“Il nostro festival ha uno scopo: aprire le finestre sull’arte contemporanea russa”. Così il Prof. Marco Caratozzolo dell’Università degli Studi di Bari ha spiegato a L’Intellettuale Dissidente quali sono gli obiettivi perseguiti durante la terza edizione del Festival letterario ‘Pagine di Russia’, organizzato dalla cattedra di Lingua e letteratura russa del Dipartimento di Lettere Lingue Arti Italianistica e culture comparate dell’Università degli Studi di Bari ‘Aldo Moro’, in collaborazione con la Stilo Editrice. “Noi abbiamo invitato degli ospiti- ha poi continuato il prof. Caratozzolo, direttore scientifico del Festival – che non sono i soliti intellettuali che uno si può aspettare, ma sono dei giovani bravissimi che vivono gran parte della loro attività accademica in Russia”.

Quali sono gli obiettivi dell’ultima edizione del Festival?

Il nostro primo obiettivo è quello di portare la Russia e la cultura russa fuori dall’università, ecco perché nel programma sono previsti eventi fuori dalle aule universitarie. La seconda cosa che ci interessa non è solo l’anima russa in generale, sulla quale si potrebbe parlare per un anno, ma nello specifico a noi interessa studiare l’anima russa contemporanea. Perciò ci siamo chiesti, rispetto a quello che si diceva nei classici, rispetto alla filosofia russa del Novecento, rispetto al mistero dell’anima russa – come ci viene raccontato sulle pagine di Dostoevskij – i russi oggi come si atteggiano nei confronti dell’arte? E questo è anche un modo per capire i russi oggi cosa pensano dell’Unione Sovietica. Quindi il Festival non è altro che un modo per fare il punto sulla contemporaneità russa e su cosa oggi i russi leggono.

E cosa è emerso dagli interventi dei vostri ospiti?

Innanzitutto che i russi leggono. Ed è già un fatto importante. Gli ospiti del Festival sono venuti a raccontarci cosa si vede oggi nei teatri russi, cosa si pubblica a Mosca. E ci hanno detto che se oggi si va in giro per Mosca, è facile vedere come tutti hanno un libro in mano e come i teatri sono pieni.

Naturalmente in Occidente, in Europa, questo messaggio culturale dalla Russia, quando arriva, è filtrato dal circuito mediatico…

Assolutamente si. Però bisogna dire che è difficile conoscere la Russia contemporanea perché bisogna prima di tutto conoscere la lingua. Se uno va a Mosca o a Pietroburgo, di certi aspetti culturali è difficile che si renda conto se non conosce la lingua. Ad esempio, una delle ospiti del Festival ci ha detto che oggi il teatro russo nuovo, non solo quello classico, vive una stagione straordinaria, fanno spettacoli nuovissimi, che forse in Italia e in Occidente non sono mai stati pensati. Spettacoli vivi, nei quali il pubblico si muove all’interno della platea. Accanto a queste esibizioni naturalmente continua anche il repertorio classico.

Sono performance che ricordano le avanguardie novecentesche…

Certo. Ed il fatto che proprio a Mosca oggi accade questo non deve essere messo in secondo piano, anzi. Un secolo fa la Russia era all’avanguardia in tutti i campi della cultura, basta fare qualche nome: Kandinskij, Majakovskij. Poi con l’epoca sovietica non è vero che la cultura si sia fermata, come si dice, ma sono semplicemente cambiati i canoni.

Secondo lei il fatto che la Russia si ponga, ancora oggi, come avanguardia culturale per l’Europa è dovuto anche ad una volontà politica?

E’ dovuto a più fattori. I russi nel corso della storia hanno avuto dei momenti di improvvisa esplosione che si sono alternati a momenti più lunghi di stasi. La Russia è sempre stata arretrata rispetto all’Europa, ma ha avuto i suoi picchi. Ad esempio, all’inizio dell’ Ottocento la Russia non aveva mai conosciuto cosa fosse il romanzo, senza che ci fosse un retroterra. All’improvviso, però, è arrivato anche in Russia il romanzo, genere letterario che in Europa esisteva da secoli, ma che in Russia ha raggiunto il suo apice. Oppure pensiamo alla pittura russa, che non ha mai avuto grandi esponenti, eppure un secolo fa è letteralmente esplosa, anche rispetto a quella europea.

E quindi l’esplosione culturale che la Russia vive oggi a cosa è dovuta?

Da un’accumulazione che c’è stata di voglia di esplodere. E poi da condizioni politiche che comunque non sono sfavorevoli, nel senso che il ruolo di Putin, pur essendo un politico controverso, è importante per lo sviluppo culturale. E chi va in Russia si rende conto di tutto ciò, e soprattutto che non sono negate a nessuno le possibilità di esprimere liberamente la propria arte. Ci sono delle limitazioni, è vero, ma che sono piccolissima cosa rispetto a quello che oggi possono fare gli artisti in Russia. Se uno vede un po’ di cinema russo contemporaneo si rende conto che può competere tranquillamente non solo come bellezza ma anche come libertà di espressione col nostro cinema.

E allora perché il cinema russo non riesce ad arrivare in Europa?

Perché esiste uno steriotipo per cui i russi sono freddi, e non sono ancora pronti. Inoltre c’è da dire che  le dinamiche politiche russe possono essere conosciute abbastanza facilmente perché ne parlano tutti i giornali. Invece la letteratura o il cinema arrivano con maggiore difficoltà in Europa. Diciamo che la politica russa adesso è maggiormente fruibile, la cultura non ancora. Quindi il nostro Festival, che non ha parlato di politica ma solo di cultura, ha questo scopo: aprire delle finestre sull’arte contemporanea russa.

Naturalmente ambientare il Festival a Bari, città di San Nicola, santo profondamente venerato in Russia, aiuta…

Sicuramente San Nicola fa molto, però io vorrei che in futuro non si vivesse di rendita sul fatto che San Nicola si trova a Bari, ma vorrei che ci fossero anche altri motivi per approfondire la cultura russa qui. Noi abbiamo una base importante, e San Nicola permette a Bari, anche dal punto di vista pratico, di avere tantissimi turisti e visitatori. Si dovrebbe però fare di più.

Quali sono i propositi per il futuro?

Sicuramente “Pagine di Russia” avrà una quarta edizione. In realtà il nostro è un Festival a chilometro zero. Noi abbiamo invitato degli ospiti, che non sono i soliti intellettuali che uno si può aspettare, ma sono dei giovani bravissimi che vivono gran parte della loro attività accademica in Russia. Sono giovani che conoscono la cultura russa perché vivono la Russia: sono a Mosca molti mesi all’anno. Quindi hanno potuto darci una testimonianza viva, non leggendo solo libri. E quest’aspetto giovanile ha giovato molto al Festival.

Quali sono gli intellettuali russi che l’Italia dovrebbe conoscere?

C’è stata una pleiadi di scrittori emersa subito dopo la caduta del muro, come ad esempio Sorokin.  Ormai questi autori sono diventati dei classici, nel senso che esiste una nuova generazione, della quale nel Festival ci siamo principalmente occupati, che non sono conosciuti in Italia perché sono stati tradotti pochissimo. Ed hanno da dire cose assai importanti dato che sono scrittori che hanno vissuto il passaggio dall’epoca sovietica a quella post-sovietica proprio quando avevano un’età sensibile, quando vivevano l’adolescenza. E quindi sono intellettuali che non idealizzano l’epoca sovietica e non condannano neppure l’epoca attuale. Hanno una possibilità di giudizio più equilibrata e meno radicale. E questo è importantissimo. Tra i più importanti intellettuali russi posso indicare Andrej Astvacaturov che nel suo “Il museo dei fetidi” racconta la storia degli ultimi cinquant’anni della Russia attraverso la personalità di personaggi storici descritti secondo la loro psicologia; non c’è più l’eroe sovietico che faceva tutto per Stalin, né l’anti eroe post-sovietico che invece condannava solo il comunismo.

Per quanto riguarda il teatro russo?

Il teatro oggi è un barometro sociale, per utilizzare le parole con le quali Claudia Olivieri, docente dell’Università di Catania,  ha introdotto il suo intervento al Festival. Per parlare del futuro del teatro russo le posso dire che nei prossimi mesi a Mosca da un lato continuerà la produzione teatrale di cui le ho parlato, spettacoli in cui si distruggono le frontiere classiche del teatro e nei quali gli spettatori si muovono, escono, vanno in giro per la città. Poi prenderà piede sicuramente il “teatr.doc”, un teatro basato su documenti d’archivio, riguardanti anche la politica attuale, nel quale la documentazione costituisce effettivamente il copione del testo recitato. Ad esempio – e questo, mi permetta la parentesi, è il classico esempio di mala informazione in Occidente- in Russia sono stati allestiti spettacoli che parlano dei più recenti omicidi politici, nei quali sono stati presi addirittura i testi degli interrogatori, sui quali si è costruito l’intero spettacolo senza rielaborarli. Quindi è un teatro, quello russo, vivo! E questo concetto è assolutamente alla base del realismo russo.