500 superprofessori per 500 supercattedre. Nominati da 25 commissioni per chiamata diretta, senza passare per l’Abilitazione scientifica nazionale. Commissioni composte da un presidente – di «chiara fama internazionale», possibilmente straniero – nominato per «decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri su proposta del Ministero dell’Istruzione» , che a sua volta sceglie, a seconda dell’ambito disciplinare, due ricercatori italiani inseriti in una lista di 20 nomi dell’Anvur – l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca. Chi sono i nuovi? Ricercatori o aspiranti Prof già in servizio: 434 posti per docenti provenienti dall’esterno e 66 promossi dall’interno, con stipendi maggiorati del 30%. Saranno stanziati 38 milioni di euro nel 2016 e 75, a regime, per il 2017. Sono le Cattedra Natta (in onore del Nobel per la chimica Giulio Natta). Il cavallo di troia con cui il Governo entra nei corridoi accademici, rompendone l’autonomia. Il decreto, inserito nella precedente legge di stabilità, nasce – come ha ricordato di corsa il Foglio – per rendere il sistema «immune da baronie, camarille e nepotismi che affliggono il sistema universitario italiano». Eppure, a ben guardare, si rischia il rovescio della medaglia.

Secondo il Rapporto Anvur 2016, a fine 2015 il totale della docenza a tempo indeterminato era di 50.369 unità. Quindi le Cattedre Natta rappresenterà solo l’1% della docenza di ruolo (500 Prof). E di conseguenza a ogni settore disciplinare dovrebbe essere assegnato quell’1%, pena lo stravolgimento degli attuali equilibri. Il trucco, però, l’ha scoperto la rivista Roars (Return on Academic ReSearch): la ripartizione delle cattedre avverrà non secondo l’attuale geografia universitaria, cioè non tenendo conto dei numeri di Prof in certe materie. Si useranno le cosiddette aree Erc: non pensate su base disciplinare, ma sull’interesse dell’Unione Europea. Facciamola semplice: alcune materie, considerate d’avanguardia, vengono privilegiate; altre, più noiose, sono raggruppate in macroaree e penalizzate. Molta discrezionalità, e dunque – potenzialmente – poca imparzialità. Il che significa aumentare posti da una parte, e tagliarli dall’altra. Un esempio concreto del meccanismo: i glottologi (nelle cui file s’iscrive, guarda un po’, la carriera del Ministro Giannini) otterranno 18 posti più del dovuto, mentre per gli economisti ce ne sono30 in meno. Di fatto si è istituita una procedura straordinaria per il reclutamento, parallela e alternativa a quella ordinaria, e controllata dalla politica. E dall’alto verso il basso, in una visione quasi aziendale dell’Università, il Governo sceglierà i presidenti delle Commissioni – la cui composizione è inviolabile -, da cui poi i Prof: che dovranno il proprio ruolo a nomine dirette; e, nel caso non fossero già abbastanza grati, saranno convinti con stipendi di prim’ordine.

Detto questo, torniamo alla realtà. Il nepotismo, che certo è presente ed è pure – in parte – un fenomeno fisiologico (non solo in Italia), non è affatto il male assoluto. Riguarda una quota marginale degli attuali Professori, secondo Roars potrebbe non superare il 5%. Opinionisti di vario stampo lo ripetono, di continuo, alimentando una vulgata mainstream necessaria a colpire a più riprese l’Università. Oppure a coprire quei colpi, sistematicamente inferti dalla classe politica e su cui la «narrazione» del Paese non si sofferma mai. La verità, però, sta nel libro Università in declino. Un’indagine sugli atenei da Nord a Sud (Donzelli, Roma 2016), a cura del Prof. Gianfranco Viesti. Si scrive: «La situazione dell’Università è oggettivamente estrema. Lo mostrano i dati di comparazione internazionale, in base ai quali l’investimento pubblico italiano in istruzione superiore è nettamente inferiore, da qualsiasi punto lo si osservi – rispetto a quello di tutti, ma proprio tutti, gli altri paesi avanzati ed emergenti». Infatti, parlano i numeri: rispetto a 8-10 anni fa il finanziamento all’Università tramite Fondo ordinario (FFO) si è ridotto di oltre il 22%. Gli studenti immatricolati sono calati del 20%, il personale docente è diminuito del 17% e il numero di corsi di studio si è contratto del 18%. Dal 2009 al 2016, poi, a causa dei blocchi del turn-over e dei tagli, sono andati persi circa 12.500 posti a tempo indeterminato. E per finire, il crollo dei posti di dottorato in Italia: se nel 2006 erano 15.733, dieci anni dopo sono diventati 8.737 (-44,5%). Almeno di non considerarle una tattica di rara miopia istituzionale, dunque, come non scorgere nelle Cattedre Natta l’ennesima manovra a favore di pochi e a danno di molti, all’interno di un sistema formativo già, di per sé, al collasso? Noi, che siamo maligni di professione, mentre si levano le proteste e si accende il dibattito, ce lo chiediamo.