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Il segretario uscente del Partito Democratico, nonché il recente attentatore alle garanzie costituzionali, critica il reddito di cittadinanza, proponendo invece una sorta di “lavoro” minimo garantito: un provvedimento che oscilla tra il vago e l’inquietante. Ecco le sue affermazioni pubblicate su Il Messaggero:

“Garantire uno stipendio a tutti non risponde all’articolo 1 della nostra Costituzione che parla di lavoro, e non di stipendio. Il lavoro non è solo stipendio ma anche dignità. Il reddito di cittadinanza nega il primo articolo della nostra Costituzione”

Questa “geniale” trovata dell’ex presidente non ha il gusto del nuovo. L’idea era stata già concepita da Silvio Berlusconi e da Forza Italia, con la redazione di un dossier ad opera di Brunetta, consigliere economico a Montecitorio. Il centro-destra si sarebbe dunque convinto a rilanciare una politica favorevole ad accogliere il disagio delle fasce popolari meno abbienti, con la strategia del reddito minimo garantito. Una misura che Renzi ha più correttamente definito “lavoro di cittadinanza”: la proposta di legge consisterebbe nella garanzia di un’occupazione di tre mesi per tutti coloro che volessero presentare domanda, con l’aggiunta di altri tre mesi di indennità di disoccupazione. Si tratta di un provvedimento che, certamente, rispecchia la flessibilità e la precarietà dell’Italia odierna, e dove viene confermato lo status permanente del contratto a tempo determinato.

Tuttavia, la battaglia del reddito di cittadinanza ha costituito uno dei punti principali del Movimento 5 Stelle, che ne ha fatto quasi un emblema. Probabilmente, l’ex presidente del consiglio gioca le sue ultime carte, tentando di accattivarsi il consenso delle aree politiche più lontane dalla visione ideologica del Partito Democratico. Il toscano è deciso, pronto a rinnovare il proprio glossario politico, ad assumere nuove vesti, magari più piacevoli agli occhi del popolo. Del resto, la logica renziana è sempre stata improntata a una mentalità tipica del marketing. Testare i “gusti” e le preferenze dei cittadini italiani, piegando o mimetizzando la retorica in virtù del tasso di credibilità popolare e dell’attrattiva del “prodotto”. Per farla breve, trattasi di una strategia di mercato di stampo populista.

Secondo Renzi il reddito minimo di cittadinanza non crea posti di lavoro. 

La sconfitta del Sì al referendum costituzionale e le dimissioni dello stesso Renzi hanno comportato una grave crisi politica del partito di centro-sinistra, dove “divisione” e “scissione” sembrano essere oggetto di feticismo, argomento di cui l’Intellettuale Dissidente ha parlato abbondantemente nei recenti articoli. Considerato il folto numero di scialuppe partitiche pronte ad abbandonare il galeone democratico ormai colmo di buchi di consenso e pronto ad affondare, il fiorentino non demorde, ritenendo che la grande nave possa salvarsi. In che modo? Certamente cambiando vele, almeno all’apparenza; quella vela ideologica dell’austerità che ha spinto milioni di italiani verso il Movimento 5 Stelle o altre organizzazioni politiche. Ecco che, in vista delle prossime primarie, Matteo Renzi incalza con le perle, le parole d’ordine, le frasi a effetto:

“Dobbiamo rivoluzionare il nostro welfare che negli Usa non c’è come da noi in Europa”

Divertente constatare che un fervente estremista del neo-liberismo di stampo americano, incoraggi il proprio paese a prendere tutt’altra direzione. Perfino il verbo “rivoluzionare” sembrerebbe poco consono per un liberale del PD. Come avrebbe asserito l’ex presidente toscano nel primo articolo del blog personale, “il futuro prima o poi torna”. Ma il futuro dei democratici sembra esser già scritto nell’inarrestabile frazionismo di quello che in tempi (assai) remoti fu il PCI. I progressisti italiani peccano di confusione, non comprendono il concetto di “bene” e di “futuro”, scambiano arcaiche ricette economiche di stampo ottocentesco-liberale per innovazione. Invece il progressismo sembra aver sfiorato la vetta degenerata del conservatorismo, dove la classe politica democratica giustifica misure politiche elitarie attraverso toni populisti e giustificazionisti.

L’ex premier, rientra curiosamente dalla California con una proposta: l’istituzione di un “lavoro di cittadinanza” che riformi radicalmente il welfare italiano.

Il Movimento 5 Stelle nota già da tempo questa deriva, come ha osservato l’improvviso cambio di rotta della nave renziana, che durante i tre anni di governo non ha lontanamente abbracciato l’idea di un lavoro di cittadinanza. I pentastellati attaccano Renzi:

“Il Jobs Act doveva creare occupazione, ma oltre ad essersi rivelato un vero e proprio sperpero di miliardi di euro, è servito solo per rendere il mondo del lavoro più precario ed insicuro. Renzi non ha alcuna credibilità e ha dimostrato di non aver mai avuto alcuna visione di futuro”

Forti anche le critiche di Forza Italia, che ha accusato la corrente renziana di vendere “merce tarocca”, con il sol fine di sottrarre elettorato ai grillini. Ebbene, il “mercante” di Firenze è stato prevedibilmente smascherato da più fronti, poiché dietro all’apparentemente invitante lavoro di cittadinanza, non si può non notare il Jobs Act nel retrobottega del trascorso governo Renzi. La legge sul lavoro si è rivelata la mossa meno conveniente nel campo della credibilità, poiché le regine, in una partita di scacchi, si guidano sempre con criterio logico: in questo contesto, il PD sembra non ricordare se le proprie pedine siano quelle bianche o nere, con il risultato di avere un ex presidente dem che ne approfitta della confusione per dichiarare la vicinanza a questo o quel colore, a un modo di fare politica liberale prima, e populista in seguito.

L’argomento del reddito di cittadinanza si rivela strategico nel conflitto delle primarie, che vedranno scontrarsi, fra i vari candidati, soprattutto Renzi ed Emiliano.

L’argomento del reddito di cittadinanza si rivela strategico nel conflitto delle primarie, che vedranno scontrarsi, fra i vari candidati, soprattutto Renzi ed Emiliano.

Emiliano è ben noto per aver lanciato, nella Regione Puglia, un reddito di dignità pari a 600 euro per 60mila persone: è proprio su questo punto che Renzi potrebbe ribattere sminuendo l’importanza del “reddito” ed enfatizzando, al contrario, la necessità di un “lavoro garantito”. Una misura, la presente, che costituisce un’ulteriore umiliazione nei confronti del lavoratore. Costui verrebbe sistematicamente illuso del fatto che potrebbe avere diritto a una vera occupazione. Ma quale tipologia, se non il diritto a un’occupazione momentanea (a vita), con un sussidio economico e di conforto morale per i mesi di disoccupazione. È come se un medico ponesse il paziente nella condizione di prolungare l’agonia del malato terminale, ma senza decretarne morte certa: l’importante è vivere, non la qualità della vita. Tuttavia, anche su questa lotta alle briciole si giocano le primarie del centro-sinistra, sugli imbrogli delle conquiste popolari di bronzo, sulla malizia dell’ingegno politico nell’opera di convincimento delle masse.