Quando si discute in merito a certi temi, la cosa più saggia da fare è scegliere con cura quali siano gli elementi da mettere a confronto e quali gli aspetti cui dare maggiore rilevanza al fine di “farsi un’idea”. Si perché, prendendo ad esempio la volontà di tenere aperti i supermercati la domenica e di notte, si potrebbe fare tutta una serie di considerazioni sulla felicità o meno di questa scelta, basandosi ad esempio su argomentazioni di natura economica o perlomeno “quantitativa”, per così dire. La totale liberalizzazione nella gestione delle giornate e degli orari lavorativi per queste attività è stata introdotta dal Governo Monti con il c.d. decreto “salva Italia”. Il nome del provvedimento ovviamente non era casuale: secondo molti, tale liberalizzazione avrebbe consentito un aumento notevole dei consumi, uno stimolo all’occupazione e tutto sommato anche un certo aumento del benessere sociale, alla luce della possibilità di gestire con maggiore elasticità i propri momenti da “animale da consumo”. Tutte queste argomentazioni possono essere facilmente smentite, sia alla luce dell’evidente stagnazione dei consumi che si continua a registrare nel paese, sia alla luce di una semplicissima considerazione: il modello dell’apertura 7g/24h crea un sistema falsamente concorrenziale, completamente sbilanciato a favore dei grandi colossi della distribuzione. Adottare un modello del genere, infatti, è particolarmente costoso: si necessita di assumere del personale da mettere su turni (questo come si vedrà non vuol dire aumento complessivo dell’occupazione!) e di adottare un complicato sistema di gestione operativa del lavoro.

 La conseguenza è assai prevedibile: il piccolo negoziante, i vari dettaglianti di quartiere, che non sono assolutamente in grado di reggere tale alterazione concorrenziale, sono costretti a chiudere, con gravi conseguenze in termini di commercio di quartiere, occupazione e qualità del prodotto distribuito. La qualità del prodotto, difatti, non può che essere inficiata da questo meccanismo: laddove ormai, alla luce della stringente crisi economica, il modello concorrenziale è fortemente orientato alla guerra sui prezzi, l’unico modo per compensare l’aumento del costo di servizio legato al nuovo sistema è quello di intervenire riducendo la qualità delle merci. Si cerchi di individuare, in tutto questo, quale possa essere il reale vantaggio per un consumatore. Si consideri, inoltre, che prima di essere consumatori si è cittadini e assistere allo svilimento del mercato di quartiere in favore dei mega centri commerciali è un aspetto che non può certamente essere tralasciato. E allora la solita domanda sorge spontanea e, si badi, tale quesito è scevro da qualsivoglia nervatura polemica di radice ideologica, bensì è di natura banalmente logica: chi ci ha davvero guadagnato? A chi è stato fatto il favore? Adesso però, dopo aver messo a fuoco rapidamente e doverosamente, rudimentali e forse semplicistiche considerazioni economiche, proviamo a raccontarci una storia, soltanto per capire cosa ci fosse in ballo e cosa probabilmente abbiamo deciso di giocarci (e perderci!). Questo perché per garantire l’ennesimo favore ai soliti ‘poteri forti’, dietro la falsa retorica del riconoscere ad ognuno di noi il “diritto” (suona quasi comico!) di comprare cetrioli la domenica mattina e carote il sabato alle quattro di notte, è stato deciso di pagare un prezzo davvero elevato e di assumere un modello ben preciso di società.

Chiunque si soffermasse un attimo a pensarci, avrebbe senza dubbio la possibilità di scavare nei propri ricordi “domenicali”, vissuti magari durante l’infanzia, e di rinvenirne immagini e momenti davvero speciali: uno potrebbe essere la passeggiata al parco di mattina col nonno; un altro quello del trambusto in cucina e l’odore di ragù appena svegli; per qualcuno potrebbe essere quello di andare a messa con tutta la famiglia; per qualcun altro il ricordo di qualche lettura, magari del manifesto di Marx, al parco in compagnia di una giovane rivoluzionaria. A proposito di letture, vengono in mente anche le immagini tratteggiate da Pasolini nei suoi libri: il sottoproletariato che indossava il vestito buono, il vestito della domenica, per provare a trarre gioia dal respirare la condivisione di una socialità che, seppur profondamente misera, sapeva di libertà, sudore, temporanea spensieratezza. Probabilmente è questo il vero tema: quello di una domenica che costituisce un cerimoniale laico di socialità, condivisione, costruzione di coscienza morale ed etica. Un cerimoniale al quale abbiamo deciso di rinunciare a favore di un terrificante cieco individualismo, di una sconcertante autoreferenzialità, di un dilaniante egoismo che ci porta a pensare persino che il nostro “diritto” di comprare le banane il primo maggio sia tanto degno di considerazione quanto quello di una ragazza madre di trascorrere una festività con suo figlio. Quella ragazza madre, invece, assunta magari con un part time (formula contrattuale più facilmente adoperabile in un regime di lavoro su turni), è costretta a lasciare il bimbo ad un’amica o a chissà chi, dal momento che la sua genitorialità sarebbe sacrificabile sull’altare di una qualche forma di assurdo “efficientamento sociale”. Questo forse è il tema e su questo dovremmo forse oggi riflettere con un certo rammarico, animati da una specifica nostalgia, con la mestizia di chi forse ha capito di aver perso una parte di qualcosa, di un modello migliore, nel quale la gente si voleva un po’ più di bene.