Il talento di Matteo Renzi non si palesa esclusivamente nella dirompente tenuta dialettica del personaggio e nella ridefinizione comunicativa della Presidenza del Consiglio. Benché primari, questi aspetti non caratterizzano nella particolarità il suo primo anno e mezzo a capo di Palazzo Chigi. Piuttosto, stupisce la scioltezza con cui sta dimostrando esplicitamente di avere un ascendente indicativo sulla stampa (sempre protesa con la lingua inarcata a refrigerare le terga del potente di turno) e sull’opinione pubblica (aristocratizzata dal perbenismo commerciale), in maniera esponenzialmente superiore rispetto alla sfrontatezza dei tempi d’oro di Silvio Berlusconi. Le strategie per operare in questa direzione sono definite da mesi. Ammansire le masse – meglio se imberbi ed illibate -, rendendole indirettamente passive nel tessergli lodi sulle note di tracce musicali redatte a puntino per lui, come accaduto in una scuola elementare a Siracusa; plasmare figure istituzionali e amministrative – sulla falsa riga delle Boschi, delle Madia, o dei Nardella – a sua immagine e somiglianza, affidando loro un’autonomia pari a quella di un drone; costruirsi una notorietà improntata più sull’appetibilità scenica nei salotti televisivi, che sulla rocciosa e pragmatica consistenza dei contenuti.

Oltre ciò, i deliri di dittatoriale onnipotenza del fiorentino circuiscono persino i vertici del Partito Democratico. Figlio delle recenti giornate è l’atto di legislazione che Matteo Orfini e Lorenzo Guerini hanno congegnato minuziosamente, per esigere linearità e chiarezza dalle compagini partitiche di Camera e Senato. All’apparenza, un’ulteriore e conseguente dimostrazione di trasversale ripianificazione della classe dirigente. Nel merito, la volontà di escludere dal gioco democratico la sola forza politica che stia tentando effettivamente di tranciare i vecchi stilemi e reimpostare le priorità di rappresentanza. Ovvero, il Movimento 5 Stelle. I vizi di forma e le pretestuosità di questa accozzaglia di grottesche congetture giuridico-legali sono innumerevoli. Innanzitutto, per quanto le asserzioni di Max Weber attestino il contrario – una volta assunto il ruolo di concorrente nella tornata elettorale, un qualsiasi apparato, movimento, contesto associativo, o gruppo, diviene carne viva della partitocrazia -, il M5S non contravviene ad alcun dettame costituzionale, men che meno interferisce nella rigorosità dell’etica parlamentare – sempre che la profondità di tale valore sia ancora condivisa tra gli scranni di Montecitorio e Palazzo Madama -. Dunque, non si comprende come sia possibile paventare un attentato alla democrazia da parte dei pentastellati, sulla base di un’ibridazione della rappresentatività, improntata sui soprusi e sul depauperare i cittadini della sovranità della quale dovrebbero fregiarsi. Poi, sulla richiesta di egualitarismo interno, che sia l’organigramma direttivo del PD a domandarlo, rasenta le serate satiriche del “Bagaglino”.

La verità è un’altra: la paura dei burattini di Bruxelles è che gli adepti di Grillo continuino a far emergere il ciarpame politico ed umano della Roma dei Palazzi – al netto dell’incapacità di certi esponenti e delle opinabili posizioni su temi sensibili – e che proseguano nello svolgimento di un’attività sconosciuta, prima dell’inizio della XVII Legislatura. Ossia, l’attività di Opposizione.