Torino-Juventus. Un gruppo di sostenitori granata assalta il pullman dei calciatori bianconeri con calci e pugni, mentre la tifoseria avversaria risponde sugli spalti con il lancio di una bomba carta, che provoca dieci feriti. Atalanta-Empoli. Denis colpisce Tonelli con un pugno al volto al termine della partita. Atteggiamenti e comportamenti da censurare e di fronte ai quali è necessario prendere dei provvedimenti. Ma la questione dovrebbe finire qui. Si parli ora di calcio! Così non è stato. Del successo del Torino, che non vinceva un derby da vent’anni, e dello spettacolo offerto dalle due squadre durante la partita, si è parlato solo marginalmente o in seconda battuta. Occhi puntati su quello che succedeva fuori dal terreno di gioco e sugli spalti.

I programmi televisivi sportivi hanno dedicato un ampio spazio alla narrazione e ai commenti sulle vicende sopra descritte, e diversi giornalisti hanno approfittato dell’ennesima occasione per fare teatro e moralismo. Si è parlato di ciò che si sarebbe dovuto fare per prevenire questi comportamenti, di ciò che si dovrebbe fare in questo momento nei confronti delle tifoserie violente, di ciò che secondo loro nessuno riuscirà a fare, in futuro prossimo, per arginare queste manifestazioni. Ma si è parlato troppo. Così come si è parlato troppo del pugno di Denis rifilato a Tonelli negli spogliatoi al termine di Atalanta-Empoli. Episodi di campo, che fanno parte nel bene e nel male di questo sport che, se non si conosce, è bene non insozzare con il moralismo tipico della società moderna.

Ieri come oggi, la forza dei violenti è un certo modo di fare giornalismo, un giornalismo criminale ed incompetente, il giornalismo della notizia rivendibile per tutta la settimana, quel giornalismo sportivo che costituisce il megafono tanto gradito e tanto ricercato da coloro che commettono violenza fuori e dentro gli stadi. Per arginare definitivamente questi atteggiamenti violenti da parte di alcune frange di tifosi, si dovrebbe cominciare a non parlare di ciò che avviene fuori dalle arene di gioco, a non soffermarsi più del dovuto su questi episodi di pseudo guerriglia che, purtroppo, ci sono sempre stati. Questi “non tifosi” non desiderano altro che finire sulla bocca di tutti, dai programmi televisivi ai quotidiani sportivi. La loro forza e la loro carica risiede nella cassa di risonanza offerta loro dagli pseudo giornalisti che militano nelle trasmissioni televisive, moraleggiando e sentenziando su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Come Donna Prassede, che per consolare Lucia non faceva altro che ricordargli il povero Renzo, così questi giornalisti sportivi, erigendosi a paladini dell’ordine pubblico, spronano inconsapevolmente i violenti a perseverare nel loro atteggiamento, seminando zizzania tra le tifoserie e degnando i violenti di eccessiva considerazione mediatica. Ed è effettivamente ciò che vogliono, essere considerati, essere raccontati, loro e le loro eroiche gesta. Un grande applauso al giornalismo sportivo, menestrello a tempo pieno dei guerriglieri della domenica pomeriggio.