In tanti hanno evidenziato, anche sulle colonne del nostro bel quotidiano, quanto i tratti del dibattito sviluppatosi attorno al referendum costituzionale stiano assumendo un carattere quantomeno grottesco. E il cattivo gusto, superato un certo limite che potremmo definire decenza, finisce col diventare da stucchevole a offensivo. Diciamoci le cose come stanno, senza le sciocche reticenze del politically correct.

È offensivo che il Governo, lo stesso Governo che con questo sistema bicamerale è riuscito a demolire la legislazione in tema di diritto del lavoro, ci venga a dire che la Costituzione sia un intralcio alle riforme necessarie al paese. È offensivo che il Governo ci venga a dire che quel testo al vaglio degli elettori serva a semplificare una realtà troppo complicata. È offensivo che il Governo ci venga a dire che questa riforma serva a contenere i costi della politica, dinanzi a un debito pubblico che supera il 130% del PIL. È offensivo che il Governo ci venga a dire che questa riforma serva a riconoscere un maggiore ruolo alla sovranità popolare, mentre dispone un innalzamento del numero di firme necessarie a mettere in moto gli istituti di democrazia diretta e preveda un Senato di non eletti. È offensivo che questo Governo ci venga a dire che il nuovo testo si fondi su equità e giustizia sociale, mentre la riforma è sostenuta da Confindustria e osteggiata dalla CGIL. È offensivo che il Governo ci venga a dire che la riforma sia nell’interesse del paese e del popolo, mentre sono le agenzie di rating e i grossi gruppi bancari ad averla voluta e a temere maggiormente un suo naufragare. È offensivo che il Governo ci venga a dire di essere forte della bontà dei contenuti della riforma, mentre per paura di fallire ha messo in campo tutti i poteri forti possibili e immaginabili: dall’ambasciata americana, a quel patetico Obama il cui lascito e stato giustamente preso a calci da Donald Trump, alle maggiori Istituzioni comunitarie, ai Capi di governo europei, a quasi tutti gli organi di stampa italiani e stranieri. È offensivo che il Governo fondi la sua campagna sul ricatto e sulla paura, facendo intendere che benefici come gli 80 euro o il futuro di banche sistemiche siano appesi al filo della vittoria del SI. È offensivo che il Governo ci venga a dire che la vittoria del NO comporterebbe un crollo ingestibile delle borse. È offensivo che il Governo ci venga a dire che il paese possa permettersi di rinunciare alla genitorialità costituzionale di Calamandrei, Togliatti, Iotti, Di Vittorio, Gronchi, Moro, Scalfaro, De Gasperi, Dossetti, Mortati, Croce, Einaudi, Nenni e Pertini (nomi presi a caso!) in favore di quella di Maria Elena Boschi. È offensivo che il Governo ci venga a dire che la riforma costituzionale serva a guarire i malati di cancro ed è imperdonabilmente criminale che alcuni sindaci italiani, indegnamente vestiti del tricolore, stiano girando il paese a raccontare che in caso di vittoria del SI i sistemi sanitari meridionali potranno essere paragonati a quello lombardo.

Dinanzi all’arroganza di chi pensa di poterti offendere, diventa difficile restare saldi e ancorarsi ostinatamente alle regole del gioco democratico. Bisogna che i governanti facciano attenzione. Il popolo è una bestia tendenzialmente pigra, che tende anche ad accontentarsi di poco pur di crogiolarsi nelle sue misere ma stabili certezze. Tuttavia, e in Italia sembra si tenda sempre più rapidamente in questa direzione, se la politica si rivela offensiva, disonesta e unicamente portatrice di interessi singolari, particolari e autoreferenziali, allora potrebbero cominciare i guai. E come biasimare coloro i quali decidano di mettere in campo opere di mutuo soccorso, non confidando più nei diritti sociali che lo Stato dovrebbe tutelare? E come biasimare coloro i quali decidano di fare esercizio di disobbedienza fiscale, non confidando più nei diritti politici che lo Stato dovrebbe tutelare? E come biasimare coloro i quali decidano di armarsi e di farsi giustizia da soli, non confidando più nei diritti civili che lo Stato dovrebbe tutelare?

È vero, viviamo nell’epoca della deresponsabilizzazione: sono in molti, volendosi sollevare a tutti i costi dai propri doveri, magari anche consapevoli dei propri sbagli tanto nella vita politica quando in quella privata, a non agire, nella sciocca e codarda speranza che a farlo siano sempre gli altri. Eppure, c’è sempre una sottile linea di demarcazione, un quasi invisibile limite che però una volta valicato segna il confine tra il vivere civile e la rivolta.

E quando l’esercizio della rivolta, che in quel momento viene vissuto come apocalittico, drammatico, dirompente, definitivo e drastico, si placa, allora viene ricordato quasi come doveroso, quasi come esso stesso fosse stato espressione paradossale di senso civico. E col depositarsi del tempo, col sedimentarsi degli anni, il ricordo diventa storia e rivive avvolto in un dolce senso di gloria. È questo che i Re devono ricordare, che le vicende si ripetono e che il popolo si rispetta perché espressioni violentemente rivoluzionarie sono cicliche nella storia e rappresentano la rabbia di quel mostro che, per quanto pigro e accomodante possa apparire, se destato finirà col pretendere un gravosissimo sacrificio.