L’annullamento della promozione della cultura è stato inaugurato dall’avvento e dal successo delle televisioni commerciali, che hanno consentito l’affermarsi di un modello di pianificazione, impiantato sulla competitività di mercato. Dunque, la determinazione dei palinsesti e dell’offerta d’intrattenimento si è definitivamente piazzata a braccetto con le preferenze di chi finanziasse più ingentemente e profittevolmente. Nella sostanza, la gravità della questione resta circoscritta nel recinto dell’ammissibile, fintanto che certe condotte – di matrice neoliberista: è bene ricordarlo – abbiano natura privata. Quando, però, anche l’entità pubblica decide di introdursi nell’affarismo, il cortocircuito della mediocrità è presto innestato.

Svendersi alla mercé dell’utile finanziario, gravita attorno all’assolutizzazione del guadagno, ridimensionando smemoratamente le responsabilità verso il comune interesse. Prima ancora che sganciarsi dalla politica, la RAI dovrebbe affrancarsi dalle sue direttive. In quanto, la colpa non può essere esclusivamente di Berlusconi e della bassezza delle programmazioni Mediaset, se al continuum veline-tette-ascolti si accoda il carrozzone dei Augusto Minzolini, Clemente Mimun, Monica Maggioni, e – da qualche giorno – Daria Bignardi, assurta al vertice direttivo di Rai 3. Una cloaca di frivola faziosità e di confusione intellettuale, che ha infangato, con il liquame del potere, gli encomiabili contributi di Enzo Biagi. Affidare il volante di uno dei caravan della televisione italiana, alla promotrice delle trasmissioni spazzatura – la conduzione del “Grande Fratello” meriterebbe la soppressione dall’ecosistema del giornalismo -, dovrebbe indurre a riflettere sull’effettiva volontà di rianimare in Italia il dibattito politico-culturale, la cui latitanza comincia ad oberare di pesantezza la (a)criticità collettiva. Dinanzi a cotanta pochezza, i trascorsi in RAI di Giuliano Ferrara e di Bianca Berlinguer assumono addirittura le fattezze di titani, per predisposizione dialettica, e dedizione alla professione.

La nomina di una esponente della borghesia giornalistica – quella corrente ideologizzata dal politichese, e sbranata dalla voracità d’essere sempre in prima linea a garantire omologazione di pensiero – alla direzione della terza rete del nostrano servizio radiotelevisivo pubblico, si specifica nella banalità della carriera di Daria Bignardi: una paladina del politicamente corretto. Anteposto non solo al buon senso, ma anche (e soprattutto) alla tendenziosità informativa, marcendo nelle pieghe del conformismo. Lo stupore non incide nemmeno più: consolidarsi costantemente come l’ufficio stampa del governo di turno, è divenuta la prima preoccupazione di viale Mazzini. E questo, oltre ad avere ribaltato le priorità culturali di un’emittente statale, ha francamente rotto le palle.