Battaglia a colpi di diritto costituzionale tra Movimento 5 Stelle e Partito Democratico. I due pesi massimi dell’attuale scenario politico hanno trovato un nuovo motivo per litigare dopo il liberi tutti di Grillo sul ddl Cirinnà. Lo scontro verte sul regolamento per le elezioni romane emanato direttamente dal vate Casaleggio, che prevede la sottoscrizione di un patto privato tra candidato e Movimento. In caso di trasformismo, l’eletto dissidente dovrà pagare una penale di 150mila euro.

Il PD, che in realtà si è accorto in ritardo di un provvedimento che esiste già dalle europee, è partito all’attacco impugnando l’articolo 67 della Costituzione, che nega esplicitamente il vincolo di mandato. Anche l’articolo 49 è stato riesumato dal vicesegretario Lorenzo Guerini che chiede una nuova legge sui partiti per “garantire trasparenza alla vita dei partiti, regole per la democrazia interna, pluralismo, libertà di dissentire”. Ora, che il Movimento 5 Stelle abbia una struttura quantomeno deficitaria e che dipenda fortemente dalle decisioni prese dal duo di testa (o al massimo dal direttorio), appare evidente. Altrettanto evidente è il rapporto travagliato e incoerente che il PD ha con la Costituzione, visto che quasi tutti i trattati europei la violano regolarmente, eppure per gli accoliti di Renzi serve sempre “più Europa”, e ce ne sarebbero di cose da dire anche riguardo alla riforma del Senato.

Tralasciando la capziosità di queste osservazioni, viene da domandarsi quale sia l’effettiva liceità politica, e non costituzionale, del vincolo di mandato. L’Italia è un Paese tradizionalmente colto dal trasformismo. Il termine nacque nel periodo giolittiano, quando i cambi di casacca erano all’ordine del giorno e il Partito della Nazione occupava sostanzialmente buona parte del Parlamento. Anche nel dopoguerra, specialmente nel periodo più recente, deputati e senatori non hanno esitato a tradire il mandato elettorale ricevuto saltando dall’altra parte della staccionata, spesso dopo un breve periodo di decantazione nel gruppo misto, a seconda della loro libertà di coscienza o del loro interesse personale. Alcuni casi sono stati piuttosto eclatanti.

La questione assume, chiaramente, un interesse particolare per i pentastellati, che hanno perso una parte consistente del loro bottino elettorale. Un partito nuovo, che ha fatto scarsa selezione all’ingresso e portato in Parlamento un discreto numero di illustri sconosciuti, era preventivabile dovesse perdere qualche pezzo. Proprio per evitare di perderne troppi, Grillo e Casaleggio sono corsi ai ripari, e rifiutando in ogni modo di dare una strutturazione territoriale efficace al Movimento che filtri all’origine, non hanno trovato soluzione migliore di questa. Per il momento, al Parlamento Europeo sembra funzionare. Tra l’altro, l’effettiva attuabilità del provvedimento sarebbe tutta da verificare, Di Maio ha dichiarato che nel caso l’eletto non dovesse pagare la penale procederanno per vie legali. Con quali risultati, non è dato sapere.

Dando un’occhiata in giro per il mondo, solo quattro Paesi hanno il mandato imperativo nel loro ordinamento: Portogallo, Panama, Bangladesh e India. La quasi totalità delle democrazie compiute lo rifiuta. Alla base sta quel pamphlet che tanto impatto ebbe più di due secoli fa ed evidentemente ancora continua ad averne: “Qu’est-ce que le Tiers Etat?” dell’abate Emmanuel Seyes. E’ dal bisogno di “combattere” la strutturazione corporativa, per ceti, delle assemblee dell’Ancien Regime e dal concetto di sovranità nazionale che deriva l’idea che l’eletto debba rappresentare l’intera Nazione, non solamente l’interesse del ceto o del territorio che gli hanno garantito l’elezione. Paradossalmente, a teorizzare compiutamente la libertà di mandato è Edmund Burke, il “miglior nemico” della Rivoluzione, nel “Discorso agli elettori di Bristol”.

Lo ricordò anche l’On. Costantino Mortati, ad esempio, durante la Costituente: “Sottrarre il deputato alla rappresentanza di interessi particolari significa che esso non rappresenta il suo partito o la sua categoria, ma la Nazione nel suo insieme”. Viene però da chiedersi se nella prassi questo pensiero abbia trovato attuazione, quando, ad esempio, il PCI era chiaramente il partito di una classe particolare di italiani, non della Nazione tutta.

E’ infatti proprio il ruolo del partito politico come corpo intermedio, in grado di organizzare le masse, di aggregare gli individui per permettere loro di partecipare alla vita politica (art. 49), a porre in dubbio la liceità della libertà di mandato e ad essere messo in dubbio da essa. Se l’eletto viene visto come un delegato, che deve prendere autonomamente le decisioni politiche, allora i partiti perdono di senso, oltre ad essere in alcuni casi in palese contrasto con l’interesse generale, per motivi di ceto o di territorio (PCI, Lega Nord). Inoltre, la libertà di mandato significa negare l’esistenza di “fratture” all’interno del corpo della Nazione, quando queste fratture sono evidenti e spesso proprio da esse nascono i partiti. Avviene, in un certo senso, uno scollamento profondo da eletti ed elettori.

Viceversa, se il pensiero prende le mosse da Rousseau invece che da Seyes il deputato diventa l’esecutore della volontà popolare, e questa trova il proprio modo di esprimersi attraverso la scelta del programma elettorale del deputato. In quest’ottica, il mandato imperativo è necessario ed avvicina il governo al popolo. D’altronde proprio questo dovrebbe essere il nocciolo duro della scarna ideologia del Movimento 5 Stelle: mutare l’idea di rappresentanza, mutare l’idea (e la forma istituzionale, reale) della democrazia rappresentativa. Non più delega, ma partecipazione.

Scendendo di livello, la mossa del duo Grillo-Casaleggio è semplicemente un modo per tentare di garantire al Movimento un minimo di coerenza interna, è l’equivalente della strutturazione degli altri partiti. Quello che non si capisce è perché abbiamo così paura di strutturarsi. In realtà lo si comprende molto facilmente, ed è per questo che anche Guerini ha la sua parte di ragione: al Movimento servirebbe più democrazia interna, che sia tramite web o nella realtà della sua al momento inconsistente forma partitica.