Il dibattito (inconsistente) sulla riforma del Titolo V della Costituzione ha intrattenuto l’intera opinione pubblica, col coinvolgente sfarzo del suo folclore. Da circa un anno, le cattedrali improfanabili dell’informazione italiana – la cui influenza mediatica è direttamente proporzionale alla disonestà intellettuale che sgorga a fiotti, fra gli studi del TG1 e le colonne de “Il Corriere della Sera” e “La Repubblica” – stanno insistentemente predicando la parabola del politicamente corretto, per andare incontro alle necessità elettorali di Renzi e di un esecutivo che percepisce, giorno dopo giorno, una maggiore pressione popolare su Palazzo Chigi. Che prevalga la bocciatura del nuovo testo costituzionale, oppure che ne vengano appoggiati i contenuti – sebbene scialbi ed improbabili -, la preoccupazione principale è preservare l’incolumità reputazionale del Presidente del Consiglio agli occhi del volgo, molto meglio concentrato sulla pragmatica dei grattacapi. E, tra i molteplici, quello della incapacità dello Stivale di produrre ricchezza detiene il primato delle paure e delle perplessità collettive.

Per quanto si possa ridurre la spesa pubblica – lesinando sui costi dell’amministrazione statale e burocratica – e si rimuovano diversi scranni dai flaccidi ed inerti deretani dei senatori capitolini, la politica non sarà mai in grado di elaborare un algoritmo assoluto che sblocchi le situazioni di stallo, rimettendo in sesto il motore del lavoro. Al massimo, le istituzioni possono provvedere a salvaguardare la medesima forza produttiva dell’imprenditoria, che conseguentemente dovrebbe poggiare sulla inossidabile competenza dei propri affiliati. Proprio al cospetto dei posteri degli Agnelli – casata che, più d’ogni altra, ha vissuto in connivenza con il clientelismo dei palazzi politici, costruendo un impero rimasto intatto sino all’inizio del recente Secolo -, il capitalismo italiano dimostra d’aver miseramente fallito: non c’è nemmeno bisogno di scomodare Marx, Schumpeter, o l’eccelsa cifra dottrinale di innumerevoli esempi della filosofia politica. Basta riprendere le cronache recenti, nelle quali uno dei successori di Giovanni Agnelli è rimasto impigliato nella trappola della stupidità.

Lapo Elkann s’è impacciato nella stessa vanità che l’ha contraddistinto fino a due giorni fa, quando i suoi eccessi – in un’infinita ammucchiata ‎di alcol, droga e transessuali – l’hanno irreparabilmente inghiottito dentro un uragano di polemiche e chiacchiericcio. Da dove, in verità, non è mai riuscito ad uscire, a cominciare dalle primissime festicciole a base di filotti di esosissima cocaina colombiana e di baldi sudamericani dall’indistinto genere sessuale. In una notte a New York, prosciuga il conto, viene sfinito dagli eccessi, e simula un rapimento, tentando di estorcere una decina di migliaia di euro alla sua famiglia: un copione talmente ridicolo e grottesco, da sembrar degno di un trito e ritrito cinepanettone vanziniano. Questo mentre un tale Gianluca Vacchi sfoggia la sua agiata quotidianità a suon di improponibili danze, e il sistema socio-economico è a rischio di un infarto cronico. Le esagerazioni voluttuose di Lapo Elkann – al pari dei balletti vomitevoli di Gianluca Vacchi – si ascrivono a quell’alveo di inutilità che falcidia ancor di più la vacillante situazione economica della piccolo-media impresa italiana, costretta a boccheggiare ansimante nell’immenso oceano ultra-liberista della (sleale) concorrenza dei pescecani delle grandi corporazioni industriali e della beota sfrontatezza dei propri eredi, che ostentano e sputtanano la loro abbondanza patrimoniale, in barba alla debolezza di una produttività aziendale lemme e – per il dogma intoccabile dei mercati internazionali – poco competitiva. Nonostante non abbia mai vantato un’aureola sul suo capo, l’Avvocato non approverebbe di certo.