, sembrava destinato a diventare il padre di una sinistra riformista per la prima volta capace di alternarsi al governo con la Democrazia Cristiana.

A questo scopo, il segretario del Garofano, nel pieno del momento di sbandamento degli ex comunisti, lanciò a Occhetto la proposta dell’“unità socialista”. La caduta del Muro rafforzò in Craxi la convinzione di aver dato la linea giusta al suo partito, rese onore alla sua scelta di rifiutare ogni complesso di inferiorità verso il Pci, sembrò essere la premessa al lancio di un’opa sulla sinistra italiana. D’altra parte, per anni aveva martellato i dirigenti di Botteghe Oscure, che rivendicavano la loro diversità da Mosca, ponendo loro un interrogativo provocatorio: “ma perchè non chiedono di buttare giù il Muro di Berlino?”. E davanti a quel “monumento all’ostilità” – com’era solito definirlo – Craxi si recò spesso, insistendo sempre sulla necessità della sua demolizione affinchè si potessero considerare davvero cambiati i tempi: “la sua scomparsa – ebbe a dire il segretario del Psi – sarà la dimostrazione del successo dei nuovi rapporti tra Est ed Ovest” e la fine della “divisione dell’Europa”.

La storia gli diede ragione, ma la successiva stagione di Mani Pulite non gli consentì di raccogliere in termini elettorali i frutti di quanto seminato con la scelta di campo in politica estera. La successiva crisi del sistema politico italiano rese quella della sera del 9 novembre 1989 una vittoria fugace, sul piano pratico, per Craxi, e lo condannò alla sensazione di aver subito un’ingiustizia, nell’amarezza di Hammamet mentre quelli che stavano “al di qua del Muro di Berlino” finivano al governo del Paese. Un senso di amarezza che lo accomunò a un altro grande della Prima Repubblica, quel Giulio Andreotti che, mentre i berlinesi prendevano a picconate il Mauer, rivestiva l’incarico di presidente del Consiglio.

Giulio Andreotti ed Helmut Kohl

E’ noto che il Divo, di fronte alla prospettiva di una riunificazione tedesca, disse di amare talmente tanto la Germania che ne avrebbe preferite due. Il successo di questa frase, in realtà pronunciata originariamente dal premio Nobel per la letteratura François Mauriac, rischia di offuscare il ruolo cruciale che Andreotti ebbe nel favorire l’unificazione delle due Germanie. Intanto, l’arguta battuta risaliva a un periodo precedente, ai tempi del suo servizio al ministero degli Esteri, in un momento in cui Andreotti temeva legittimamente la possibilità di una reazione sovietica con spargimento di sangue di fronte a quell’eventualità. Ma il 18 novembre del 1989, nella riunione dei capi dei Paesi della Cee a Parigi proprio da lui presieduta (la presidenza spettava di turno all’Italia) e chiamata ad affrontare il dossier tedesco, fu proprio lo statista democristiano a togliere le castagne dal fuoco ad Helmut Kohl, fino ad allora rimasto isolato e osteggiato da Mitterand e dalla Thatcher. Nelle intenzioni di Andreotti c’era la volontà di facilitare un’integrazione del gigante tedesco, per evitare una temibile germanizzazione dell’Europa. Nonostante ciò, il cancelliere tedesco non perdonò mai al sette volte presidente del Consiglio la battuta presa in prestito da Mauriac.

Nel quadro politico interno, il crollo del Muro di Berlino, pur sancendone la vittoria morale dopo che per anni aveva contrapposto – anche sul piano propagandistico – l’immagine del benessere della parte Ovest contro quella della miseria della parte Est, tolse alla Democrazia Cristiana quella legittimazione derivante dal suo essere argine anticomunista e il suo ruolo di perno di un sistema politico bloccato. Non a caso, molto profeticamente, già il 15 novembre del 1989 il quotidiano della Cei Avvenire si chiedeva:

Se l’argomento domani non avrà più ragione di esistere, con quale messaggio si potrà allora attirare i voti della borghesia, degli incerti?

La stagione di Mani Pulite e lo scioglimento – forse troppo affrettato – segnarono la fine di una Balena Bianca che con la caduta del Muro e lo sgretolamento dell’Urss aveva perso il suo collante e la sua capacità attrattiva più forte.