Riguardo Giulio Regeni, il giovane studente italiano assassinato in Egitto qualche settimana fa, probabilmente non sapremo la verità. Per ora, no. Non sapremo le cose come sono effettivamente andate. O meglio, le conosceremo ma a puntate, una ogni dieci anni. Forse, col passare del tempo ci si avvicinerà sempre di più all’essenza della vicenda, usciranno magicamente documenti inediti sul web,  supertestimoni dell’ultima ora irromperanno sulla scena mediatica, ex membri dei servizi segreti egiziani, convertitisi all’etica della verità, diranno che le cose non sono mai andate così come ce le hanno raccontate i giornali, i diplomatici, le istituzioni.

Per ora, però, dobbiamo esserne consapevoli: la storia del giovane Regeni verrà coperta da una fitta coltre di fumo che ci farà, progressivamente, dimenticare di  questa spiacevole vicenda. Regeni diventerà un nuovo Calipari,  una nuova Sgrena, un nuovo Quattrocchi, un nuovo caso oggetto di depistaggio da parte di uno “pseudo” Stato italiano. Insomma, cose viste e riviste.

Verrebbe spontaneo, fingendosi infantilmente banali, chiedersi: perché tutto questo? La domanda da porci invece è un’altra: come dovrebbe comportarsi uno Stato, degno di essere chiamato tale, dinanzi ai depistaggi e alle menzogne sull’assassinio di Regeni che, ormai, quotidianamente arrivano dal Cairo? Cosa dovrebbe fare il Governo dinanzi alla sufficienza con la quale l’Egitto di Al Sisi tratta l’Italia e i suoi inquirenti giunti nella capitale egiziana per seguire la vicenda Regeni?

La risposta a tali quesiti è: niente. L’Italia e il suo Governo non potrebbero fare e non faranno niente. Come spiega Sergio Romano in un editoriale sul Corriere della Sera, generalmente quando uno Stato vuole dimostrare indignazione per il comportamento di uno Stato straniero ricorre all’interruzione dei rapporti diplomatici: l’ambasciatore viene mandato a casa.  Ma quanto converrebbe all’Italia una simile soluzione con l’Egitto? In termini economici l’Italia perderebbe poco, considerando che l’export verso l’ Egitto è “solo”  2.784 milioni di euro per il 2014 (secondo il sito Infomercatiesteri), non  tenendo in conto, però, nel calcolo  gli affari di Eni nel Paese nord africano, dove lo scorso anno è stato scoperto dall’azienda petrolifera il più grande giacimento di gas nel Mediterraneo. E se economicamente il danno non sarebbe grave, politicamente, rompendo con il Governo egiziano, l’Italia perderebbe molto.

Non si dovrebbero, spiega sempre Romano sul Corriere, interrompere i rapporti con Al Sisi perché “tale via d’uscita non avrebbe altro risultato fuor che quello di privarci dei nostri abituali contatti con uno dei maggiori protagonisti della regione, saremmo meno informati su ciò che accade in Medio Oriente e perderemmo il capitale che l’Italia ha costruito con quel Paese nel corso degli anni”. Effettivamente sarebbe così. Inoltre, non bisogna dimenticarsi che l’Egitto di Al Sisi, ogni giorno, si vanta ( per quanto possibile) di portare avanti l’offensiva esterna contro i gruppi jihadisti insorti nel Sinai, e quella tutta interna contro la Fratellanza Mussulmana.

“It’s a great leader” disse orgoglioso Matteo Renzi riguardo Al Sisi ai microfoni di Al Jazeera, qualche tempo fa. Ed in effetti il presidente egiziano si presenta così all’occidente: un alleato scomodo, ma pur sempre un alleato. Un grande leader, sempre fino a quando non pesta i piedi ai Paesi che contano, tra cui non figura l’Italia. Ecco perché dal Cairo possono temporeggiare, sviare, depistare le indagini su Regeni. Possono decidere a quali attività d’indagine devono partecipare gli inquirenti italiani insieme ai i colleghi egiziani, e a quali no.  E allora, più o meno consapevolmente, fingiamo di credere a questa farsa mediatica. Giulio Regeni è stato ucciso perché obiettivo del Mukhabarat? Perché intellettuale o studente scomodo al regime? Oppure, forse, a causa di una faida interna ai servizi egiziani che mira a destabilizzare Al Sisi? Per ora, possiamo stare tranquilli, la risposta, quella vera, quella più dolorosa, non ci verrà data. E alla famiglia di Regeni non resterà che attendere, ancora una volta, in silenzio.