Da sempre, Assisi ha un fascino particolare. Oltre ad essere la località custode della grazia esistenziale di San Francesco, è un’oasi di contemplazione difficile da emulare. Quasi scontato che la Giornata di Preghiera per la pace abbia riunito le intenzioni di papi e patriarchi proprio nella città umbra. Un’occasione concreta per riflettere sulla opportunità di un dialogo fra religioni che riesca a superare e ad abbattere l’odio covato da coloro che, in teoria, dovrebbero ripudiarlo ed annullarlo con il vigore delle proposte. Su tutti, le bocche di fuoco (?!) della politica internazionale, fra gli Obama, le Clinton e persino i Trump, che si ostinano a fossilizzarsi sulle elettoralmente proficue propagande dell’accettazione e del timore, a seconda dell’apparato che garantisca visibilità e quattrini. In rapida successione, poi, subentrano le figure partitiche nostrane, con il rancore di Salvini verso l’immigrazione che cresce vertiginosamente e le incongruenze del governo Renzi nell’affrontare un’emergenza di portata planetaria – per amore della verità: qualcuno informi Kerry e la giuria del Global Citizen Award dell’Atlantic Council sulla incompetenza del renzismo, in ambio di gestione e di integrazione dei flussi -.

Assisi, dunque. Palcoscenico delle certezze di Bergoglio, che scioglie i nodi dell’ambiguità che l’hanno avvolto nelle recenti annate, relativamente alle dinamiche sociopolitiche, e dopo una lunga attesa da parte della necessità di esporsi maggiormente in talune circostanze. Nonostante un pontefice abbia il principale dovere ecumenico di testimoniare il mistero della fede tramite il consolidamento dell’evangelizzazione, ha anche l’onere di sapere mitigare il fomento collettivo e di orientarlo nuovamente sui binari della lucidità. Ad un Presidente del Consiglio che si prodiga a ricordare con scadenza quotidiana il florido rapporto con gli Stati Uniti d’America – quale perfetta metafora della subordinazione italiana rispetto al dominio strategico-militare degli USA -, e a far salire i brividi con considerazioni del genere, può replicare solo una guida spirituale che conduca l’umanità fuori dal baratro dell’asservimento intellettuale e dallo spazioso recinto della demagogia.

“Non esiste un dio della guerra: quello che vuole la guerra è il diavolo, che vuole uccidere tutti”. Semplicità e schiettezza sono i basamenti della trasparenza con la quale Francesco ha deciso di mettere a tacere le sirene dell’allarmismo sul cui focolare i gendarmi dell’ignoranza soffiano. “Dio è Dio di pace”, perché Dio – sotto qualsiasi dottrina, credo, o forma, si manifesti – è l’apice del Sacro. E il Sacro è l’anima della tradizione, che muove il Mondo e gliene rammenta le origini. La forte ed ammirevole presa di posizione di Bergoglio ad Assisi ha (finalmente) rotto gli indugi sull’idea vaticana rispetto alla stampa convenzionale: Papa Francesco ha riconosciuto e certamente condannato l’esagitazione del terrorismo nelle recenti circostanze di New York, ma ha anche evidenziato gli orrori quotidianamente raccontati nelle regioni vicino e mediorientali, e la depravazione dell’Occidente quando quest’ultimo annusa il potere. Gustav Le Bon fu lapidario: “Abbiamo seminato la guerra e la discordia presso queste reazioni lontane, abbiamo disturbato il loro riposo secolare. Adesso è il loro turno di disturbare il nostro”.