Si dice che Torino, dopo la fondazione celtica, sia stata interamente ricostruita dai Romani. Più precisamente da Augusto che la volle rinominare Julia Augusta Taurinorum. Il passaggio delle legioni imperiali è ricordato quotidianamente  a tutti i torinesi e alle centinaia di turisti che, passeggiando tra le eleganti vie della capitale piemontese, s’imbattono nella Porta Palatina, antico ingresso settentrionale al castrum.  Attualmente il monumento, del I sec. d.C., fa da cornice ad un magnifico parco archeologico, inaugurato nel 2006 in occasione XX Giochi Invernali,  che si estende nel centro cittadino a pochi metri dal Polo Reale, antica residenza sabauda.

Facciamo qualche passo nel parco. S’intravedono i resti delle mura romane. Antiche  colonne e filari di alberi circondano interamente l’area archeologica. Improvvisamente, però, si vedono in lontananza alcune tende. Poi i vestiti stesi ad asciugare. Un vociare confuso rivela la presenza di alcune persone, discutono. Alcune giocano a carte, altre passeggiano.

Sulla collina che sovrasta il parco sono accampati una cinquantina di profughi di diversa provenienza. Molti tra loro sono afghani e pakistani. Sono lì da qualche mese ormai. Gli abitanti del quartiere non ci fanno più caso, lasciano i loro cani liberi di scorrazzare vicino le tende. Ci avviciniamo ad un ragazzo che sta fumando in disparte. Gli chiediamo di accendere. E’ Qassem (nome di fantasia), 30 anni, palestinese.  Gli chiediamo cosa ci fa a  Torino, e soprattutto perché si trova in quelle condizioni.

“A Gaza non c’era niente” – ci dice – “lì facevo il pescatore. Ho visto gli aerei israeliani planare sulle nostre case, e poi gettare le bombe. In Palestina ho altri sette fratelli. Io a 30 anni non ho concluso nulla nella mia vita. Ho sempre visto l’Italia in televisione, le sue città, Milano, Catania, Torino. Mi è piaciuta molto, ecco perché ho deciso di venire qui.” Poi continua :“Il mio viaggio è iniziato in Palestina. Da lì mi sono diretto in Egitto, dove ho dovuto pagare 500 dollari, la prima tranche, ad un signore che attraverso le montagne, a piedi, ci ha portati  in Libia, dopo un viaggio lungo un mese. Lì sono rimasto per un anno, dormivamo accampati all’interno di fattorie vicino Bengasi. Appena sono arrivato ho dovuto pagare  altri 500 euro per essere portato dalla Libia in Sicilia, attraverso un barcone. Durante la traversata il barcone è affondato, siamo stati subito tratti in salvo e portati in Italia.”

I profughi accampati a Porta Palatina sono tutti maschi, tra i 25 e 50 anni. La maggior parte di loro non ha un’occupazione (almeno per quel che ci è dato sapere). Alcuni di loro sono conosciuti dai titolari dei molti esercizi commerciali  nei pressi del parco. “Uno di loro, l’altro giorno, ha preso un coltello da un tavolo”- ci racconta un pizzaiolo- “L’ho dovuto inseguire. Alla fine mi ha detto addirittura che gli sarebbe servito a pulire un po’ di frutta”. Poi continua “Ma qui, tutto sommato, la situazione è tranquilla. Prova a venire a farti un giro a Borgo Dora…”

Il comune di Torino, contattato da L’Intellettuale Dissidente, ha detto che i 49 profughi lì presenti sono in attesa di una sistemazione stabile. Naturalmente le temperature iniziano ad abbassarsi notevolmente e lì, quelle persone, non possono restare. Il Comune ci ha assicurati che sta seguendo il caso ed ha inoltrato le dovute richieste di sistemazione dei profughi alla Prefettura competente. Nel frattempo, ci hanno detto, privati e associazioni cittadine sono vicini ai profughi che vivono nei pressi dei resti archeologici.

Al di là delle risposte istituzionali, il caso di Porta Palatina non è isolato. A Torino, come nella maggior parte dei comuni italiani, sono decine di migliaia gli stranieri che, non avendo un’occupazione e un tetto sotto il quale stare, sono lasciati in balia del loro destino, creando degrado e microcriminalità. Ma è risaputo: l’emergenza immigrazione ha investito violentemente l’Italia che è stata, di fatto, lasciata sola dalle istituzioni comunitarie e internazionali. La risposta a tutto questo può essere data solo dal Governo che, ad oggi, sembra fare orecchie da mercante.