Era il 12 febbraio del 1924 quando Antonio Gramsci fondò il quotidiano L’Unità, un anno prima queste furono le parole di Gramsci: «Il giornale non dovrà avere alcuna indicazione di partito. Dovrà essere un giornale di sinistra. Io propongo come titolo “l’Unità” puro e semplice che sarà un significato per gli operai e avrà un significato più generale ». La sinistra “gramsciana” era una sinistra che non poteva prendere il potere proprio perché aveva in sé quella spinta populista (oggi tanto incriminata da una sinistra diversamente progressista) capace di sconvolgere gli equilibri politici di quel tempo. Tuttavia quell’indicazione di partito arrivò; infatti, dal 1945 al 1991, il sottotitolo dell’Unità era “organo del partito comunista italiano”, poi repentinamente, dopo il crollo del muro di Berlino nel 1989 e con l’avvento del PDS nel 1991, cambiò in “Giornale fondato da Antonio Gramsci”. L’idea gramsciana fu quindi stuprata due volte: la prima con l’indicazione partitica e la seconda con il processo di liberalizzazione della sinistra.

Durante il suo lungo periodo storico di pubblicazione, L’Unità vede la progressiva caduta delle copie vendute e nel 1997 inizia la privatizzazione del quotidiano con l’entrata nel giornale degli imprenditori Marchini e Angelucci. Crolla ulteriormente il numero delle copie vendute. La sinistra targata PDS conclude l’evoluzione diversamente progressista con la salita al potere di Massimo D’Alema e, proprio mentre D’Alema è Presidente del Consiglio, L’Unità chiude i battenti. Nel gennaio 2001 un gruppo di imprenditori si organizza come Nuova Iniziativa Editoriale e prende possesso del giornale che tornerà in edicola a marzo dello stesso anno.  Dal 1990 fino al 2013 gli editori dell’Unità hanno incassato 152 milioni di euro circa, eppure nel 2014 il giornale chiude di nuovo. Il Partito Democratico (erede dei DS che è erede del PDS che a sua volta è erede del PCI … che il gatto il cane mangiò…) rifiuta qualsiasi responsabilità legata al fallimento del giornale, ma in realtà il partito è sempre stato “l’editore di riferimento ” al quale i diversi imprenditori ed editori privati  tendevano la mano per ingraziarsi il favore politico.

Ma questa è acqua passata ora l’editore sarà Guido Veneziani, pardon, volevo dire Massimo Pessina poiché Veneziani è stato indagato per bancarotta fraudolenta, scusate anche Pessina ha da dare il suo, infatti risulta nell’elenco dei clienti italiani del signore del riciclaggio Filippo Dollfus. Guido Stefanelli (delegato della Pessina Costruzioni) è dunque il nuovo presidente del cda. Il giornale con una nuova grafica fa già il giro del web, in prima pagina il titolo  #AntimafiaCapitale e il sottotitolo di un altro articolo “Io sono felice con due papà”. Il processo è definitivamente concluso, da quotidiano degli operai e contadini a stampella del regime (democratico): quale pluralismo delle idee? Ognuno ora ha il proprio giocattolino, c’è a chi piace rosso e a chi blu o di recente verde. Leggere differenti giornali per avere un’idea moderata e critica? Balle. Ad ognuno le proprie notizie contorte. Di pari passo vanno le sventure del quotidiano fondato da Antonio Gramsci e la corruzione ideologia dello stesso. Sarà un caso?