Le prossime elezioni presenteranno una costellazione di partiti inalterata. Il Partito Democratico, che nasce per unificare il ceto politico referente delle oligarchie, ha gestito la fase post-golpistica che seguì al protettorato di Monti, proseguendone il progetto. Il PD ha continuato nell’attuazione delle politiche neoliberiste del centrosinistra, la privatizzazioni e la precarizzazione del lavoro. La guerra interna tra renziani e anti-renziani riguarda solo la rappresentazione simbolica e non scalfisce il suo carattere neoliberale.

Il Movimento Cinque Stelle, che si propone come rappresentante della protesta contro il suddetto ceto politico – ma non contro le oligarchie di cui quest’ultimo non è che l’emissario – si fa promotore di campagne contro la corruzione, tuttavia non è in grado di esprimere una proposta politica coerente e alternativa. Ciò si deve al suo stesso atto di origine, con il quale si intendeva raggruppare, in una sorta di “fronte degli onesti”, tutti coloro che erano animati da reazioni di rifiuto nei confronti del ceto politico della Seconda Repubblica, senza distinzioni ideologiche. La sua tesi (che esso non ha redatto ma ha raccolto nel malcontento generale) è che la crisi, sia essa civile, politica o economica, sia dovuta alla corruzione e alla diffusione di comportamenti illeciti tra le cariche amministrative. Questa è una tesi tanto ampiamente condivisa quanto erronea, come si è già mostrato altrove. Da essa, tra l’altro, ne derivò una confusione sull’orientamento programmatico che si riflette tutt’ora (nei Cinque Stelle si ritrovano neoliberisti e keynesiani, favorevoli e contrari all’euro).

La Lega Nord ha subìto una mutazione negli ultimi anni. Da partito regionalista e federalista sotto la guida di Bossi, si è andato convertendo in sovranista con Salvini. La Lega ha sempre fatto del tema dell’immigrazione il proprio cavallo di battaglia, ma ora questo tema viene recuperato in senso sovranista. Le proposte accomunano questo partito alle nuove destre europee in particolare per quanto riguarda un sostanziale blocco dell’immigrazione per via legislativa. La Lega è l’unico partito parlamentare italiano a chiedere l’uscita dall’euro; tuttavia la probabile alleanza con Berlusconi rende quantomeno dubbia l’attuabilità di questo proposito. Inoltre l’opposizione alla moneta unica non è affiancata all’aperto rifiuto dell’Unione Europea. Ciò rende monca e incompleta la richiesta di sovranità. Sembra che non si comprenda che quest’ultima non si ottiene soltanto attraverso la rinazionalizzazione della moneta, ma anche per mezzo del controllo del bilancio del governo, pesantemente ostacolato dai trattati, e dell’indipendenza militare, che attualmente è esclusa dall’adesione alla NATO. Inoltre la Lega subisce ancora un forte condizionamento liberista (come dimostra la cosiddetta “flat tax”).

Questi sono i tre partiti principali che giocheranno un ruolo di primo piano, ad essi si deve aggiungere Forza Italia, che però è in disfacimento e in via di estinzione, e che reciterà presumibilmente soltanto una parte secondaria. Nessuno dei contendenti pare in grado di raggiungere, allo stato attuale, non soltanto la maggioranza assoluta dei consensi ma nemmeno il 40% che potrebbe consentirgli – legge elettorale permettendo – di ottenere il premio di maggioranza. Nemmeno una qualsiasi alleanza (eccetto le più improbabili quali Cinque Stelle-PD oppure Lega-Cinque Selle, ecc.) garantirebbe a un qualche raggruppamento il 50% + 1 dei seggi. Qualora questa situazione di stallo dovesse essere confermata dalle urne, sembrerebbe inevitabile lo scioglimento delle Camere e nuove elezioni. Ma talvolta la storia riserva delle sorprese.

Esiste infatti una possibilità che potrebbe stravolgere l’attuale quadro. Questa possibilità, che per ora non sembra la più probabile, è che il Movimento Cinque Stelle raggiunga il 40% con una legge elettorale che gli assicuri un premio di maggioranza. In questo caso si troverebbe nella condizione di poter formare un governo. Proprio una vittoria, però, sarebbe per esso il più grande avversario. Lo porrebbe, infatti, in una situazione di difficoltà dalla quale rischierebbe di non saper uscire e potrebbe far venire alla luce tutte quelle contraddizioni che ora sono latenti. Se l’attacco alla “casta” può bastare per l’opposizione, è del tutto insufficiente, se non inutile, per il governo. Il taglio dello stipendio dei parlamentari, che può consistere al massimo in qualche milione di euro, non può finanziare nessun programma degno di rilievo, che riguarda ben altri ordini di grandezza.

Il programma economico, che si fonda praticamente su un unico punto, il reddito di cittadinanza, o non sarà attuabile oppure causerà più problemi di quanti ne possa risolvere. All’interno dell’Unione Europea esso è irrealizzabile, perché una tale spesa potrebbe avvenire soltanto a condizione di un aumento del disavanzo di bilancio, contravvenendo ai trattati e alle direttive europee, ma il Movimento Cinque Stelle non ha mai parlato della possibilità di lasciare l’Unione Europea. Come si comporterebbe, inoltre, il Movimento Cinque Stelle riguardo ad altre questioni? Sappiamo che esso è contrario al Jobs Act, ma cosa dire delle leggi che hanno precarizzato il lavoro precedenti alla riforma di Renzi? Sarebbe capace di esprimere una posizione comune accettata da tutti i suoi membri ma radicalmente differente dall’indirizzo liberista finora in voga? In ogni caso i vincoli dei trattati renderebbero impossibile qualunque azione di governo diversa da quello sinora seguita (ovvero destituzione dello Stato e liberalizzazione dei mercati). Ciò rischierebbe di porre i Cinque Stelle nella stessa condizione di Tsipras in Grecia: questi esprimeva un programma ben più strutturato; tuttavia ha dovuto capitolare su tutta la linea di fronte alla Troika a causa del suo rifiuto a rinunciare al dogma europeista. Per un soggetto, invece, senza un programma condiviso, in particolare per quanto riguarda l’economia e le questione sociali, l’incapacità di interventi radicali, e quindi di agire sulle cause della crisi, potrebbe provocare un’ondata di disillusione in coloro che vi hanno fortemente creduto. Se a questo si aggiungono i probabili contrasti interni che sorgerebbero come conseguenza della promiscuità ideologica che vige tra le sue fila il rischio è quello di una rapida implosione.

Ma forse neanche il PD sarebbe in grado di raccogliere i vantaggi di una crisi dei Cinque Stelle. Questo, infatti, dalla sua fondazione ad oggi, subisce una continua emorragia di consensi. Un’altra sconfitta, magari con una schiacciante vittoria dei suoi avversari, lo sottoporrebbe a una tensione interna ingestibile. Il PD, forse, non riuscirebbe a far fronte a un’ulteriore scissione e rischierebbe di andare incontro alla dissoluzione. Uno scenario di questo tipo, meno improbabile di quanto si possa pensare, sarebbe non solo la conferma della crisi politica del neoliberismo, ma mostrerebbe anche l’inadeguatezza delle campagne moralizzatrici di coloro che non pongono come prioritarie riforme sociali in senso antiliberista. Creerebbe, inoltre, un vuoto di rappresentanza, che difficilmente potrebbe essere del tutto riempito dai partiti restanti, e quindi potrebbero emergere ed affermarsi sulla scena nazionale nuovi soggetti, nuovi non solo formalmente, ma anche nei loro programmi, nell’approccio alla questione nazionale, al lavoro e al mercato non più concepito come feticcio.