In Italia, parlare di sciacallaggio mediatico sarà pure malizioso, ma rasenta la realtà dei fatti al pari di pochissime osservazioni che possano essere avanzate sullo Stivale. Il benché minimo cenno di flessione dell’ordine imposto dalla stampa convenzionale, viene reinterpretato e parafrasato a seconda della circostanza. Così, si aumentano la tiratura dei giornali e il seguito delle redazioni televisive, ingrassando di conseguenza le loro sacche economiche, ed inchinandosi al potente di turno. Su questo, Grillo ha sempre avuto ragione: per abbattere il muro di cinta erto dalla omologazione del pensiero, è necessario codificare nuovamente l’etica giornalistica dal principio. Evitando, inoltre, che qualsiasi particella residua del precedente sistema trascini con sé le sue storture. A tal proposito, un buffo incrocio di ironie della sorte ha voluto che proprio il Movimento 5 Stelle del comico genovese venisse sommerso – come di consueto – dallo tsunami della maldicenza.

Non c’è un protagonista dell’informazione nostrana che non si stia scorticando le mani ed arrovellando il cervello per cercare il pelo – “irto e setoso”, di banfiana memoria – nell’uovo del M5S. I salotti della RAI sono in preda ad una libidine incontrollata da diverse settimane; i sondaggisti sono assediati dalle richieste spasmodiche della casta intellettualoide; le poltrone di “Porta a porta” e di “Agorà” annusano la notorietà del problema, sulla quale l’irresistibile istantaneità della chiacchiera possa tessere trame succulente per gli adulatori della polemica. Tutto impostato sulla presunta ipotesi che Virginia Raggi avrebbe dovuto agire e sapere. Dimenticando, però, che colmare le voragini ampliate dai suoi predecessori richieda un tempo superiore ad appena quattro mesi. I fomentatori della isteria si scoprono incredibilmente sprovvisti del cardine delle loro folate propagandistiche: il garantismo di maniera, con cui Berlusconi, Belsito, e Lusi, ad esempio, sono stati assolti dal tribunale della pomposa inquisizione mediatica.

Il polverone sollevato dalle inadempienze amministrative della Raggi e dalla risposta non particolarmente orientata del Direttorio del Movimento 5 Stelle, sembra addirittura insabbiare i fattacci del passato, quando le intemperanze sbarazzine delle classi dirigenti locali hanno agevolato la formazione e l’inoculazione della tramontana grillina. Quindi, pare quasi paradossalmente fuori luogo ricordare agli attuali governanti che la solerzia con la quale ravvisano le ambiguità dei Pentastellati sia direttamente proporzionale alle magagne dei loro schieramenti, perpetuate nel corso delle recenti legislature e degli ultimi mandati. Dall’ondata di collusione mafiosa di Totò Cuffaro, alle scappatelle viziose di Piero Marrazzo, passando per le voraci pulsioni di “Batman” Fiorito: bastasse una poco chiara rinuncia alla candidatura di un indagato – per altro, in una delle commissioni più scottanti del Campidoglio – per lavare la sordida coscienza del malaffare, che depreda la serietà delle istituzioni e tormenta l’immagine del Paese.