Il confine della sopportazione è stato ampiamente valicato. Non è bastato che d’Oltreoceano giungessero lezioni di stili di vita nell’arco di mezzo secolo. Tra jeans, skateboard, fast-food, usi e costumi di ogni genere e tipologia si sono sedimentati nell’immaginario collettivo occidentale, riuscendo a divenire punti fermi di una cultura di massa che, secondo alcuni, avrebbe potuto plasmare l’embrione di una civiltà nascente. Peccato che l’effimero spacciato per assoluto non attecchisca nella millenaria tradizione europea, placenta di un’estetica di matrice araba, plotone di letteratura, di scienza, di empirismo, di umanità. Un’umanità che invita l’uomo a realizzare la sua concezione di unicità fondamentale per la composizione di una società, invece che svilirsi nell’assegnatogli ruolo di sovvenzionatore a cui chiedere udienza economico-finanziaria per garantire lunga vita alla sottile e coattivamente accettata dittatura del mercato. Dicevamo delle “americanate”, appunto. La convalida forzata di una straordinarietà mutatasi in consuetudine, ha consentito all’assuefazione di prevalere sullo sbigottimento. Ecco, dunque, che senza stupore scansiamo un ragazzino assimilato da pindariche piroette su una tavoletta a rotelle, costeggiando il Palazzo Nazionale della Cultura a Sofia. Oppure, che assistiamo a danze ritmate da suoni farfuglianti e di ostica comprensione, in Piazza della Città Vecchia a Praga. O che ci chiediamo fino a che punto le nuove generazioni siano disposte a battersi per ripristinare un senso di culturalismo rustico e provinciale italiano, evitando di bivaccare intellettualmente ed esistenzialmente, al riparo di un berretto dall’ampia visiera, griffato NY e OBEY.

Quando ciò si fonde con la politica, l’approccio cambia. La politica è un’arte differente: di difficile adattabilità. Almeno la politica intesa in ragione della sua cogenza all’interno di una circoscrizione territoriale, agente per il proliferare del bene comune. Non quella arrivistica, carrieristica, figlia della più becera cialtroneria da salotto. Quella alla Nunzia De Girolamo, per intenderci. L’ex ministro che pur di ritornare in auge nelle stanze istituzionali capitoline, propugna l’idea di costituire un effettivo polo repubblicano nel panorama italico, sulla falsa riga della spettacolarizzazione bipartisan statunitense. Ossia, ove conservatori e progressisti inscenano ogni quattro anni la pantomima della contrapposizione, per contendersi il primato mondiale. Sempre sindacando la credibilità di Beppe Grillo – poiché comico -, ma osannando le mobilitazioni di Ronald Reagan – malgrado sia stato un pioniere della cinematografia a stelle e strisce -.

Come se gli assetti partitici attuali necessitassero di un ulteriore riassetto, per meglio lucrare sull’avvenirismo di quella frangia d’elettorato ancora rigidamente radicata nella pienezza sostanziale e dottrinale delle idee. E come se l’ennesima trasposizione all’americana dovesse urgentemente e coercitivamente irrompere nell’attuale scenario politico italiano, spoglio della sua nobiltà d’azione e snaturato di sensatezza. Non considerando che l’abbozzato bipolarismo dei vari Berlusconi, Prodi, D’Alema, Veltroni e Bersani, sia un concetto arenatosi nella limitatezza di una cultura della rappresentanza riscontrabile solo in Italia.