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Sembra passata un’eternità, complice il prezzemolismo televisivo, ma sono solo tre anni che Matteo Salvini è il segretario della Lega Nord. In carica da fine 2013, ufficialmente il suo mandato è scaduto il 16 dicembre scorso ed è tempo di bilanci. È stata una segreteria di rottura, quella di Salvini, e non poteva essere diversamente. Martoriata dagli scandali, dai diamanti in Tanzania alle “trotate”, la Lega alle politiche del 2013 si fermò al 4%. Pareva essere destinata a scomparire, a risalire quelle valli che aveva disceso con tanto ardore solo vent’anni prima. Qualcosa di vitale però doveva esser rimasto, se da tanto travaglio si partorì Salvini. Il Matteo del nord ha tanti limiti, cercheremo di analizzarli in dettaglio, ma ha avuto il pregio di fiutare il vento d’oltralpe e rianimare il partito. L’inversione di tendenza è stata netta: qualcosa più del 6% alle europee 2014 e poi un buon risultato alle regionali 2015, arrivando al 20% in Toscana e nelle Marche, usualmente terre ostili per i verdefelpati. Eppure, nonostante i risultati lusinghieri e i buoni sondaggi attuali, la posizione di Salvini appare più che mai in bilico. Questioni di fortuna, direbbe Machiavelli, intendendo il tragico condizionamento oggettivo degli eventi e delle cose che investe l’uomo, in questo caso il segretario di partito. L’obbiettivo politico di Salvini è chiaro: creare un adattamento italiano del Front National, perché coglie che questa sia la necessità dettata dalla contingenza. Allo stesso tempo deve però fare i conti con la Lega e la sua base, cioè un partito sì identitario, ma secessionista, e con il Sud Italia, che da vent’anni si sorbisce vent’anni di folklore razzista che lo bersaglia dalle vallate del Nord. Questa è la natura tragica, cioè dimidiata, della segreteria Salvini.

La prima conferenza stampa da segretario della Lega

Cominciamo dai problemi interni. Bossi ha tuonato a ripetizione contro di lui, l’ultima volta in occasione del trentennale della prima sede della Lega. “La base non vuole più Matteo Salvini, non vuole più uno che ogni giorno parla di un partito nazionale” le parole del senatùr. Vediamo di ripercorrere la storia simbolica del Carroccio. Massimo Fini ha spesso definito Bossi come uno dei pochi “politici veri” dell’epoca appena trascorsa. Ha ragione. Il senatùr seppe intuire un malessere profondo che covava nelle valli alpine e confluiva nel Po; fu la scoperta della “questione settentrionale”, dopo un secolo di “questione meridionale”. Bossi ne fu l’incarnazione in canottiera: aiutato da una dialettica incendiaria, il leader pose sul tavolo politico dell’Italia unita un tema nuovo. Da un certo punto di vista però, l’ascesa della Lega fu anche il sintomo di un mondo che stava cambiando. Gli anni ottanta furono un decennio di corruzione profonda e di crisi del sistema delle partecipazioni statali. La classe politica della Prima Repubblica fu incapace di leggere il mondo e trovare delle risposte. Divisa tra l’obbligo di aderire alla nascente Unione Europea e la necessità di preservare sé stessa, che su di un certo tipo di Stato sociale era fondata, venne spazzata via dalla Storia. Di più, si suicidò, minando le basi sulle quali si basava il proprio consenso. L’ingresso in scena della magistratura fu solo l‘ultimo colpo di piccone: senza aziende pubbliche, piena occupazione e spesa a deficit quell’Italia lì non aveva più senso. Senza una banca centrale compliante e vincoli alla circolazione di capitali, senza la sovranità economica, quel sistema significava solo inflazione, tasse e burocrazia. Un freno insostenibile per il Nord del Paese, che si sentiva pronto per competere nel grande scacchiere neoliberista che si andava delineando in Europa.

“Salvini non ha un programma politico e di un partito nazionale non frega nulla a nessuno, ce ne sono tanti e sarebbe contro lo Statuto della Lega Nord”

Approfittando del malcontento popolare e della stigmatizzazione della corruzione, Umberto Bossi si fece nuovo Alberto da Giussano, il campione dei piccoli imprenditori da oratorio del lombardo-veneto e delle partite Iva autonome, strozzati entrambi dalle tasse. Dato il contesto internazionale e l’imperante liberismo, non rivolse però le sue armate a Nord, contro l’imperatore tedesco, ma a Sud, verso lo Stato centralista e tassatore. “Roma padrona e ladrona”, per dirla con parole sue, decisamente più semplici e dirette. L’aspetto estetico, antipolitico, della prima Lega e della retorica bossiana non sono una novità; ricordano invero da vicino l’ascesa di Grillo, a conferma della comunanza strumentale dei populismi. A nobilitare il messaggio dei leghisti della prima ora ci pensò un grande intellettuale e politologo, Gianfranco Miglio. Acuto pensatore, attento lettore di tutti i più grandi filosofi politici, anche di quelli fino ad allora misconosciuti in Italia, come Max Weber e Carl Schmitt, Miglio si inseriva sostanzialmente in quel filone minoritario della cultura politica italiana che vedeva nel federalismo lo sbocco necessario di secoli di divisione. Sulle orme del Cattaneo e del Gioberti, inascoltati padri della Patria, riteneva che la scelta unitaria e centralista compiuta al momento dell’unificazione avesse negato alla radice la naturale articolazione della penisola, estendendo le istituzioni piemontesi al resto d’Italia ed esitando in una scontata inefficienza amministrativa. Invece di esaltare le caratteristiche proprie dell’Italia, i Savoia o chi per loro tentarono di snaturala. Quì Miglio individua le radici profonde della crisi degli anni ’70-’80. Lungi dall’esser scomparsa, tuttavia, la vocazione federalista italiana sopravviveva e attendeva solamente di essere riportata al centro del dibattito pubblico. A questo punto, sconvolto anche lui dal clima di fine della Storia, Miglio si lasciò andare ad un ottimismo che potremmo definire liberale. Convinto del superamento dello Stato, che pure non condannava come entità in sé, vedeva nel futuro una sorta di ritorno “positivo” al medioevo, l’età dei corpi intermedi per eccellenza, dunque un ritorno della politica alla dimensione locale, neofederativa, segnata dalla scomparsa del “sovrano” che tutto regola e compensa. Leggeva dunque nel futuro l’avverarsi delle sue posizioni federaliste.

Da qui, forse con un po’ di fantasia, allo slogan “più vicini a Bruxelles, più lontani da Roma” che caratterizzava la Lega bossiana, europeista “alla scozzese”, diremmo oggi nel mondo post-Brexit. Dunque un partito federalista (fino agli estremi del periodo secessionista del ’96-’99), liberale (e spesso liberista, perché Roma la si attaccava sia per gli sprechi che per i livelli di tassazione, due facce della stessa medaglia) ed europeista. Si può aggiungere un corollario. Il Nord ha beneficiato a lungo dell’annessione del Sud, fintanto che il mercato è rimasto sostanzialmente nazionale. Erano due economie complementari, per quanto gerarchicamente subordinate e spesso in conflitto. Potremmo definire l’Italia economica post-unitaria come un equilibrio asimmetrico: il Nord era l’area a vocazione industriale, più legata all’Europa e più sviluppata sotto quasi tutti i punti di vista; il Sud era a vocazione agricola e marinara. In pratica, divenne il mercato di sbocco delle merci del Nord e la sua riserva di manodopera a basso costo. Per far funzionare il sistema, però, era necessario un “sovrano” che riequilibrasse gli squilibri, cioè lo Stato coi suoi trasferimenti fiscali. Buona parte di quello che il Nord guadagnava sulla pelle del Sud e sul proprio lavoro lo Stato lo prelevava per redistribuirlo (a pioggia, e dunque inefficientemente) a Sud. Con l’ampliamento d’orizzonte dato dall’Unione Europea, improvvisamente il Sud divenne un peso morto per il Nord, un freno alla sua competitività nei confronti del resto d’Europa. C’era dunque una logica “storica” dietro all’emergere della Lega. Se a questo si aggiunge la fine della sopportazione degli effetti collaterali dell’equilibrio asimmetrico (immigrazione dei meridionali in primis, delle tasse abbiamo già detto, come della burocrazia e dei servizi inefficienti) si capisce chiaramente come Bossi non potesse non avere successo.

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Gianfranco Miglio alle spalle di Umberto Bossi durante un comizio della Lega Lombarda

Da questa Lega a Salvini il passo è enorme, ma nel mentre il mondo è cambiato un’altra volta. Il nuovo segretario ha colto la rinnovata “questione nazionale” data dall’architettura fallimentare dell’Unione Europea e dalla globalizzazione. Di conseguenza ha cercato ispirazione in Marine Le Pen, che però partiva da tutt’altre basi, da un partito di destra sociale. A lei è toccata quindi la dediabolisation, a Salvini la nazionalizzazione della Lega, compito probabilmente più difficile. Per tenersi buona la pancia del partito il leader del Carroccio ha scelto tre cavalli di battaglia che riteneva “adattabili” anche a livello nazionale: la lotta all’immigrazione di massa, il federalismo, il liberismo interno. A cappello di tutti e tre, la svolta euroscettica. La coperta rischia però di essere corta, se guadagna da una parte deve sperare di non perdere troppo dall’altra, cioè se prende voti al Sud deve sperare di non perderne troppi al Nord. Cominciamo dall’ultimo punto, che è in palese contraddizione con l’euroscetticismo costitutivo. La Lega per vocazione ama lo Stato minimo e combatte le tasse, dunque flat tax al 15% per tutti per combattere l’evasione fiscale. Che senso ha però battersi contro il sistema neoliberista per fare un liberismo interno? Nessuno. Con un po’ di prosaicità, o la Nazione è sociale o non ha ragione d’esistere. Non si può uscire dall’Europa senza un programma economico da Prima Repubblica, inutile ribadirne ulteriormente i cardini. Il dilemma politico è appunto quello della coperta e Salvini evidentemente ha fatto i suoi calcoli. Parlare di statalismo a Pontida sarebbe in effetti chiedere troppo.

Marine Le Pen: “Salvini mi manda in estasi”

Veniamo poi alla questione meridionale di Salvini, che riguarda sia federalismo “nazionale” che immigrazione. Un ventennio d’insulti non si dimentica facilmente, non basteranno una manciata di gite turistiche in meridione. Per questo è difficile immaginare una Lega che sfondi veramente in massa la linea gotica. Il tentativo è lodevole e in fin dei conti si tratta solamente di estendere il federalismo a tutta la penisola. Nell’opinione di chi scrive l’unione federale sarebbe stata la soluzione corretta già centocinquant’anni fa. C’è da chiedersi però quanto sia sensibile il Sud al tema: l’impressione è che il sentire comune sia contrario, “impossibile “fidarsi” della Lega, sarebbe solo un modo per fregare il meridione” quello che probabilmente molti pensano. Questione di bilancio tra voti entranti e voti uscenti, anche in questo caso, con minori rischi probabilmente. C’è poi da considerare la questione demografica. Al Sud ci sono molti meno immigrati che al Nord. Chi non viaggia per l’Italia non se ne rende conto, ma parliamo di universi paralleli. Quanto può passare il messaggio principe di Salvini, quello sull’immigrazione, a Sud? Anche da un punto di vista sociale, nell’ottica di grado di globalizzazione, siamo su pianeti differenti: Napoli è ancora Napoli, Milano è una città internazionale. Se dunque la provincia del Nord ha capito di essere sull’orlo dell’abisso, quella del Sud può, forse, pensare di essere ancora qualche metro indietro. O perlomeno abbastanza metri da non dover votare Lega.

Infine il vero problema, l’estetica di Salvini. Il ragazzo ha dimostrato di essere furbo, di avere intuito politico, ma per non venire sommerso dalle contraddizioni della sua condizione precaria deve dimostrare di essere anche intelligente. Per dirla in una parola, è troppo grezzo. Abusa di una retorica spicciola, rifiuta i ragionamenti complessi e twitta a sproposito più di Donald Trump. Il paragone con Marine Le Pen è impietoso. Anche la rozzezza è un marchio di fabbrica della vecchia Lega e no, non è genuinità, è, in molti casi, ignoranza. Fortunatamente qualche nuovo luogotenente, come ad esempio Borghi, sembra differenziarsi in positivo. Non è ancora abbastanza, servono intellettuali e l’humus adatto a crescerli. In ogni caso, a gennaio si vedrà se Salvini avrà convinto almeno il suo partito della bontà della strada imboccata. A quel punto, in caso di conferma, dovrà avere il coraggio di premere sull’acceleratore e portare a compimento la trasformazione. La parola Nord dovrà sparire dal nome della nuova Lega Nazionale e l’articolo 1 dello statuto del partito dovrà essere riscritto in ottica federalista, non secessionista. Quanti voti perderà al Nord e quanti ne guadagnerà al Sud in questo modo? Non è dato sapere, ma in prospettiva è l’unica strada che gli si para davanti. Potrà fallire, ma se non andrà fino in fondo sarà condannato all’irrilevanza.

Salvini si scontra con la deputata del PD Quartapelle