«Faccio politica per passione. Non per vocazione, perlomeno non direi: per passione. Sin da ragazzo ho avuto a cuore di risolvere i problemi degli altri. Non faccio programmi per il futuro, non ho mire su poltrone di consigliere regionale o deputato. Farò quello che ci sarà da fare, io ragiono così». E’ un consigliere comunale di una grande città del Sud Italia a parlare, privatamente, con chi redige quest’articolo. Una certa serenità ne promana, come di chi segue l’adagio del Buddha: ama il tuo lavoro e non lavorerai un solo giorno per tutta la vita.

L’occasione è una trasmissione radiofonica, ma si allarga e si espande oltre i temi della società e della politica, che Papa Paolo VI (citato recentemente da Papa Francesco) riteneva “la più alta forma di carità”. C’è un problema: chi fa politica per passione e per servizio, come il consigliere in questione, viene snervato da quotidiane battaglie con chicche e sia, avrebbe detto Totò, è chiamato a rispondere di fronte alla legge di cose che non ha commesso – davvero –, ed è chiamato a rispondere, di fronte alla rappresentanza cittadina del secondo partito italiano, per due sedute di commissione nelle quali si sarebbe trattenuto solo cinque minuti – ritenuti troppo pochi – nell’arco di due anni e mezzo di attività consiliare con piena presenza. «Ma che ne sanno» dice «del perché sono rimasto in commissione solo cinque minuti? Posso essere uscito per far mancare il numero legale, o per un’urgenza familiare. Sono due sedute contestate su due anni di presenza costante, con me non hanno che cosa andare a cercare. Ma è grave che questa gente sia il secondo partito italiano». Poi non lamentiamoci se un uomo onesto si rompe le scatole e lascia la politica.

La più alta forma di carità, insomma, se la deve vedere con la più bassa forma di settarismo purista apparsa in Italia da un po’ di tempo a questa parte. Col risultato che coloro che hanno il vento in poppa – figuriamoci – continuano ad avercelo e se ne fregano degli scontrini e dei minutini. Coloro che non sono sulla barca del vincitore, e remano invece per raggiungerla con grande fatica e volontà – con carità – devono avere anche a che fare con queste piccolezze, che rischiano di diventare la ridicolezza di un partito più che la sua identità. E’ un esempio, quello del consigliere, di buona fede politica quotidianamente tradita mentre più gravi imbrogli si vanno consumando a tutti i livelli del sistema politico-sociale italiano: chi non è parte della soluzione diventa parte del problema.

Lo dice un famoso comico – qua nomi non se ne fanno – parlando dell’ideatore di quel movimento che è secondo nei sondaggi e intanto non governa un cacchio, e dove governa combina dei pasticci asinini come nel caso di quella città che in un elenco di numeri romani segue il III e precede il V: «Nelle serate usava urlacchiare contro tutti, è andato avanti così per quindici anni, e lì ha capito quali sono le cose che funzionano di più: parlare male dei potenti. Ha riapplicato il metodo nei comizi, fondando un movimento che rappresenta alla perfezione il tono dei sudditi italiani. Non si ribellano mai, ma gli piace urlare che sono tutti ladroni». Anche quando uno ladrone non è: e così, gridando al lupo al lupo, si perdono per strada.