Un popolo senza un passato è destinato a scomparire. E l’Italia appare sempre più rivolta verso l’oblio di sé e di ciò che l’ha preceduta. Lo dimostrano gli ingenti tagli disposti ultimamente dal Governo ai fondi indirizzati alla tutela di beni storico-artistici. Un patrimonio immenso, quello italiano, il più ampio del mondo, costituito da 43 siti Unesco, 3400 musei, 2100 aree archeologiche. Un patrimonio, però, lasciato cadere letteralmente a pezzi.

Emblematico il caso Pompei. La scorsa estate, i turisti accorsi nel magnifico sito ai piedi del Vesuvio notarono che un intero solaio e con esso un muro erano crollati, portandosi via una parte della Casa di Ganimede, edificio millenario del quale oggi possiamo ammirare solo datate fotografie. Ancora, a febbraio, sempre tra gli scavi pompeiani, una frana ha definitivamente coperto il muro di una domus, causando danni inestimabili. E non è finita qui. I crolli, terminati (apparentemente) tra gli scavi, ora si avvertono nei conti correnti dello Stato. Secondo quanto attestato dal Ministero dell’Economia, per il prossimo triennio sono previsti ingenti tagli nella spesa per la tutela e la valorizzazione dei beni, le attività culturali e paesaggistiche. Per il 2014 sono stati stanziati circa 1.412.000.000 di euro. 100 milioni in meno per il 2015. Tagli analoghi sono previsti anche per il 2016. E’ una tendenza, quella di destinare sempre meno fondi ai beni culturali, che dura da quindici anni. L’hanno seguita Governi di destra e sinistra, ognuno con le sue responsabilità, portando il Belpaese ad una situazione disastrosa. Attualmente solo lo 0,11% del Pil finisce a tutela di templi, fori e musei. Eppure, sembra che il problema fondamentale alla base del nostro patrimonio storico-archeologico non siano solo gli investimenti.  Piuttosto, la falla più ampia è riconducibile alla gestione complessiva dei beni e soprattutto all’utilizzo delle risorse.

Per quanto riguarda l’aspetto manageriale, ad oggi, gran parte del sistema di gestione dei beni culturali è basato sul sostentamento pubblico. Quindi, da una parte c’è lo Stato, che gestisce e finanzia i propri beni. Poi ci sono le Regioni e infine i Comuni, che provvedono al patrimonio di loro competenza. Solo una piccola parte di beni è sottoposta al finanziamento privato, soprattutto delle fondazioni bancarie. Anche i privati, però, negli ultimi anni hanno compreso che dalla cultura non si mangia, riducendo i propri investimenti del 30%. Ora, delle due, una. O si è disposti, per evitare il collasso del sistema, ad accettare la presenza sempre maggiore di privati nella gestione dei beni storico-artistici oppure il Governo dovrà individuare nei millenari campanili, nei musei e nelle statue di marmo il tesoretto sul quale puntare. Con molta probabilità, si opterà per la prima.