di Giulio M. Sibona

Il disegno di legge cd. Cirinnà è passato monco “all’italiana” e il Paese si divide sostanzialmente in due: chi festeggia per il nuovo passo avanti verso la civiltà e chi lamenta una degenerazione sociale, visioni entrambe non prive di superficialità. Sostenere che il diritto degli omosessuali a costituire una famiglia sia una cartina di tornasole per il grado di civiltà è piuttosto miope, soprattutto in una società in cui diritti fondamentali come casa, lavoro, sicurezza, sanità ecc sono sempre più in dubbio. Anche dall’altra parte, però, rischia di assumere un eccessivo peso: infatti, se siamo arrivati a questo punto significa che la nostra società soffre molto nel profondo e queste unioni civili rappresentano solo una manifestazione esteriore. I più attenti già percepiscono quale crisi -prima di tutto spirituale- stia attraversando l’Occidente, e non si farà fatica a rilevare come, per quanto si possa dire sulle unioni civili, anche senza la nostra società sarebbe ben lungi da quel minimo di sanità interiore.

Insomma questo riconoscimento sarebbe più uno specchietto per le allodole, senza contare l’interesse del governo per una legge che richiami gli elettori alle prossime amministrative, da un lato, per i socialisti che non vanno a chiedere agli strati più frustrati dalla crisi quanto possa servire questo riconoscimento; dall’altro, per i tradizionalisti che rischiano di scambiare un sintomo per la malattia. Gli unici che possono applaudire sono quei progressisti che dal 1789 determinano lo sviluppo sociopolitico-culturale occidentale in nome della Libertà acritica, che ha trasformato l’uomo in una macchina da consumo per cui davvero qualsiasi capriccio si trasforma in un diritto, negato, ed arrivando fino al nucleo primo della società: e hanno ragione, perché due persone dello stesso sesso non potrebbero avere riconosciuti certi diritti? E perché non la poligamia e sempre oltre? Il problema non è la libertà dell’amore nell’hashtag #lovewins, ma nella concezione delle basi della società, se fondata su di un innegabile presupposto biologico o se le possibilità della Scienza possano permetterci il puro arbitrio dell’Individuo.

La fallacia della neodemocrazia in cui in mezzi di informazione, a loro volta eterodiretti, determinano la direzione di cambiamento delle masse, quindi delle decisioni politiche, e infine delle elezioni, si dimostra in quei temi in cui ogni cambiamento viene preso per necessità storica universale. Se il potere economico diventa progressivamente più sovra politico, sottraendosi a qualsiasi controllo, cosa resta al demos? Come ha giustamente notato Rizzo, Vendola potrà comprarsi un figlio, mentre la povera proletaria che lo vota(va) non potrà farsi una famiglia; non sorprende quindi che i paesi europei orientali dell’ex blocco sovietico siano proprio quelli che lo hanno esplicitamente vietato anche in costituzione.

Forse, però, uno degli aspetti più problematici è quello meno considerato anche se sbandierato dai sostenitori, e cioè che si tratta di unioni civili per tutti, non specificatamente per omosessuali, anche se ne sarebbero i primi fruitori. Se un’unione tra omosessuali non può che essere una finzione giuridica – in una civiltà fondata sulla frammentarietà e sul brevissimo periodo in cui tutto può cambiare domani, tra un’ora, tra un minuto – una delle poche sicurezze, la stabilità offerta dal matrimonio, trova un allettante concorrente (mercato libero, concorrenza libera, no?) in un’unione fondata su quello che senti oggi e che potresti non sentire domani, a maggior ragione senza obbligo di fedeltà. D’altronde è la stessa UE ad incentivare il divorzio breve per assicurare la libera circolazione delle persone sul territorio, ancora meglio un’unione meno vincolante e senza nemmeno perdere tempo a divorziare e più veloci a circolare per la sanità del mercato.

Quindi quale funzione ha il diritto? Riconoscere o regolare? Un tempo si diceva in medio stat virtus. Osservando lo sviluppo sociale distinguiamo caso per caso perché come Manzoni sosteneva che “non tutto ciò che viene dopo è progresso”, converrebbe domandarsi in questa società cosa ci sia da riconoscere e cosa da regolare: tra i cavalli di battaglia dei sostenitori del ddl, il riconoscimento della realtà sociale è uno dei preferiti, da cui discende che per il solo fatto che esistano queste coppie debbano essere riconosciute: Chi sono io per negare il loro diritto a sposarsi? Ma allora chi sono loro per negarmi il diritto ad avere una diversa visione del mondo?