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Un nuovo spettro si aggira per l’Europa e pare abbia anche un nome: Sovranismo! Il vocabolario del nostro Word non lo conosce ancora, ma sembra essersi accorto della sua esistenza il Sole 24 Ore, o perlomeno il loro editorialista Sergio Fabbrini, professore della LUISS. In due articoli ravvicinati (8 e 22 gennaio) il direttore della LUISS School of Government individua il nemico dei conservatori di oggi (cioè gli europeisti, della finta destra come della finta sinistra) nei “sovranisti”, che altro non sarebbero che quei progetti politici euroscettici e no-global nati dall’incontro tra nazionalismo e populismo.

Il neologismo in realtà aveva già fatto qualche rapida comparsata in altre testate mainstream, specialmente con l’innesco della deflagrazione euroscettica, cioè la Brexit. In questo editoriale per l’Espresso Luigi Vicinanza scopre il malessere da globalizzazione che cova nella pancia dell’Occidente e titola “Sovranisti improbabili, unionisti senza idee” un articolo che tenta di spiegare l’emergere di Trump, Le Pen e Salvini. Il pezzo è del 27 maggio 2016. Post-Brexit, il nemico comincia a venir messo a fuoco nei mirini del mainstream con maggior acutezza, stavolta per penna di un francese (non a caso, visto che è lì che la rivoluzione sovranista è partita con Marine Le Pen). È il Corriere a riportare un pezzo di Bernard-Henri Lévy, che titola “Così ha vinto un sovranismo ammuffito”, siamo al 27 giugno. Il pezzo è al vetriolo e di un caviarismo, se mi si passa il neologismo, imbarazzante, perlomeno nel tentativo di tratteggiare i sostenitori della Brexit come una manica di burini razzisti e ritardati. Risponde, giustamente e sempre sul Corriere, Galli della Loggia il 29 giugno, conquistandosi il merito, perlomeno, di cogliere l’abisso che gli intellettuali come Bernard-Henri Lévy hanno scavato tra loro e il popolo.

L’allarme sovranista esplode sui media mainstream, tuttavia, come accennato in apertura, questo gennaio: lo testimonia l’esponenziale crescita dell’utilizzo del termine. Il catalizzatore, ça va sans dire, è Donald Trump. Vi ricorre Bersani in un’intervista a Repubblica, che dopo aver visto la mucca in corridoio pare essersi destato dal suo lungo sonno; lo rilancia Alessandro Somma su MicroMega; vi approda anche Panebianco per diffondere la sua russofobia sul Corriere.

 Dibattito a Otto e Mezzo sulla globalizzazione.

Dopo questa breve rassegna stampa proviamo a mettere insieme i pezzi del puzzle. Il mainstream ha preso atto che vent’anni di Fine della Storia hanno prodotto una reazione ed ha paura. Le cause di questa reazione sono da individuarsi principalmente negli effetti nefasti che la globalizzazione ha avuto su larghi strati del ceto medio e proletario dell’Occidente (qui un rapporto molto interessante del McKinsey Global Institute), che ha vissuto un impoverimento netto di massa. A questo si aggiunge il senso di alienazione culturale dato dai vorticosi mutamenti socio-politici e demografici che hanno stanno investendo le nostre società. A cappello, l’incapacità della politica di intervenire nel mondo e plasmare il reale, privatasi volontariamente dei mezzi per poterlo fare. Ad un certo punto, la narrazione autoreferenziale delle élites ha smesso di funzionare: troppo grande era lo scollamento rispetto alla realtà. Ed ecco a voi il sovranismo, l’incontro della volontà di cambiamento vero, propria della maggioranza delle persone occidentali, con qualche contenitore politico capace di mettersi in ascolto, di sentire i borborigmi delle pance europee ed americane. Ecco dunque la componente populista, cioè il lato della domanda (e della comunicazione), e la componente nazionalista, cioè l’offerta e lo strumento attraverso il quale tornare ad agire sul reale, tornare a modificarlo. La sintesi è il recupero della sovranità nazionale. Il significato profondo di questo sommovimento, se avverrà compiutamente, sarà il rimettere in moto il processo storico, il ritorno in grande stile sul palcoscenico della Storia della categoria del politico, fino ad oggi cancellata da un mondo piano e mercantile.

Chiaramente c’è chi è arrivato a queste conclusioni da destra, ed era probabilmente già nazionalista, e chi da sinistra, ed era populista nel senso che stava dalla parte dei lavoratori nella lotta di classe. I due concetti si sono quindi incontrati a metà, non avendo senso la nazione senza perlomeno solidarietà, se non vere e proprie forme di socialismo (inteso come intervento diretto dello Stato in economia, quantomeno), ed essendo impossibile la difesa dei diritti sociali delle classi meno abbienti in un contesto di mercato globale senza uno Stato globale, cioè regole uguali ovunque.

C’è chi dice, come il sociologo Carlo Formenti, che nel populismo c’è un alto grado di contingenza, cioè può andare a destra come a sinistra. È teoricamente corretto, ma è molto più probabile che vada a destra, infatti ci sta andando. Questo perché, come già spiegato in un precedente articolo, la destra (non quella liberale, ma quella sociale) aveva già dentro di sé le categorie per comprendere quello che sta avvenendo, sia a livello di elettori che di classe dirigente e intellettuale. La sinistra, viceversa, anche quella marxista più anti-sistema, si ostina a mantenere paradigmi che sono in palese contraddizione con la sua teorica funzione politica, cioè la difesa delle classi subalterne. Questo articolo di Silvia Bianchi su Gli Stati Generali può essere considerato paradigmatico. Deve cioè decidere quali classi subalterne difendere: quelle del fu Terzo Mondo, che dalla globalizzazione tutto sommato qualche vantaggio lo stanno traendo, migrando e sviluppandosi seppur in condizioni di sfruttamento ottocentesco, oppure le “aristocrazie proletarie” decadute dell’Occidente, che altrimenti voteranno sempre più a destra.

Il sociologo Carlo Formenti espone la sua visione del populismo ad un evento organizzato dall’associazione Ross@.

C’è in realtà una grande contraddizione anche a destra. Davanti al grande bivio storico posto dalla globalizzazione le strade sono sostanzialmente due: o si fa uno Stato globale, il che significa stesse regole ovunque ed omogeneità anche culturale, o si torna ad un mercato internazionale, cioè si torna a regolamentare gli scambi di capitali, merci e persone. In sostanza, o si crea una nuova sovranità o si torna a quella vecchia, tertium non datur, l’ordine mondiale attuale è troppo squilibrato e avvantaggia una percentuale risicata di persone e di Paesi. Se tuttavia le destre sovraniste ormai mainstream, delle quali Trump è il capofila, non capiscono che tornare alle nazioni per fare un liberismo interno non ha senso, ma al massimo è una pezza momentanea alle disuguaglianze tra nazioni, si rischiano derive preoccupanti. Più che declinazioni di destra o di sinistra del sovranismo sarebbe dunque opportuna una sintesi per un sovranismo di destra e di sinistra contemporaneamente.

 Un Alberto Bagnai ormai d’antan parla di Europa, liberalizzazioni e privatizzazioni. Si esce dall’euro per riscoprire Keynes e la piena occupazione.

Fatte queste precisazioni si può passare ad analizzare rapidamente il panorama sovranista italiano. Partiamo dal mainstream: il centrodestra si è spaccato proprio su questo e difficilmente si ricomporrà, né è auspicabile che lo faccia. La parte sociale si è lanciata verso il sovranismo, Salvini alfiere del movimento e Meloni a ruota. Era prevedibile, abbiamo spiegato a grandi linee perché. Berlusconi, non si capisce bene perché dopo il golpe morbido del 2011 (o forse lo si capisce benissimo), è rimasto liberale e finirà a fare da stampella a Renzi in cambio di qualche concessione. Recentemente Alemanno e Storace hanno tentato un rilancio personale sempre in questa chiave, fondando il Polo sovranista: confluiranno nello schieramento salviniano.

C’è poi il Movimento 5 Stelle, che dà un colpo al cerchio ed uno alla botte (vedi il tentato e fortunatamente mancato ingresso nell’ALDE), ma è sostanzialmente euroscettico. Dei limiti del movimento di Beppe Grillo abbiamo già scritto svariate volte, mancano perlomeno organizzazione ed un pensiero organico di riferimento, cioè una classe intellettuale in grado di mediare tra problemi complessi e popolo. Tuttavia il Movimento è euroscettico, più o meno inconsapevolmente no-global e può essere un sano correttivo a sinistra per la destra salviniana. È chiaro che, se c’è reale volontà di governare in entrambi, dovranno trovare un accordo in nome del sovranismo keynesiano.

L’aspetto più interessante del sovranismo tuttavia è stato il crearsi di una cerchia di intellettuali, più o meno noti e più o meno capaci, in grado di costruire un pensiero profondo e sostanzialmente organico e che hanno cominciato ad affacciarsi timidamente anche nel mainstream. Quasi tutti i principali ambiti del sapere coinvolti in qualche modo con la politica sono stati toccati. L’egemonia culturale è lontana, ma finalmente esiste almeno la possibilità del dibattito, per quanto avvenga ancora nel sottobosco di internet e degli incontri congressuali. Alberto Bagnai, Vladimiro Giacché, Sergio Cesaratto, Antonio Maria Rinaldi, Nino Galloni, Claudio Borghi per l’economia; Giandomenico Majone, scienziato politico; Luciano Barra Caracciolo, giurista; Carlo Formenti, sociologo; soprattutto in ambito filosofico molto si è mosso, con i lavori in grande anticipo sui tempi di Gianfranco La Grassa e Costanzo Preve, entrambi partiti dal marxismo, e oggi l’allievo di quest’ultimo, cioè Diego Fusaro, poi ancora Paolo Becchi; questi i primi nomi che vengono in menti e molti altri ancora. Sono figure precedentemente emarginate per le loro idee eterodosse, in alcuni casi non interessate alla politica, ma pian piano è stata la Storia ad andare loro incontro, portandoli alla luce del sole.

Moreno Pasquinelli del Movimento Popolare di Liberazione affronta il tema del sovranismo.

Si riesce anche ad individuare una data chiave in Italia, cioè il 2011. L’avvento di Mario Monti e dell’austerità hanno risvegliato parecchi cuori e soprattutto cervelli, generando subbuglio a destra come a sinistra. Da lì l’impegno degli intellettuali suddetti e soprattutto la nascita di svariati movimenti politici veramente dal basso, ancora piccoli, ma dal programma complesso e dettagliato, segno di un profondo lavoro intellettuale d’analisi e di proposta. Uno è il Fronte Sovranista Italiana, il primo a sdoganare il termine in Italia, che si ispira, a grandi linee, alla socialdemocrazia pre-1981 ed è dotato di una rivista on-line. Poi c’è Alternativa per l’Italia, che rappresenta la concretizzazione politica del blog scenarieconomici.it, dove scrivono Rinaldi e Galloni, sempre di impronta indipendentista e keynesiana. Riscossa Italia è nato invece da una scissione in seno ad Alternativa per l’Italia, conta una senatrice, Paola De Pin e la personalità di spicco è Marco Mori, avvocato da lungo tempo impegnato nella battaglia per la sovranità monetaria. Tutti e tre questi movimenti hanno come caposaldo il ripristino integrale e la contestuale difesa della Costituzione del ’48. C’è poi da citare la galassia post-fascista, i famigerati rossobruni, in particolare Casapound. Anche all’estrema sinistra qualcosa s’è mosso, con la creazione del Movimento Popolare di Liberazione di Moreno Pasquinelli, espressione del blog sollevAzione, oppure l’associazione politica e culturale Ross@.

L’intervento del Presidente Stefano D’Andrea all’assemblea fondativa del Fronte Sovranista Italiano.

Si tratta di un mondo molto esteso anche se molto frammentato. Ognuno di questi movimenti aggiunge qualcosa al senso del sovranismo e alle sue analisi. Se sarà sufficiente non è dato sapere, ma sperare che un’altra volta gli Stati Uniti decidano le sorti d’Europa, stavolta facendo crollare l’Unione Europea, non sarà la soluzione. L’elezione di Trump è stata un segnale fortissimo, forse un vero game changer, ma è tempo che l’Europa e l’Italia riprendano in mano il proprio destino.