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La crisi dell’Unione Europea, dopo l’uscita confermata della Gran Bretagna e quella possibile della Francia in caso di vittoria di Marine Le Pen, comincia a dare qualche preoccupazione a Bruxelles. Angela Merkel ha recuperato una proposta non certo originale, quella di “un’Europa a diverse velocità”, cioè con diversi livelli di integrazione, al fine di superare una fase cruciale per le istituzioni della UE. La proposta dovrebbe servire a sopire il malcontento verso un organismo che finora ha significato solo austerità e neoliberismo, il paradiso della finanza e l’inferno dei popoli. In realtà è tutt’altro che un’inversione di tendenza, invocata e promessa di fanatici della moneta unica e del “sogno europeo” cui non vogliono rinunciare nemmeno di fronte al suo clamoroso fallimento. Anzi, sembra più una riconferma con un lessico diverso di ciò che esiste già. L’Unione Europea è sempre stata a diverse velocità: c’erano paesi membri che hanno adottato l’euro e altri che hanno preferito conservare la propria valuta, esistono diversi trattati, ciascuno dei quali è stato ratificato da paesi diversi. Se le “diverse velocità” dovrebbero permettere a ciascuno stato di scegliere quali accordi accettare e quali rifiutare, questa possibilità è sempre esistita, anche se non tutti hanno deciso di avvalersene.

Di cosa dovrebbe trattarsi, dunque? Se non è un semplice trucco retorico dietro il quale mascherare il nulla, l’annuncio di Angela Merkel può essere interpretato come intenzione di accelerare il processo di integrazione verso quegli “Stati Uniti d’Europa” che molti considerano la magica panacea di tutti i mali. Ad esempio, secondo quelli che dovrebbero essere gli obiettivi più imminenti, costituzione di un esercito europeo e ministero degli esteri comune. Per questa accelerazione si penserebbe di dividere l’insieme dei paesi membri in due o più gruppi. Da una parte tutti coloro che sono disposti a un’integrazione “hard”, dall’altra quelli più scettici, che voglio restare nell’Unione ma conservando una parte della loro sovranità. Bisognerebbe capire se questa configurazione permetterebbe ai membri del primo gruppo di passare nel secondo, oppure se li ancorerebbe una volta per tutte alla loro posizione iniziale. In quest’ultimo caso, si tratterebbe di un ulteriore irrigidimento, fatto passare come concessione. Quali paesi, inoltre, farebbero parte dei due, o più, diversi gruppi? Se l’Italia dovesse capitare con la Germania, nulla cambierebbe. L’industria tedesca ha potuto accumulare un vantaggio competitivo su quella italiana, proprio grazie alla condivisione della stessa moneta e ai vincoli di bilancio che impediscono interventi pubblici.

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Cosa ne sarebbe, invece, di trattati intercontinentali – quali il TTIP, il CETA, il TISA, ecc. – che liberalizzano i mercati ed espropriano gli stati di ogni potere? I Paesi membri “più veloci”, tra cui potrebbe trovarsi anche l’Italia, dovrebbero impegnarsi ad accettarli incondizionatamente e a votare a favore? Si tratta di dubbi che non sembrano sfiorare i propugnatori del “sogno” spinelliano. Mai nessuna voce critica è ammessa, si paventa il pericolo dei “muri” di cui una diffusa retorica irenica si serve per giustificare il globalismo e la mercatizzazione totale. Di certo le élite europeiste non sono disposte a rinunciare all’euro senza prima aver usato tutti i mezzi possibili per salvarlo. Infatti, grazie alle politiche deflazionistiche della BCE, l’euro non solo tutela i creditori, ma ha anche un carattere politico; è il grimaldello attraverso il quale le oligarchie europee possono imporre i trattati che bloccano la spesa pubblica in disavanzo e l’intervento dello stato. Lo si è visto alla fine del governo Berlusconi, quando la Germania, che non tollerava le infrazioni di deficit italiane, cominciò a vendere titoli di stato italiani facendone crollare il valore e creando così il rischio di una crisi finanziaria. Solo questo rischio provocò le dimissioni di Berlusconi. Senz’altro una minaccia del genere non avrebbe gli stessi effetti se rivolta contro un paese dotato di una propria moneta.

Risulta anche evidente, che il Paese sorvegliato più di ogni altro, sia l’Italia. Infatti è l’unico, tolta la Germania, ad avere un deficit sotto il 3% e ad essere in avanzo primario da un ventennio (cioè, se si escludono gli interessi sul debito le entrate sono maggiori delle uscite). Tutti gli altri paesi, hanno violato il Patto di Stabilità e il Fiscal Compact (addirittura l’Irlanda nel 2011 raggiunse il 32% di rapporto deficit/Pil). Come si spiega questa attenzione speciale per l’Italia? Da una parte, per le sue caratteristiche anomale. L’Italia era l’unico dei cosiddetti “PIIGS” ad avere un solido apparato industriale e un eccezionale risparmio privato ereditato dal passato e per questo capace di sopportare per più tempo l’austerità e i vincoli fiscali. Tuttavia, dopo il caso della Grecia, il rischio che si ripetesse in altre nazioni un tracollo economico avrebbe potuto mettere in pericolo la moneta unica e l’impalcatura dei trattati. Sui paesi più deboli, dunque, cioè quelli meno capaci di assorbire il trauma (come Spagna, Portogallo e Irlanda) si è chiuso un occhio e si è permesso loro di violare temporaneamente i limiti di spesa in modo da evitare il rischio di default, con tutto quello che ne sarebbe potuto derivare.

lo storico del deficit italiano: come si può nuotare il disavanzo ha raggiunto il suo apice nel biennio 2008-2010, per poi cominciare a ridursi con il governo Monti

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L’Italia invece, con la sua maggiore capacità di assorbimento in virtù del più solido sistema industriale e finanziario, rappresentava la “gallina dalle uova d’oro”, il Paese dal quale si poteva continuare a esigere un contributo straordinario; la finanza poteva alzare i rendimenti, e le industrie italiane potevano essere svendute, mentre si imponeva lo smantellamento delle tutele sul lavoro per mezzo della elevata disoccupazione che riduce il potere contrattuale dei lavoratori. Se a ciò si aggiunge il fatto che il nostro Paese è il principale antagonista commerciale dell’industria tedesca, la quale quindi ha tutto l’interesse nel veder destrutturare il sistema industriale italiano, si comprende come esistano forti ragioni per sorvegliare l’Italia e imporle il rispetto dei vincoli in modo più intransigente. L’euro è quindi uno strumento di grande efficacia per la strategia delle oligarchie capitalistiche, con esso è possibile controllare i bilanci dei governi dei paesi membri, e di qui la loro economia. Non vi rinunceranno troppo facilmente, a meno di non ottenere una contropartita che possa compensare la perdita, quale potrebbe essere una cessione di sovranità da parte degli stati per via politica. Ed è questa l’importanza degli “Stati Uniti d’Europa”.