Parafrasando il ’68 (“pagherete caro, pagherete tutto”), il mio amico Massimo Fini ama dire che del passato, anche il più detestabile, rimpiangeremo caro, e rimpiangeremo tutto. Mario Capanna in una recente intervista vede profilarsi all’orizzonte altri “formidabili anni” di contestazione (falso: o meglio, speriamo non come quella visto che, a parte aver spazzato via qualche muffa inutile, fu la più controproducente delle rivolte) e dà atto al Movimento 5 Stelle di essere unica opposizione (vero, sia pur interna al sistema). La sua generazione se la prendeva, giustamente, con i maneggioni democristiani, con il conformismo borghese, con gli affari sporchi e il marciume morale della “classe dirigente”, con l’Italia provinciale e bigotta che in realtà, come aveva capito con largo anticipo Pier Paolo Pasolini, si stava tramutando nel Paese senz’anima che noi, cresciutici dentro, conosciamo fin troppo bene.
Non abbiamo mai avuto a che fare, per esempio, con una scelta di campo netta e radicale in politica. A quei tempi c’erano due grandi chiese, la Dc e il Pci, c’era una confessione rispettabile come il Psi pre-craxiano, l’Msi se ne stava orgoglioso nelle catacombe, i movimenti, poi degenerati in terrorismo, infondevano una fede elettrizzante benché illusoria, ma tutti erano accomunati da una visione del mondo, da una cultura teorica e da una militanza che esigevano un impegno totale, una tensione esistenziale che oggi, letteralmente, ci sogniamo. Longanesi ancora una volta ha ragione: si stava meglio quando si stava peggio. Perché se da un lato è vero che le categorie di Destra e Sinistra sono ferrivecchi inservibili, dall’altro è vero pure che quel mondo novecentesco credeva in qualcosa di più dell’euro, delle slides o dell’ice bucket: aveva un’ispirazione ideale, pensava in grande, coltivava grandi ambizioni. Si faceva, pur con i limiti e i difetti delle ideologie moderne, una Grande Politica.
Per rendersi conto del nulla spacciato per “politica” in Italia, basta scorrere le prime pagine dei quotidiani o seguire i primi minuti dei telegiornali: le faide e gli inciuci sulla Consulta, i cattivi rapporti tra l’omuncolo Renzi e il Pd, l’annuncìte di un governo tutto fumo e niente arrosto, il nuovo patto sull’Italicum, le convulsioni di Forza Italia, l’ennesimo litigio fra Grillo e i suoi, l’ultimo tweet della Boschi. Ma chi se ne frega.
I comunisti predicavano l’uguaglianza: oggi c’è la balla del “merito”. I socialisti volevano coniugare libertà e giustizia: oggi ci si accontenta dei contratti a garanzie crescenti, cioè senza reintegro. I fascisti veneravano l’idea di patria, oggi la sovranità è nelle mani di un banchiere italiano – in realtà global upperclass, con passaporto Goldman Sachs – che ci comanda da Francoforte. Persino i liberali erano migliori dei loro epigoni attuali: cioè di tutti, perché liberali lo sono diventati proprio tutti; ma allora conservavano almeno il candido romanticismo del mito risorgimentale, adesso al massimo si commuovono se il Pil si alza di uno zero virgola.
Qua tocca diventare nostalgici. Anzi no: reazionari. E invece no. Meglio non cadere nell’errore passatista: faremmo indirettamente un favore a queste squallide nullità che hanno sempre in bocca il “nuovo”, il “cambiamento” e altre patacche pubblicitarie. Né vecchio, né nuovo e nemmeno antico: diverso, signori, diverso dev’essere il segno della nostra contestazione. Ogni epoca è differente dalle precedenti e va affrontata con idee differenti, facendo leva più sull’intuizione che sull’esperienza, sul presente più che sul passato, sulla Vita piuttosto che sulla Storia. Che è maestra di vita, ma fino ad un certo punto.