A proposito di allerta meteo, di alluvioni e frane e strade che se ne calano come se fossero di cracker, qualche settimana fa ho vissuto un’esperienza che ha dell’impossibile. Dovevo andare a Palermo per presentare il mio libro in radio, e nonostante l’allerta meteo – che spesso è smentita da un sole di pietra, e spesso invece viene proprio quando non è diramata – ho deciso di andare personalmente piuttosto che farmi telefonare dai conduttori. Carico di speranze mi alzo alle cinque, consapevole di dover prendere il pullman delle sei e trenta per poter arrivare a Palermo entro le undici (tre ore e dieci tempo di percorrenza – l’autostrada, come si sa, è franata e la trazzera grillina non è percorribile dai mezzi pesanti). E’ ancora buio quando partiamo, e il cielo è di un nero rossastro. C’è pioggia in arrivo. Lo sapevo, ma nonostante ciò provo inquietudine. Una paura dell’acqua che un paese civile, nel 2015, non dovrebbe provare.

In pullman mi addormento, iniziando a sognare le meraviglie della radiocomunicazione. Dopo due orette mi sveglio. Il pullman è fermo, e rintontito mi dico che sarò arrivato. Guardo fuori dal finestrino un cielo non molto più luminoso di prima: sono le nove e mezzo. “Siamo in anticipo”, mi dico guardando le casette basse di una Palermo che mi ricordavo più grande. Non era Palermo, chiaramente: ci trovavamo bloccati a Polizzi Generosa, tappa obbligata di tour de Sicile ben lungi dall’essere terminato. Mi avvicino all’autista, tra una piccola folla di passeggeri che contemplano smarriti il motivo della sosta: un albero è franato sulla strada. Panico: sono atteso per le undici e alle nove e mezzo mi trovo ancora parecchio distante dall’arrivo. Chiamo i miei contatti e chiedo di intervenire telefonicamente in trasmissione, che di fare in tempo qua non se ne parla. Intanto alcuni civili portano via l’albero tagliandolo con delle motoseghe. Di cui curiosamente sono forniti, quasi come fossero abituati a questi episodi e ai ritardi dell’ANAS e dei Vigili del Fuoco. Quando questi ultimi arrivano, dopo un’ora, l’albero è rimosso. Ma non possiamo comunque proseguire: più avanti c’è una frana insormontabile. Con pazienza l’autista ritorna indietro.

Tra i passeggeri si accende un dibattito: c’è chi vorrebbe rientrare a Catania e chi inizia ad alzare la voce perché deve al più presto trovarsi a Palermo. Naturalmente il pullman deve arrivare lì: c’è solo da fare un piccolissimo giro turistico dalla zona di Agrigento e Caltanissetta. Sono le dieci, sono a bordo da tre ore e mezzo e ancora a metà strada. Mi chiamano dalla radio, tra la sorpresa dei presenti faccio l’intervista e presento il libro. Quando mi chiedono cosa servirebbe alla Sicilia rispondo: “Una rivoluzione armata”. Rendendomi conto di averla detta grossa proseguo in tono più lieve, ma il mio pensiero è assolutamente condiviso dal resto dei passeggeri. Quando concludiamo l’intervista, dopo un quarto d’ora, mi trovo nella curiosa condizione di essere in viaggio verso Palermo senza più la minima necessità di andarci. Appoggio la fronte al finestrino e cerco di riaddormentarmi. Ma chissà perché non posso.

E vedo cose che i telegiornali non raccontano, o perché li hanno sospesi – vedi quello di Antenna Sicilia che ha chiuso i battenti pochi giorni fa – o perché semplicemente alla gente non interessa. Non interessa ai milanesi, vedere quello che sto vedendo, né ai torinesi né ai romani; ma credo adesso che non interessi nemmeno ai siciliani, perché altrimenti avrebbero fatto qualcosa per evitarlo. Vedo fiumi di fango che si fanno la guerra lungo le pendici dei monti, e ponti superati da onde sempre di fango; vedo voragini aperte nell’asfalto in confronto alle quali il buco apertosi ultimamente a Valverde è un buchetto miserabile; vedo cantieri di costruzione i cui lavori sembrano fermi da anni, piloni altissimi alzati nel nulla senza che una strada vi passi sopra; macchine abbandonate come se i proprietari se ne fossero andati stanchi di vederle aspettare in coda davanti al disastro. Vedo un paesaggio lunare in quella che dovrebbe essere ancora Sicilia, ma che è una Sicilia che non conosco e non conosce nessuno. Vedo cani vagare sulle colline in cerca di pecore che non ci sono più.

Quando arrivo a Palermo sono le tredici e trenta. Sono partito sette ore fa da Catania. La città mi si apre enorme e inutile. Vado a prendere un aperitivo con un’amica che mi aiuta a non sprecare la giornata. C’è un sole che scotta come a prendermi in giro. Ho il rientro prenotato per le sedici e trenta. Arriverò a Catania alle otto di sera, passando per la strada di Polizzi miracolosamente riaperta. Tutto il fango che ho visto per strada mi sta sullo stomaco. Forse serve davvero una rivoluzione armata, o forse no. Mentre aspetto che mi vengano a prendere, alla Stazione, trovo una copia de La Sicilia ripiegata su una panchina. In prima pagina il presidente Crocetta dice che andrà tutto bene, che presto darà alla Sicilia una nuova giunta regionale (la quarta). Rientrando a casa, la sera, non mi sento a casa. Non è questa la regione nella quale siamo nati, non è questa la Sicilia che portava meraviglia in tutto il mondo. Non c’è più bellezza, nemmeno bruciata. Ci sono solo fiumi di fumo, e il sospetto che non ci sia più niente da fare.