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C’è un dibattito che sta attraversando silenziosamente la sezione Spettacoli del Corriere della Sera, quello sul ruolo della televisione in generale e pubblica in particolare. Tutto è cominciato, per quanto possa sembrare ridicolo, da Paola Perego. La nostra eroina del momento ha commesso, qualche tempo fa, un errore imperdonabile: oltrepassare i muri eretti dal politicamente corretto, senza neanche esserne consapevole. Il riferimento, è chiaro, è all’arcinoto scandaletto dei presunti pregi delle donne dell’Est. Riprendendo un sito internet specializzato nel cercarti a pagamento una moglie di là dagli Urali, la Perego ha condotto un dibattito televisivo di altissimo livello culturale sul rifiuto ideologico di queste nei confronti della tuta anti-sesso, mostruoso indumento che le moglie italiane indosserebbero la sera passata la fase del corteggiamento.

Ora, lungi da noi difendere il politicamente corretto e la sequela interminabile di strali… pardon, di hashtag, che ha bombardato la sventurata conduttrice, subito etichettata dalla stessa Rete come “misogina”, “sessista”, “xenofoba” (?), “razzista”. Ci mancava, ma è probabile che pur non facendo trend qualcuno l’abbia utilizzato, l’insulto che va bene per tutte le stagioni: “fascista”, concetto ormai talmente abusato e stirato nella sua capacità semantica di racchiudere qualunque forma di male da aver perduto ogni legame col suo significato storico. Siamo al tempo stesso altrettanto lontani da una difesa della Perego per chiari demeriti culturali, tuttavia la vicenda ha avuto un pregio, quello di aprire il dibattito su cosa debba essere la televisione e su cosa possa o debba andare in onda. Qualche giorno dopo, infatti, una voce si è levata in difesa della collega, quella di Maria De Filippi, sempre sulla pagina Spettacoli del Corriere. Il tema principale  della lunga intervista non era in realtà il licenziamento della sventurata Paola, ma, appunto, il ruolo e gli scopi del mezzo televisivo letti attraverso le lenti della conduttrice di successo.

“Non credo che la tv debba essere pedagogica, dare modelli di comportamento. Uomini e donne io l’ho sempre preso come un divertimento, non ho mai pensato di fare una televisione che dovesse insegnare qualcosa”.

Ecco quindi che la blanda difesa della Perego diventa così il corollario marginale di una visione di fondo del fare televisione e il fatto in sé una bagatella, perché in Tv può andare tutto, purché intrattenga e faccia ascolti. A questa visione decisamente neotelevisiva nell’accezione diffusa da Umberto Eco (e non poteva essere altrimenti, essendo la De Filippi uno dei paradigmi viventi dello spirito della Tv commerciale)  replica, sempre sul Corriere, Giovanni Minoli, storico conduttore di Mixer. Anche lui coerente con la sua ben differente carriera, centra quello che, a nostro avviso, è il punto fondamentale:

“Il servizio pubblico, sostenuto dal canone pagato dagli italiani, deve avere la consapevolezza di proporre modelli di comportamento. Che piaccia o meno, la tv è sempre pedagogica: e la Rai deve avere al centro del suo progetto il cittadino. Che è anche, ma non solo, consumatore perché i suoi orizzonti sono ben più ampi”.

Minoli ripropone dunque il rapporto duale tra media e realtà. Questa offre spunti ai media, che la ritraggono, ma a loro volta la legittimano, rendendo determinati comportamenti o sistemi di valori prima socialmente accettabili, poi universali. Riadattando Tocqueville ai tempi contemporanei, il successo televisivo di un modus vivendi o pensandi è il metodo con cui la maggioranza delibera e impone la propria tirannia nelle democrazie multimediali in cui viviamo. Quello che quindi non si può accettare del De Filippi-pensiero è la presunta non-neutralità del medium televisivo. L’etica è come la natura, soffre di horror vacui. Presumere di esserne al di sopra, o al di là, significa semplicemente accompagnare la visione del mondo dominante. Il caso della Perego è esemplare da questo punto di vista: anche per lei lo scopo era intrattenere (e probabilmente ha minor talento di chi da venticinque anni fa share), ma lo ha fatto portando in tv delle discussioni da bar che il pensiero dominante ritiene che lì debbano rimanere confinate. Ecco quindi che è arrivata la censura. Una volta che la maggioranza delibera, la minoranza deve tacere, per tornare a Tocqueville.

Questo porta ad un’ulteriore riflessione, che riguarda lo stato di sostanziale oligopolio del sistema mediatico globale. Questo è un tema che, come ci ricorda Galbraith in un libro agile e preciso (Storia dell’economia), ha ripetutamente messo in difficoltà il pensiero economico classico o neoclassico. Quasi tutti i problemi matematico-economici cominciano con la stessa premessa: “ipotizzando una situazione di libera concorrenza…”. Il problema, come evidenzia bene Galbraith, è che la libera concorrenza è puramente teorica. La tendenza alla progressiva concentrazione dei capitali configura la realtà economica come un regime di oligopolio. L’alternativa, spesso, era il monopolio pubblico. A questa legge difficilmente accettata dalla teoria economica non sfugge il settore dei media. I grandi network globali si contano sulle dita di una mano, così come le grandi agenzie di stampa da cui nascono le notizia. Buona parte del soft power statunitense si basa su di essi. Il corollario, mutuato dalla teoria economica classica, è che gli oligopolisti abbiano un notevole controllo sui livelli dei salari e dei prezzi. Spostandoci in ambito sociologico, sui contenuti delle trasmissioni televisive e sui valori ad essi sottesi. Ad esempio è uscito sul nostro giornale, la settimana scorsa, un pezzo molto interessante, una fenomenologia di Sex and the City, fortunata serie televisiva degli anni ’90. Non è solo il pubblico a decidere l’opinione della maggioranza, ma anche chi controlla l’offerta. La tendenza intrapresa è quella che Eco aveva intuito trent’anni fa: un abbassamento progressivo del livello culturale, del linguaggio, e una parallela e sempre maggiore attenzione alla teologia del mercato, il cui esempio più evidente è la pervasività della pubblicità. Non solo: sono i contenuti nascosti, i sistemi di valori che i programmi e le serie televisive esprimono ad essere il punto di sintesi tra il pensiero dominante e la ricerca d’intrattenimento del consumatore medio, ormai non più cittadino.

Nel 1971 Pier Paolo Pasolini, durante un programma televisivo condotto da Enzo Biagi, parla del potere del medium televisivo e della sua illusoria libertà come mezzo di comunicazione. “Profetico” intellettualmente e anticipatore dei tempi e delle dinamiche sociali come nessuno in Italia.

E’ dunque fallace il principale argomento liberale a sostegno della libera iniziativa televisiva. Si dice spesso, infatti, che non tocca allo Stato decidere cosa sia giusto e cosa sbagliato. E’ il rifiuto dello Stato etico, se vogliamo, in nome del libero arbitrio del singolo. Ma quanto è libero il singolo di fronte ad un regime di oligopolio camuffato da milioni di canali, che esprimono tuttavia gli stessi valori di fondo? In America, ad esempio, l’alternativa è tra Fox, network blandamente conservatore, e le altre tre o quattro reti, più o meno liberal. Entrambi i poli, però, sono impregnati di spirito del capitalismo, dunque qualcuno, in realtà, decide riguardo all’etica pubblica, solo che non è lo Stato.Il fenomeno, chiaramente, riguarda anche l’Italia. Dalla prima liberalizzazione del sistema televisivo a metà anni ’70, con la nascita delle televisioni commerciali locali, la Rai “pedagogica” di Bernabei si trovò in sempre maggior difficoltà. Prima venne Mediaset, poi Sky, entrambe vestite del fascino del nuovo e del facile. Lo strumento per scardinare la vecchia televisione fu l’intrattenimento a basso impegno intellettuale. Sospesa tra il suo essere ente pubblico e la necessità di competere al ribasso coi privati da un punto di vista culturale, la Rai si vide costretta ad adeguarsi.

La storia della televisione pubblica italiana si può dunque riassumere in due differenti paradigmi, ben etichettati da Eco in “neotelevisione” e nel suo opposto, “paleotelevisione”. La Rai a trazione democristiana, oltre ad essere, inevitabilmente, strumento di propaganda (si ricorderanno i più anziani i manifesti del Pci, “mezz’ora di propaganda democristiana e lo chiamano telegiornale), fu soprattutto strumento di educazione culturale. L’epoca d’oro fu quella del citato Bernabei, il direttore più longevo. Grandi sceneggiati ispirati ai classici, dai Promessi Sposi ad Anna Karenina, che entrarono così, in un discreto bianco e nero, nei salotti degli italiani del boom. Questi, da parte loro, non ancora tentati da un’offerta di puro intrattenimento commerciale, abboccarono volenterosi, entrando in contatto con mondi fino ad allora sconosciuti, ma percepiti come meritevoli di attenzione. Fece scuola, giusto per fare un altro esempio, il programma Non è mai troppo tardi, condotto da un personaggio eccentrico quanto geniale come Alberto Manzi. Per otto anni, questo maestro elementare con quattro lauree e la passione per il Sud America, insegnerà a leggere e scrivere, il tardo pomeriggio, a milioni di italiani ancora analfabeti. Scrivere di questa televisione richiede uno sforzo notevole, per chi è nato con Non è la Rai e non ha potuto vedere Ungaretti introdurre ogni puntata dell’Odissea recitandone alcuni versi, eppure esistette.

Quando la Rai si interessava dei poeti: Ungaretti legge la poesia I Fiumi

Il cambiamento, antropologico e sociale, che attraversò l’Italia negli anni Ottanta e continua ancora oggi fu quindi dovuto anche alla Tv commerciale e alla sua sopraffazione della Tv pubblica pedagogica. Scegliendo la neutralità presunta professata da Maria De Filippi, la televisione abbandonò la società civile a sé stessa, cavalcandone i peggiori istinti secondo le necessità dei padroni delle reti. Il potere pubblico, politico, non capì, o non volle capire, la portata dei mutamenti in atto. O forse lo fece, abbracciando la strada di un blando riformismo dagli esiti, a posteriori, fallimentari. La Rai seguì dunque la china intrapresa dalla società tutta, tra varietà, intrattenimento di bassa lega e il trionfo della pubblicità, fino all’ultimo stadio di degradazione dei reality, dei talent e della finta tv verità di Real Time. Sopravvive, a memoria dei tempi che furono, solo la dinastia degli Angela.