Hai presente il film “Totò a colori”? Hai presente la scena della sputo in un occhio? No. “No? Ma vaffanc…”… ah! Ops.. Niente… è partita una strofa di Ciampi. Comunque, vieni qui, siediti, accomodati, te la racconto io. Ma prima, una domanda: sai chi è Saverio Tommasi? No? Fai bene. È un signore che si è inventato un lavoro tutto suo: il venditore di opinioni. Anzi, di sentenze travestite da opinioni. Emesse, queste, dalla cattedra virtuale di Facebook, cloaca massima del regno del Progresso. È un signore proprio tutto contento, lui, di cantare nel coro di una società condominiale che gli aderisce perfettamente, e la contentezza deriva dal fatto che proprio questa è la sua grande fortuna, il suo bunker di fiorellini colorati, la manna del suo conto corrente. Questa profonda, perfida invenzione è il massimo che il suo grande estro è riuscito a produrre; il massimo, davvero, dell’esplosione della fantasia. Egli è la morte personificata di ogni Fantasia, è il nero, il buio pesto nel campo di ogni estetica desiderante, il culmine del banale nella sua declinazione semi-colta, engagée, il vertice della finocchieria critica (è osare troppo definirla “intellettuale”) e pseudo-giornalistica.

L’uccellino canta al ritmo del canto degli uomini, e ne ha ben donde. Niente controindicazioni, solo benefici. Liscia i peli della mandria che incarna la fiorente società dello spettacolo; la società che alleva megalomani senza uno sputo di patologico, piccole lingue lunghe e maniaci della tastiera. Gioca tanto, anzi scherza, credendosi serio… a teatro, su Facebook, con gli orrori dell’epoca nostra, la guerra, le torture, i ceppi, il fuoco, geopolitica, antropologia, mistica… Tutto suo, tutto fa suo, è il suo atto di esistenza, la sua firma; alza le braccia, le agita, sono qui, esisto, esisto! Qualcuno mi veda! Sono con voi, sono voi! La società dello spettacolo esige giudici, non creatori, siano essi lavoratori o intellettuali. Non solo giudice, ma prete, fratello… frate! Padre Tommasi. “Frate Asino” era Giuseppe Desa da Copertino che, ” guardiano di porci, si faceva le ali frequentando la propria maldestrezza e le notti, in preghiera, si guadagnava gli altari della Vergine, a bocca aperta, volando”. Questo nostro prete laico da condominio democratico invece è ben lontano da questa meravigliosa e divina grazia, egli è reporter, indaga, intervista, conosce, sa. Generale di una gioiosa armata del Bene che marcia sotto il vessillo arcobaleno, ma è daltonismo: non vi è colore se non sotto la piena conquista della libertà di là da ogni luogo comune, di là da ogni retorica da anima bella. Il vessillo è penosamente grigio.

Dicevamo, hai presente il film “Totò a colori”? C’è questa scena dello sputo in un occhio ma poco prima succede che lei, Giulia Sofia – rivolgendosi a Totò che veste i panni di Antonio Scannagatti – gli chiede: “Senti caro, tu che hai viaggiato tanto, che sai un sacco di cose…” – “Dimmi cava” – “… dimmi un po’ i tuoi gusti, informami! Devi essere così interessante!”, e dopo vari tentennamenti – in una ouverture di sincerità-  risponde, tonante: “A me mi piace la serva”. E Franca Valeri nei panni di Giulia Sofia conclude con un magistrale: “Aaah, che simpatico”. Infine c’è un signore che – irritato – lo porta via, di peso. Immagina se il regista fosse stato padre Tommasi. Anzi, immagina in colui che lo trascina via il nostro prode eroe dell’internet. Ma non finisce qui, Scannagatti si accascia coi gomiti su un tavolino di fronte al quale vi è un quadro, una imitazione di un Picasso. Succede che, alzando gli occhi, Totò non fa in tempo ad accorgersi di avere di fronte un volto cubista che si spaventa a morte. Il pittore è lì presente: “Ha avuto paura?” – “E come no?” – “E di che?” – “Come «di che»?” – “Di questo quadro?” – “Eh già” – “Ma è un Picasso?” – “Cos’è questo?” – “C’est une imitation de Picasso” – “E chi l’ha fatto?” – “Io” – “Bravo! la scienza va premiata. Or tutti a me. Una sedia e un tovagliolo”. Per farla breve, Scannagatti fa sedere il pittore, gli consiglia di tenere chiuso un occhio con una mano e nell’altro occhio, importunamente fattogli spalancare, ci sputa dentro previa grande rincorsa. Motivazione: “A me mi piace premiare il talento”. Ecco, Saverio Tommasi, tu sei un grande talento, anzi un genio imbonitore, uno che si crede Voltaire.

E siccome l’inconveniente di essere nati è tutto nel compimento di un destino, un giorno nero senza arcobaleno, se dovessimo mai incrociarci, sappi che lo scrivente ti sorriderà con sguardo indulgente, perché lo sputo è tutto qui. Già compiutamente soddisfatto è l’eterno bambino. Verrà la morte della fantasia e avrà i tuoi occhi. Ma non per me. “Sarà come smettere un vizio, come vedere nello specchio riemergere un viso morto, come ascoltare un labbro chiuso”. Scenderete nel gorgo muti. Siete in tanti. Auguri.