«C’era una volta un imperatore/ si chiamava Napoleone/ e quando non aveva torto/ di sicuro aveva ragione». Iniziava così, Sergio Endrigo, cantando le parole di Gianni Rodari. Il ritornello della filastrocca – ispirata a La Chanson de La Palisse di Bernard de la Monnoye – era cantato invece da un coro di bambini («Napoleone era fatto così/ se diceva di no, non diceva di sì / quando andava di là, non veniva di qua/ se saliva lassù, non scendeva quaggiù/ se correva in landò, non faceva il caffè/ se mangiava un bignè, non contava per tre/ se faceva pipì, non faceva popò»). Qualcuno ricorderà la canzoncina molto meno geniale, diciamo pure patetica, che gli insegnanti della scuola elementare Raiti di Siracusa hanno fatto cantare – evidentemente sotto tortura – ai loro disciplinati bambini in onore del presidente del consiglio. Correva l’anno 2014. Correva, ha fatto il giro, ed è tornato. Ora, a proposito del premier non eletto, il Governo ha ottenuto la fiducia al Senato grazie al maxiemendamento sulla scuola. Mentre, a proposito di Napoleone, e pensando alla grande «macchina burocratica delle sospettose democrazie», «cosi arruffata e agganciante», «soltanto un padrone alla Bonaparte potrebbe spezzarla e passarci su», scriveva Giovanni Papini in Chiudiamo le scuole! Che non si pensi a sconcissimi paralleli, tra un genio e un pagliaccio vi è l’oceano Atlantico. Il punto è altrove, ovvero: non è in discussione certo metodo politico decisionista, – «ogni democratico è un tiranno da operetta» (Emil Cioran) – quanto il soggetto in questione, teatrante da avanspettacolo. Per dirla col Quelo di Corrado Guzzanti, «la risposta è dentro di te. Epperò è sbagliata».  Per cui, se fuori luogo è il prim’attore, di sicuro lo è anche l’operetta, il disegno di legge battezzato “Buona scuola”. Qualcuno ha dimenticato che l’unica scuola buona, senz’altro, è quella chiusa. Basta ricordare le feroci pagine di quel già citato genio tutto italiano di Papini, proprio convinto, anche lui, che già agli albori del ‘900 bisognava chiuderle tutte, dalla prima all’ultima. Ecco un vero fiorentino, il nostro vero apostolo: Giovanni! Non quell’altro.

La scuola insegna a farsi imboccare l’analisi del testo, a non ruminare le parole. Si fonda sull’equivoco lapalissiano, la sufficienza, la pigrizia, il dovere, lo schema, il rapido, il comprensibile, l’ovvio. L’unica guida sincera, rivoluzionaria, in materia di scuola, è quella frase incisa sulla parete delle latrine. Che ci dice di no dicendo di sì, che non ha mai torto e nemmeno ragione. I pagliacci di oggi sono seri, non conosco il paradosso, l’iperbole. Mentre invece chi non riconosce nessun risultato tangibile delle università nella fecondazione di liberi vivai di uomini abituati a lavorare e a pensare da sé, chi non è mai stato studente modello come Matteo e non sarà mai professore come il grande filosofo Massimo Cacciari, si deve contentare «delle ciabatte, senza salire alle brache» ogniqualvolta elabora un pensiero che vada almeno un poco oltre la caratura di un “tweet”, che faccia davvero delle generosa pedagogia gratuita.