La settimana scorsa il Senato ha dato il via libera al ddl 54, disegno di legge che introdurrà nel nostro ordinamento il reato di negazionismo, il quale sarà punito con una pena da due a sei anni di reclusione. Il testo dovrà passare nelle prossime settimane alla Camera per l’approvazione definitiva. Quando questo ddl entrerà in vigore dunque lo Stato, per bocca di un giudice, avrà la possibilità di decidere cosa è negazionismo e cosa non lo è, ed eventualmente condannarlo. Ma è possibile e auspicabile che sia uno Stato a effettuare tale processo, a farsi arbitro del vero e del falso storico?

 Nel concepimento del ddl 54 è presente un fondamentale e immanente errore metodologico, giacché con esso si vuol tentare di dare soluzione giuridica a un problema che, se vogliamo ammettere che esista (siamo negazionisti?), è di ordine prettamente culturale e sociologico. Sarà infatti una sentenza a fermare il negazionismo? Sarebbe sciocco crederci. Se davvero l’intenzione del legislatore fosse quella di estirpare il negazionismo, la via da percorrere sarebbe quella di una vasta e diffusa azione culturale volta a eliminare le cause generatrici di esso; ma nella miopia si pensa di poterlo arginare con il banale pronunciamento di un magistrato.

Ma cosa è il negazionismo cui il nostro Stato ha dichiarato guerra? Bisognerebbe capire in primo luogo questo. La storia è scritta dai vincitori, da coloro che restano padroni del campo. La damnatio memoriae di eventi e fatti del passato ha funzionato e funziona benissimo. Tutto questo è scritto a chiare lettere in un qualsiasi manuale universitario di storia. Dunque, considerato ciò, il concetto stesso di negazionismo tende a perdere di vigore, i suoi confini iniziano a divenire sfocati. La storia è dei vincitori, che raccontano di essa ciò che è più comodo per la loro causa; dunque qual è la realtà storica? Semplicemente non la conosciamo direttamente, sappiamo ciò che di essa ci viene raccontato. Dunque, ancora, dov’è il revisionismo, dov’è il negazionismo? Alla luce di queste considerazioni il giudizio su di essi non può essere così affrettato, e certamente non può essere rimesso nelle mani di un giudice, braccio dello Stato.

Quella verso cui ci muoviamo con il ddl 54 è infatti una realtà in cui lo Stato si autoproclama detentore della verità storica, in grado di poter sentenziare cosa è vero e cosa è falso della nostra Storia e del nostro passato. Non molto diversamente da quello che accadeva nel più celebre romanzo di George Orwell, 1984. Chiunque l’abbia letto ricorderà che il protagonista Winston Smith lavorava, alle dipendenze del Partito, come impiegato negli uffici del Ministero della Verità. Tra le sue mansioni c’era quella di correggere il passato, selezionare i documenti storici da alterare e quelli da distruggere, applicare la damnatio memoriae nei confronti dei dissidenti invisi al Partito, in modo tale da rendere la Storia conforme al volere dello stesso. Quello che sta succedendo ora in Italia non è troppo diverso da quello che avveniva nel mondo distopico di 1984. Con l’approvazione di questo decreto si consegnerà il nostro passato nelle mani dello Stato, nelle mani dei vari partitelli al governo, con i loro altalenanti, effimeri e subdoli interessi. Il giudizio sulla Storia non può che stare agli storici e al popolo, e deve necessariamente essere libero da ogni condizionamento da parte del potere. Approvando il disegno di legge 54 però, presto, non sarà più del tutto così.

Il passato è tutto ciò su cui da un lato i documenti e dall’altro la memoria sono d’accordo. E dal momento che il Partito ha il controllo totale su tutti i documenti, […] ne consegue che il passato è quello che il Partito decide che sia” George Orwell, 1984