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Quando in questo paese si prova a discutere di questioni bioetiche, pare che le difficoltà da affrontare siano sempre e comunque maggiori rispetto a quelle da superare in altri contesti europei e occidentali in generale. La nostra storia è costellata da battaglie tanto laceranti sotto il profilo ideologico e culturale da essere rimaste impresse a fuoco nel nostro DNA di cittadini italiani. Basti pensare alla battaglia sul divorzio, a quella sull’aborto, alla quella sulla procreazione assistita, all’annoso percorso sul riconoscimento delle coppie di fatto (tematica spesso sfruttata dalla politica per distogliere l’attenzione dell’elettore da gravi criticità relative alla politica interna). Non si distingue sotto questo profilo il drammatico dibattito relativo al fine vita.

Che il tema sia politicamente innervato non v’è dubbio: chi non ricorda il clamore destato dal caso di Piergiorgio Welby o di Eluana Englaro? Lo dimostra anche l’attenzione sollevata dalla campagna #iostoconmax, che trae spunto dall’esperienza drammatica vissuta dal malato di SLA, Max Fanelli, la quale cerca di porre l’accento del dibattito pubblico sulle mortificanti condizioni nelle quali versano i malati terminali in Italia, i quali a gran voce chiedono una normazione relativa alla morte dignitosa. Fare ordine su questo tema non è affatto semplice perché la ratio della normativa non è per nulla lineare, soprattutto se letta in combinato con l’evoluzione degli orientamenti giurisprudenziali della Corte Costituzionale, della Corte di Cassazione e del Consiglio di Stato. Non è affatto un caso che un giovane avvocato castellanese, Maurizio Di Masi, abbia ottenuto l’accesso alla fase conclusiva del Premio Nazionale di Divulgazione Scientifica, con un libro intitolato Il fine vita, che in effetti prova a mettere ordine sulla materia.

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Il fine vita di Maurizio Di Masi

L’ambito è davvero ampio e abbraccia due necessità improrogabili: da un lato c’è il diritto rivendicato dal malato terminale alla sua autodeterminazione e a poter usufruire del suicidio medicalmente assistito, che metta fine a una drammatica esperienza vissuta come non dignitosa; dall’altro quello del cittadino, magari sano, di poter fare “testamento biologico” affinché in caso di sopraggiunta incapacità di esprimere la propria volontà o di intendere e volere (si pensi al coma, allo stato vegetativo) venga rispettato l’orientamento espresso. La questione è campo di infiniti contrasti.

Il primo è tra diritto pubblico e privato: lo Stato, mediante le strutture sanitarie pubbliche, si contrappone alla volontà del privato cittadino a scegliere una morte dignitosa rispetto a una vita non ritenuta tale. Il secondo è tra Costituzione e diritto penale: da un lato l’art. 32 della Carta che sancisce il principio autodeterminativo per il quale nessuno possa essere costretto alla cura, dall’altro il codice penale che punisce severamente ogni forma di assistenza o agevolazione del suicidio, non contemplando il caso appunto del malato terminale. Il terzo è tra giurisprudenza e previsioni normative: storica una sentenza del Consiglio di Stato del 2014, per fare solo un esempio, con la quale si sancisce il principio per cui nessuna struttura pubblica possa pensare di sovrapporre una propria visione della malattia, salute, sofferenza e cura a quella del malato. Il quarto è tra dottrina cattolica e dottrina laica, fatte salve le dovute eccezioni. E poi c’è il tema dell’alimentazione e dell’idratazione: sono da considerarsi cure oppure no? Se la risposta fosse affermativa, e pare che sul punto non vi sia unanime visione, con quale diritto sono imposte al paziente?

Intervento del prof. Rodotà presso la sala stampa della Camera dei Deputati il 25 novembre 2015 in occasione della presentazione del libro “Via Crucis fuori stagione”di Max Fanelli.

Il tema del turismo dell’eutanasia, poi, mette in ridicolo il paese: solo i più abbienti hanno la possibilità di recarsi in Svizzera, Belgio, Olanda, Canada o Stati Uniti per l’esercizio di tale diritto, quello dell’eutanasia, e questo crea un’ulteriore separazione tra i malati depositari di diritto e i malati che non lo siano. Persino nella morte, nella dignità del fine vita, l’Italia sa essere iniqua. Il vero contrasto, come evidenziato da Rodotà, è tra chi vede l’uomo come mera espressione biologica e chi invece abbia il coraggio di attribuirgli una dimensione biografica, fatta di vissuto, valori, opinione, diritto. Seppure pare crescano espressioni della società civile attive in tale ambito, si pensi al gruppo di ricerca intitolato “Un diritto gentile”, e siano presenti diversi progetti di legge in Parlamento, uno dei quali di iniziativa popolare presso la Camera dei Deputati, lo scontro che spacca in due il paese sul tema non può essere banalmente derubricato al solo fronteggiarsi di cattolici e laici. 

Lo scontro, ed è fondamentale arrivare a prenderne finalmente atto, è tra un’idea di uno stato davvero liberale e quella illiberale e liberticida dello stato etico: la scelta è tra chi, nel rispetto della libertà e della sacralità dell’individuo, nel riconoscimento della sua capacità e dignità, ne esalti l’esercizio autodeterminativo, in contrapposizione a chi, invece, imponga una visione arrogante delle cose che, per dirla tutta, di cristiano e caritatevole conserva ben poco.