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Che senso ha legare il voto del referendum alla legge elettorale? Le ragioni per il “no” sono consistenti indipendentemente da quest’ultima, resta quindi incomprensibile la scelta di Cuperlo di condizionare il sostegno alla riforma al cambiamento dell’Italicum. Mancano poco meno di due mesi al voto, un tempo chiaramente troppo ristretto per approvare una nuova legge elettorale, materia che tradizionalmente impegna le Camere in un periodo prolungato. Si tratterebbe quindi di trovare un accordo informale; accordo che, in quanto tale, non avrebbe nessun valore, e potrebbe essere facilmente disatteso. Cuperlo ha involontariamente offerto una sponda clamorosa a Renzi, che potrà promettere (come in parte ha già fatto) una modifica della legge elettorale senza che ciò in realtà lo impegni concretamente. In questo caso Gianni Cuperlo si troverebbe costretto a dichiarare il proprio sostegno per il “sì” senza aver ottenuto nulla, oppure il suo rifiuto rischierebbe di apparire pretestuoso. Perché allora non opporsi esplicitamente e senza troppi cavilli alla modifica costituzionale?

Un altro rappresentante della minoranza come Bersani ha già detto di votare “no”, senza mostrare una maggiore determinazione. Inizialmente l’ex segretario si era espresso per un “sì” poco convinto, precisando che non sarebbe stato “un sì cosmico”, ovvero un giudizio sul governo. Successivamente si espresse per il “no”, ma, anch’egli, solo se non fosse cambiata la legge elettorale. Infine l’approdo definitivo al rifiuto incondizionato della riforma. Tutta questa indecisione, questa assenza di chiarezza non giova agli oppositori della riforma Boschi. L’unico capo del PD ad essersi espresso senza incertezze contro la modifica è, bisogna dargliene atto, Massimo D’Alema, se non altro il più lucido. Per quale motivo questa mancanza di coraggio della minoranza?

“Baffino” è tra più attivi nella campagna per il “no”. Qui spiega alcune delle sue ragioni.  

Le oscillazioni sul referendum riflettono una più generale “passività” dei membri non renziani, che appaiono frastornati dal cambiamento di stile dell’attuale segretario. La differenza nel modo di comunicare e nei riferimenti simbolici rispetto a capi più anziani è evidente. Quella nelle politiche concrete quasi del tutto inesistente. Tanto Renzi quanto i suoi predecessori sono stati e sono tuttora i fautori delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni, così come degli stravolgimenti costituzionali (ricordiamo la Riforma del Titolo V e l’inserimento del vincolo di pareggio di bilancio) proponendosi come i più coerenti esecutori in Italia dei dettami della finanza e del capitale e i “sicari” delle tutele e dello Stato sociale della Prima Repubblica. L’innovazione di Renzi è stata quella di adattare lo stile comunicativo alla mutata politica. Ogni riferimento alla sinistra e al mondo “popolare”, che prima di lui in qualche misura ancora esisteva, sia pure in forma puramente simbolica, è stato abolito, sostituito da un linguaggio “pop” e immediato, di grande presa televisiva. Ogni retroterra culturale che in qualche misura faceva ancora rammentare al PD della sua tradizione è stato raso al suolo. Ci si allea anche apertamente e sfacciatamente con Berlusconi, essendo venuta meno qualsiasi distinzione, anche solo formale. I legami col mercato, già esistenti, vengono ora dichiarati apertamente e senza imbarazzo, con figure come Davide Serra e Marco Carrai che accompagnano Renzi in numerose occasioni. Infine si propongono personaggi giovani, di nessuna esperienza politica come “volti” per le telecamere.

Questo “shock” culturale ha trovato impreparati gli altri capi del PD, soprattutto quelli di scuola PCI, abituati a una diversa concezione della politica; da qui il loro imbarazzo: la politica di Renzi collima con loro, ma cambia il modo di comunicarla. Tuttavia, verrebbe da dire, chi è causa del suo male pianga se stesso: sono stati proprio gli eredi del comunismo italiano, D’Alema, Fassino, Veltroni, Bersani, Cuperlo, ecc. ad aver per primi commesso il “parricidio” contro il proprio partito e la propria tradizione. Sono stati loro ad aver aperto la strada al liberismo anche a sinistra. L’attuale segretario è stato il naturale e coerente prosecutore dell’opera da essi iniziata. Nessuna discontinuità, dunque, nessuna “innovazione”, nessun “cambiamento”, contrariamente a come Renzi ama presentarsi, se non nella simbologia. La riforma che piace alla finanza internazionale si colloca in questo quadro di totale continuità del PD. Soltanto, Renzi è privo di quella cultura della Prima Repubblica, ed è meno reticente nel dichiararlo continuando nell’opera di demolizione della politica avviata dai suoi predecessori.