«Questo referendum è inutile. Non riguarda le energie rinnovabili, non blocca le trivelle (…) Come hanno spiegato i promotori si tratta solo di dare un segnale politico». Così i vicesegretari del Pd Lorenzo Guerini e Debora Serracchiani. E’ vero: la consultazione popolare del 17 aprile sulla durata delle concessioni per l’estrazione degli idrocarburi entro le 12 miglia, non risolverà i problemi, non vanificherà le battaglie ambientaliste, né aprirà le porte al trionfo della green economy. I cani da guardia di Matteo Renzi nel ringhiare hanno però centrato il punto: il voto ha un significato politico. E un significato enorme. Di fatto, al di là dell’influenza di un eventuale Sì sull’indirizzo energetico del Paese, si tratta di anteporre alla tendenza al riformismo sfrenato del Governo (avallato implicitamente da quel concetto recintato qual è la “rottamazione”) la volontà della cittadinanza: elemento fondante di quella stessa democrazia tanto inflazionata il più delle volte dalla retorica perbenista. Non potendo imporsi dall’alto con esito scontato, il Pd, commettendo un delitto nominale, invoca l’astensionismo: perché l’iniziativa non meriterebbe considerazione in quanto priva di sostanziali vantaggi. Conseguenza: il quorum da raggiungere per l’articolo 75 (la metà più uno dei votanti) è a rischio, e a far da padrone ormai è la polemica sul referendum, non il suo contenuto. La strada che si voleva fosse percorsa è stata tracciata. 2/3 degli italiani non conoscono ancora nel dettaglio su cosa voteranno e la vittoria della sponda no-Triv è seriamente minacciata: ma dal partito delle schede bianche, non da oppositori tenaci perché informati. Grazie a un’informazione faziosa e approssimativa trova compimento un’azione criminale iniziata col mancato accorpamento delle amministrative al Referendum e finita col suo stesso declassamento a capriccio egoistico di qualche scheggia impazzita. Curioso che proprio i Dem, pur sapendo della possibilità di una legge ad hoc in materia, per i quesiti referendari del 2011 tuonavano contro il Governo, reo di aver voluto buttare al vento 300 milioni di euro con una scelta vergognosa. Ancora meglio poi l’anno dopo nelle manifestazioni contro i combustibili fossili: ci si armava per la strenua difesa del mar Adriatico, allora patrimonio del Bel Paese, mentre oggi purtroppo non più meritevole di un tale prestigio.

Si è parlato di uso smodato dell’istituto referendario: ma non si è detto che un referendum abrogativo è cosa ben diversa da uno costituzionale (come quello di ottobre sul Ddl Boschi). Quest’ultimo infatti è stato indetto grazie al beneplacito di almeno un quinto dei membri della camera; ha carattere plebiscitario, per alcuni populistico: e addirittura lo si è legato indissolubilmente al destino del Governo purché non sia rifiutata una legge che snatura la Costituzione. Affossando il 17 aprile – cioè l’unico dei sei referendum sopravvissuti –  si danneggia invece uno strumento con il quale gli italiani chiedono il diritto di parola. E tacciare di inutilità un’istanza nata dal basso, su spinte locali e particolari, e non per decreti palazzinari, è un attacco esplicito alla sovranità popolare. Non solo: delle nove regioni promotrici, sette appartengono al Pd. Ancora una volta quindi chi non si allinea al coro – parenti, amici o compagni – è messo alla berlina. Nel periodo storico in cui germina la disaffezione alla politica, lo stesso gruppo di spavaldi campioni del politicamente corretto, ottenuto il potere minando la credibilità di chi veniva prima, si mostra miope di fronte alla volontà della cittadinanza di intervenire. «Democrazia autoritaria», è stata chiamata a più riprese. E del resto, quanto oggi valga l’espressione  popolare lo si è visto di recente. Il voto di cinque anni fa di 26 milioni di italiani sul valore economico dell’acqua non potrà trovare compimento: perché l’esclusività della gestione pubblica non sarà obbligatoria. Nel ricordare come Matteo Renzi, allora sindaco di Firenze e smanioso di salire in cattedra, fosse in prima fila per fermare la privatizzazione, viene da ridere. I fatti sono chiari. Il Partito Democratico, ha paura della democrazia. Oltre la dicotomia del pro o contro le trivelle, si colpisce il diritto di esprimersi: perché quello si vuole minare. E infine svalutare. Le varie piattaforme attive presenti a largo delle coste (79), col contratto vicino alla scadenza, se le preoccupazioni sul futuro del lavoro dei dipendenti o per la rinuncia alle esigue riserve di gas e petrolio preverranno rispetto al fronte ecologista trainano da Greenpeace, non saranno dismesse. Ma anche la vittoria del No dovrebbe comunque essere sancita attraverso il raggiungimento del quorum e il pronunciamento dei votanti. Non per l’autorità della voce che cade dall’alto. La differenza vale la democrazia.

Per chi fosse in dubbio sullo schieramento da seguire, nell’attesa di un servizio esaustivo della Rai che meriti di essere spacciato per obbiettivo, Debora Serracchiani regala consulenze private: in quanto navigata conoscitrice di entrambe le posizioni. Dalle intrepide fila delle manifestazioni contro le trivelle e a favore delle rinnovabili, fino alle strizzatine d’occhio alle lobby retrostanti, paladina degli ignavi del “non votate, è inutile!”. Un bel salto per una che nel 2011 (sul referendum dell’acqua) sentenziava: «L’afflusso alle urne è il segnale che il corpo vivo del Paese manda alla politica». Anzi, di più: «Nemmeno un’orchestrata campagna di disinformazione è riuscita a distogliere i cittadini dal far pesare la loro opinione». Parlava bene prima. Ma si sa: le vie del consenso sono infinite e la coerenza è per i deboli di cuore. E quelli sono i rottamati, mica i rottamatori.