Con la questione delle trivelle nell’Adriatico si è giunti forse al parossismo caratteriale di questo Governo. Nato nei palazzi e allergico alle urne, ancora una volta ha mostrato come sentimento popolare e deliberazioni politiche non sempre s’intrecciano: anzi, a volte, nel più brutale dei modi, collidono. Perché mettere la museruola alle comunità locali e alle rappresentanze regionali in nome di lobbies petrolifere, interessi privati e di un non ben precisato vantaggio economico per il Paese, ha molto di autoritario e poco di democratico.

La cronistoria procede per tappe lineari. Il 22 dicembre il Ministro per sviluppo economico Federica Guidi firma alcuni decreti con i quali si dà il via libera a ricerche petrolifere a largo di alcune coste italiane, per un totale di 370 km quadrati di superficie, affidate alla Petroceltic (società irlandese indipendente specializzata in ricerca e produzione di idrocarburi); la somma ufficiale concordata è di 2000 l’euro l’anno, da devolvere nelle casse dello Stato. Subito si riaccende l’annosa battaglia contro lo sfruttamento delle riserve petrolifere nei mari: in primis perché se si esplora, l’intenzione di aumentare le piattaforme, e in seguito estrarre, esiste; poi, le tecniche di prospezione con le pistole ad aria compressa, air gun, hanno effetti disastrosi sulla flora e la fauna marina. Il giorno dopo la Camera approva la Legge di Stabilità con alcune norme sulle trivelle pensate per modificare quelle vigenti, e mettere così fuorigioco i sei referendum presentati mesi prima da dieci regioni con l’avallo delle organizzazioni no-triv. Come da copione, l’8 gennaio la cassazione boccia cinque referendum, dopo essere stati rivalutati ex-novo alla luce della differente regolamentazione. Il 19, però, arriva la notizia che un referendum è sopravvissuto: quello sulla durata dei titoli per sfruttare giacimenti lì dove le autorizzazioni sono state rilasciate già negli anni addietro. Il quesito: si può continuare ad estrarre petrolio a largo delle coste, oltre le 12 miglia (22 km), fino alla durata della vita utile del giacimento, cioè all’esaurimento dei pozzi? Oppure il Mise dovrà chiudere definitivamente i procedimenti in corso allo scadere dei permessi, sgombrando le acque?

Secondo i risultati di un sondaggio di fine dicembre dell’Istituto Ixè per conto di Greenpeace, il quorum necessario per chiamare in causa il voto italiano sull’argomento trivelle sarebbe sicuramente raggiunto. Ad oggi, a fianco dei molti astenuti per via della scarsa informazione a riguardo, il 47%, in qualunque scenario, voterebbe contro le trivelle, il 18% a favore. Del resto, otto italiani su dieci ritengono significativi gli eventuali danni arrecati all’ecosistema marino del Paese, così come a tutte le professioni e le attività ad esso collegate: vitali per regioni come Puglia, Basilicata o Veneto, ma anche per Liguria e Sardegna, situate dall’altra parte dello stivale ma allo stesso modo coinvolte nella vicenda. Il risultato finale fa senza dubbio prevedere una vittoria del fronte che in Michele Emiliano ha trovato il suo valido e fervido puntello. Ma, malgrado sia già stata ipotizzata una data tra aprile e giugno, lo stesso Governatore della Puglia teme un decreto ammazza-referendum, da parte di Palazzo Chigi, che affossi la consultazione popolare.

Matteo Renzi, infatti, per la possibile concomitanza del referendum col prossimo voto sulle riforme costituzionali, più della sconfitta sulle trivelle adriatiche non vede di buon occhio la possibilità, da lui non contemplata, che spinte politiche dal basso, come quelle di organismi intermedi regionali o della cittadinanza, possano cominciare ad avere peso sulle scelte per il Paese: che vuol dire, anche e soprattutto, poter mettere in difficoltà l’attuale establishment politico, avvezzo, in un desolante panorama conformistico, ad inglobare o semplicemente isolare, piuttosto che ascoltare, le voci fuori dal coro.

Se l’ennesimo diktat di palazzo urterà contro la volontà regionale, locale e particolare della Nazione, si dovranno rivalutare le attuali politiche energetiche, ancora a caccia di gas e oro nero (pur se di scarsa qualità e non rilevante quantità), e per niente credibili di fronte alla necessità ormai inderogabile – tanto per l’ecosistema quanto per le tasche – di ripensare completamente il sistema di produzione d’energia e del carburante. Ma si aprirebbe, nell’anno II dell’era Renzi, anche una nuova stagione: quella della volontà popolare, delle esigenze reali, di un Italia con i mezzi per difendere se stessa da un centralismo autoritario che in nome del riformismo accanito non accetta di essere contraddetto. Fuori dalle fosche aule parlamentari uno scenario del genere è concretizzabile, anzi probabile, quindi pericoloso. Questo Referendum, insomma, esula dal mero contesto entro cui nasce, e assuma su di sé una valenza simbolica e fatale. In fondo, quella delle trivelle, in ordine di tempo, è stata l’ennesima “bischerata”: ed è arrivata l’ora di presentare il conto.